di
Federico Fubini

In controtendenza rispetto a tutto il resto d’Europa, nel nostro Paese si è registrato un misterioso aumento improvviso: il giro d’affari complessivoè di 2,5 miliardi

Negli ultimi sei mesi, il numero di società italiane controllate da capitali russi è, misteriosamente, quasi raddoppiato. Il loro giro d’affari arriva a 2,5 miliardi di euro, oltre dieci volte più che in Francia. Un aumento così rapido nel numero delle imprese a controllo russo risulta un’anomalia assoluta fra i Paesi europei che impongono sanzioni contro Mosca. Ma le ragioni dietro quest’espansione improvvisa restano così opache da sollevare dei sospetti: proprio in questi mesi l’Ofac, l’«Office on Foreign Assets Control» del Tesoro americano, ha lanciato un allarme sull’aggiramento delle misure finanziarie contro Mosca.

Che le partecipazioni di controllo di azionisti russi venissero alla luce era inevitabile dal dicembre 2023. In quel momento l’Unione europea approva il dodicesimo pacchetto di sanzioni che, per la prima volta, richiama l’articolo «5R» di un regolamento europeo (833 del 2014) sull’obbligo di rendicontazione delle imprese. 



















































In questo caso, diventa necessario registrare ogni sei mesi il numero e l’identità delle società basate nell’Unione europea che abbiano azionisti russi al 40% del capitale o più. L’obiettivo: tracciare i flussi di denaro in uscita da quelle imprese verso Paesi esterni all’Ue, in modo da valutare se Mosca stia utilizzando quei canali per alimentare la propria macchina bellica.

Moody’s, l’agenzia di analisi finanziaria, raccoglie questi dati e li fornisce a governi, imprese o banche preoccupate di rispettare in pieno le sanzioni. Proprio il vaglio di Moody’s nell’ultimo mese ha fatto emergere la strana singolarità italiana: il numero di aziende a controllo russo sale negli ultimi sei mesi, da 2.564 a 4.497. È un contingente di quasi duemila in più e determina un aumento netto nell’Ue. È un balzo del 75% che porta l’Italia ad essere il terzo Paese dell’Unione per numero di società a controllo di cittadini o imprese russe. I primi due sono Bulgaria e Repubblica ceca, che però hanno legami più antichi e radicati con il Paese di Vladimir Putin.

Per l’Italia si tratta di un aumento improvviso, dato che nei sei mesi precedenti non era cambiato quasi niente. Ed è un fenomeno unico in Europa. Gli altri Paesi mostrano una presenza di aziende a controllo russo in calo o stabile (con la limitata eccezione dell’Estonia, che ospita una cospicua minoranza russa e confina con il Paese). 

In Germania la contrazione è del 2% negli ultimi sei mesi, seguita a una 22% nei sei mesi precedenti, fino a un numero di imprese inferiore a quelle dell’Italia. Anche in Francia il numero di imprese a controllo russo è in calo e pari a un terzo di quelle dell’Italia. 

«Capire da dove arrivino i fondi per la presa di controllo è impossibile» nota Nicola Passariello, direttore della Financial Crime Compliance di Moody’s per l’Europa del Sud e l’Africa. «La rendicontazione — spiega Passariello — si limita a identificare la cittadinanza o la sede degli azionisti delle imprese». 

Almeno in teoria il denaro per l’acquisizione di quote non potrebbe arrivare dalla Russia, perché la banca centrale di Mosca proibisce la circolazione di capitali in uscita dal Paese.

Le nuove imprese a controllo russo in Italia dichiarano comunque fatturati molto bassi e si concentrano in settori come il turismo, l’accoglienza o l’immobiliare. Ma il loro giro d’affari totale nel complesso non è piccolo; è il più alto d’Europa, al pari della Germania: 2,5 miliardi di euro all’anno, con imprese concentrate nel commercio, nel manifatturiero, nei servizi professionali, nelle costruzioni, ma anche nelle «attività finanziarie e assicurative». L’Italia ha una delle strutture di vigilanza antiriciclaggio più robuste al mondo. Presto, avrà molto da fare. 

17 gennaio 2026