LA GRAZIA. Nelle sale

Per Paolo Sorrentino c’è sempre una grande bellezza da scoprire / valorizzare / condividere. La grazia è un film sulla necessità (e la condanna) di dubitare, di indugiare e riflettere per fare la scelta giusta, di confrontarsi con la propria coscienza per alleviare l’inevitabile pena di vivere. «Persino la burocrazia con le sue lentezze ci dà la possibilità di non sbagliare», è una delle molte frasi iconiche del film. Dopo le suggestioni felliniane, il mondo di Sorrentino incrocia il mondo di Bellocchio in certi dialoghi definitivi, taglienti, disperanti per ritrovare subito dopo la cifra grottesca che fu di Jep Gambardella. «Di chi sono i nostri giorni?», è il concept del film: stabilire un punto di equilibrio per definire la propria identità. L’immaginario presidente della Repubblica Mariano De Santis (Toni Servillo, premiato a Venezia 2025 con la Coppa Volpi), vedovo inconsolabile di Aurora, della sua dolcezza, del suo sostegno morale e del suo regale portamento, è un uomo politico di lungo corso, una vecchia volpe democristiana che ha risolto sei crisi di governo, fedele come un soldato alla Costituzione, un giurista di valore giunto all’ultimo semestre al Quirinale con il cuore in tumulto. 

Ha talmente amato la defunta Aurora da non sopportare l’idea che quarant’anni prima lei lo abbia tradito, forse con il suo migliore amico. Mariano ha rigidi principi, ed è fedele all’idea che servano «tempi adeguati per arrivare a una decisione adeguata». Ha un’amica dai tempi della scuola, un’irriverente ma sincera critica d’arte, certa Coco Valori (Milvia Marigliano), che era in confidenza con Aurora e la spinse nelle braccia dell’allora timido Mariano. Sicché ora la vivace signora non si dispiace di  strigliare il presidente quando le sue esitazioni diventano titubanza. De Santis ha perso di vista il pathos con i figli: il musicista che vive in Canada e la studiosa di diritto, Dorotea, come la nota corrente Dc, che l’assiste nel disbrigo dell’attività istituzionale (Anna Ferzetti), lo obbliga a diete costrittive e ne è, obtorto collo, l’alter ego. Il presidente De Santis ama la musica pop, si commuove per la morte di un puledro, per le lacrime di un astronauta, per il cammino stentato dell’anziano Capo di Stato portoghese sotto la pioggia durante una visita ufficiale. È un uomo disilluso che confessa le sue pene a un Papa nero (Rufin Doh Zeyenouin), acconciato come un rasta e con la passione per le motociclette. 

De Santis ha sulla scrivania una proposta di legge sull’eutanasia da firmare e due richieste di grazia. Mentre esita, tutti i nodi vengono al pettine: l’antico tradimento di Aurora, gli ideali di un’esistenza morigerata, i dubbi sul cemento istituzionale. Sorrentino si concede le solite bellurie visive / visionarie e gli straordinari giochi di composizione immaginifica, ma stavolta senza esagerare: il contesto istituzionale del Quirinale è stato ricostruito alla reggia di Venaria di Torino e diventa il guscio ideale per contenere la parabola di quel presidente che ne ricorda molti altri. Ferzetti è l’incarnazione della grazia, intesa come virtù, del titolo e s’accorge dell’inefficacia della legge che non sappia capire le emozioni. Servillo controlla il suo personaggio come un pilota di Formula 1 governa la sua monoposto. Cantando e ballando, se occorre. 

LA GRAZIA di Paolo Sorrentino 
(Italia, 2025, durata 131’, PiperFilm) 

con Toni Servillo, Anna Ferzetti, Orlando Cinque, Milvia Marigliano, Massimo Venturiello 
Giudizio: 4 su 5 
Nelle sale