Mentre il governo si gioca tutto sulla guerra interna in nome della sicurezza, le stazioni ferroviarie sono i luoghi dell’allarme per eccellenza, spazi delle emergenze costruite e mediatizzate. In questi giorni la stazione Termini di Roma, la prima d’Italia e la quinta d’Europa per traffico, è il campo di battaglia centrale di questa contesa, rappresentato come spazio fuori controllo da colonizzare per esportarvi, appunto, la sicurezza. Avviene dopo due fatti di cronaca particolarmente efferati accaduti nella notte tra sabato e domenica scorsi: il violento pestaggio a un funzionario ministeriale e l’aggressione a un rider di origini bengalesi.

DUE VOLTI, un italiano benestante e un migrante precario dei servizi, che rappresentano le due facce della composizione sociale che attraversa questi spazi. Due casi di cronaca nera cui seguono due giorni di operazioni di polizia speciali nella grande area della stazione. Mercoledì sul campo di battaglia sono apparsi, tra unità cinofile e un elicottero a sorvolare la zona, i carabinieri del primo reggimento paracadutisti Tuscania. Nelle stesse ore i giovanissimi tunisini arrestati per aver aggredito il rider sono stati liberati per mancanza di indizi gravi. Ieri i reggimenti polizieschi sono tornati sul terreno. Se il giorno prima il bilancio era apparso magro rispetto alle truppe schierate (quattro arresti e dodici denunciati), quello di ieri suona altrettanto sproporzionato: le forze dell’ordine riferiscono di «oltre 500 persone controllate» per «quattro arresti per reati in materia di stupefacenti e reati contro la persona ed il patrimonio e sei denunce per reati della stessa specie e per porto abusivo di armi od oggetti atti ad offendere». Inoltre, prosegue il bollettino, «diciassette cittadini extracomunitari sono stati accompagnati all’Ufficio immigrazione».

PER CAPIRCI qualcosa conviene parlare con gli operatori che agiscono sul campo e che seguono le sorti di questa zona da anni. Cioè da quando, dopo l’operazione di «rigenerazione urbana» che ha preso il via nel 2006 con l’intitolazione a Giovanni Paolo II e l’apertura della «Terrazza» con tremila metri quadri di area commerciale, la grande stazione al centro di Roma è diventata di fatto un grande mall che al calar della sera chiude i battenti. Chiudono i negozi scintillanti, finisce il viavai di turisti e pendolari, si spengono le luci dei bar che vendono una focaccia a 8 euro, e questo spazio diventa una zona da tenere vuoto e da controllare in attesa della riapertura del giorno successivo. Non stupisce, insomma, che le stazioni, e Termini non fa eccezione, siano gli spazi in cui sperimentare zone rosse, Daspo urbani e tutto il corredo di affievolimento dei diritti contenuti nel susseguirsi di norme cosiddette «anti-degrado». O che il decreto sicurezza emanato sei mesi fa tra le proteste di società civile e giuristi abbia tracciato una singolare forma di eccezione: i reati in questi contesti vengono considerati più gravi.

QUESTA STORIA dimostra che le emergenze sicurezza si autoalimentano, innescano una spirale repressiva. Lo spiega Giovanna Cavallo, operatrice del Legal team che da queste parti bazzica da tempo: «Hanno creato il deserto – racconta – Il disagio si è solo spostato e Termini oggi è una terra di nessuno. Qui ad esempio una volta riuscivamo a intercettare i migranti minori non accompagnati. Ora non si trovano più, spinti nelle zone più oscure della città». Per farsi intendere, Cavallo sostiene che a Termini è come se ci fosse un campo elettromagnetico respingente sulla base di profilazione razziale: chi ha paura di essere fermato non ci va. Nel deserto delle insegne spente, tra panchine anti-clochard e telecamere, si avventurano soltanto i casi umani più disperati e marginali.

Portatori di violenze che si potrebbero arginare rendendo il luogo vivo e non illudendosi di trasformarlo nello spazio ermetico delle distopie securitarie. Lo confermano quelli di Nonna Roma, che hanno una struttura di sostegno a via Cattaneo, a 300 metri dai luoghi incriminati. «Qui una volta c’erano i senza tetto – spiega Alberto Campailla – Non ci sono più, perché sono stati cacciati o hanno trovato di meglio. La cronaca di questi giorni conferma che non erano loro a favorire i reati». Eppure, nelle puntate precedenti della serie infinita sull’Emergenza Termini, erano loro i nemici dell’ordine pubblico.