di
Guido Olimpio
Le intelligence hanno fatto sapere come il regime resti saldo e compatto. Uno strike non è destinato a cambiare le cose. E ci sono timori di un conflitto allargato
Donald Trump ha fermato, per ora, un’azione militare contro l’Iran ma i suoi collaboratori avvertono che tutte le opzioni restano aperte. Affermazione sempre utile per prendere tempo così come le parole dell’inviato presidenziale Steve Witkoff, che ha segnalato la preferenza per una via negoziale. Tutto già detto in passato, anche alla vigilia di altri scontri. Questa volta, però, The Donald ha dovuto tener conto di molti fattori.
Poche certezze
Le intelligence, nei loro briefing, hanno sostenuto come il regime resti saldo e compatto. Uno strike non è destinato a cambiare le cose. Non ci sono certezze sul dopo in quanto l’opposizione è poco organizzata e divisa in mille correnti, con ulteriori divergenze. Trump ha detto di voler vincere. Bene, qui non esiste alcuna garanzia di vittoria ed è alto il rischio di finire trascinati in un conflitto logorante. A meno che non si creino scenari difficili da prevedere.
Il Pentagono ha, al momento, un dispositivo robusto in Medio Oriente. Migliaia di uomini, la rete di basi, le stazioni che spiano e tracciano vettori, una buona quota di caccia e unità navali in grado di lanciare dozzine di cruise. Per gli esperti è uno schieramento che può attuare raid, magari coinvolgendo i bombardieri strategici — B-2 e B-52 —, ma non è sufficiente per una manovra più ampia. Inoltre, sarebbero poche le munizioni e le batterie antimissile necessarie a contrastare la rappresaglia dei pasdaran. Sono sistemi costosi e ne servono tanti per affrontare lo sciame di vettori.
La guerra dei 12 giorni con Israele avrebbe consumato le scorte, ha dimostrato come sia necessario un alto numero di «intercettori», ha rivelato che non esiste uno scudo infallibile.
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Adesso gli americani hanno ordinato lo spostamento della portaerei Lincoln dall’Asia verso l’Oceano Indiano, dove arriverà tra circa una settimana insieme ad altre navi lanciamissili. Possibile il trasferimento di altro materiale dagli Stati Uniti e dall’Europa.
Sulla Casa Bianca hanno poi pesato gli appelli, mescolati a tentativi di mediazione, degli alleati. Arabia Saudita, Oman, Qatar, Turchia hanno chiesto a Trump di evitare iniziative belliche suscettibili di accrescere l’instabilità in tutta la regione, timore determinato da esigenze nazionali e valutazione complessiva dello scacchiere. Sono tutti Paesi che hanno mantenuto un dialogo interessato con la Repubblica islamica al fine di prevenire conflagrazioni maggiori.
La missione
Interessante anche l’atteggiamento di Tel Aviv. Almeno tre le tesi emerse sui media:
1) Lo Stato ebraico avrebbe evitato di incoraggiare gli Usa a colpire perché non vi sarebbero le condizioni favorevoli e ha bisogno di tempo per migliorare le difese.
2) Gli israeliani, di solito interventisti, pur riconoscendo che la teocrazia vive un’epoca difficile, condividono lo scetticismo su effetti «politici» degli strike.
3) Il premier Netanyahu ha dialogato, attraverso i russi, con l’Iran per stabilire regole di ingaggio: se voi non ci colpite, noi non vi colpiamo. Ieri un nuovo contatto telefonico con Vladimir Putin e la notizia di una prossima missione del capo del Mossad negli Stati Uniti.
Resta l’imprevedibilità di Trump, conseguenza del suo «stile» ma anche un modo per confondere le carte. Ieri il presidente ha fornito la sua ricostruzione: dopo aver ringraziato Teheran per non aver impiccato 800 prigionieri, passo definito di grande impatto, ha affermato che nessuno lo ha convinto a cambiare idea.
17 gennaio 2026 ( modifica il 17 gennaio 2026 | 08:29)
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