di
Antonio Fiore

«Successe per il lancio di troppa carta igienica a Canzonissima del ’71, una assurdità»

Arbore, giovedì prossimo alle 18 tornerà in città per raccontare «La mia Napoli». Ma lei da Napoli in realtà non se ne è mai andato.
«Le altre città sono state fatte dagli uomini, Napoli è stata fatta dal Padreterno: il Golfo, di fronte Ischia, Capri, Procida, Sorrento. Io con l’Orchestra Italiana ho fatto tra il ‘91 e il 2001 la bellezza di milleseicentoquaranta concerti (più degli Stones, ma loro erano solo cinque e noi eravamo in 16) in tutto il mondo, dalla Cina all’Australia agli Stati Uniti, e le assicuro che non ho mai visto una città più bella. Dunque Napoli resta sempre nel mio cuore. E giovedì (nell’evento prodotto da Filmitpro realizzato in collaborazione con la Fondazione Campania dei Festival, ndr ) parlerò di questa passione, aiutato da filmati musicali e televisivi e naturalmente dalla mia amica e complice Marisa Laurito al Teatro Trianon».

Complimenti: sento che Trianon lo pronuncia con l’accento sulla i e non sulla o, proprio come un vero napoletano.
«Giusto, come piazza Càvour invece di piazza Cavoùr. O come la scianza, ovvero la chance che nel film FF.SS io e Luciano De Crescenzo volevamo offrire a Napoli (attraverso il personaggio di Pietra Montecorvino) per ritornare la capitale che è e che era sempre stata, e di cui sono orgoglioso di essere cittadino onorario. Eravamo troppo in anticipo io e Luciano, poi il tempo ci ha dato ragione, e mi spiace solo che il mio amico fraterno non l’abbia potuto vedere. Con lui condividevo l’immagine classica della città, e per questo non eravamo molto apprezzati, ci accusavano di oleografia, di “marottismo”. Certo, il fatto poi che De Crescenzo (per me un maestro, qualsiasi cosa facesse la faceva benissimo, dall’ingegnere dell’Ibm al motonauta) avesse venduto 18 milioni di libri aumentava di molto l’ostilità e l’invidia degli intellettuali».



















































Però il suo immaginario napoletano coincide con l’arrivo in città da studente foggiano di Giurisprudenza, nel lontano 1957.
«Ovviamente era un’altra era geologica… Pensi che con gli amici andavamo a Mergellina, dove allora c’erano solo un paio di chalet e la pompa di benzina, a comprare la sigaretta “con lo sfizio”».

Prego?
«Andavamo dalla contrabbandiera, e compravamo non un pacchetto intero ma le sigarette sfuse. Col privilegio di estrarle direttamente dalla sua generosa scollatura. Lo sfizio, appunto».

Parliamo allora un po’ di quegli amici napoletani.
«Molti musicisti, jazzisti. Io all’inizio abitavo nella Pensione dei Mille in piazza Amedeo 15 (la piccola piazza più bella del mondo, che ve lo dico a fare?), mi prendevo la renzetella di sole, facevo due chiacchiere col giornalaio e poi entravo nella stazione della funicolare di Chiaia per salire al Vomero. Frequentavo i fratelli Loveri, i fratelli Lombardi (Ettore compositore e Gianfranco pianista e poi direttore d’orchestra), il batterista Antonio Golino, Lello Caravaglios autore dei primi successi di Peppino Di Capri… Era la nouvelle vague partenopea oggi dimenticata, la generazione del “Rosso e Nero” subito precedente a quella degli Showman. Io a quell’epoca cominciavo a studiare il clarinetto: lo suonai per la prima volta in pubblico al Bertolini di corso Vittorio Emanuele: ho ancora la registrazione audio!».

Però era già scoppiata la sua passione per la musica degli States…
«Infatti, ogni settimana suonavo all’Uso, il circolo dei militari statunitensi a Calata San Marco, verso il porto. “Summertime” o “The man I love” i pezzi forti. Lì ho conosciuto un militare statunitense, si chiamava Rocky Roberts: anni dopo utilizzai la sua canzone “T.Bird” come sigla di “Bandiera gialla”».

Noi boomer ricordiamo ancora lo slogan di apertura del programma Rai: “A tutti i maggiori degli anni 18, questo programma è rigorosamente riservato ai giovanissimi…”. Cominciava lì la rivoluzione musicale firmata Arbore (e Boncompagni).
«Eh, ci vorrebbe una telebiografia Rai per raccontare tutte le “malefatte” che ho combinato ai microfoni e sui teleschermi assieme ai miei complici. Da “Alto gradimento” (il cui titolo sarebbe dovuto essere “Musica e puttanate”) al successo “imprevedibile” di “Quelli della notte” o “Indietro tutta”, a quando Craxi mi propose seriamente di candidarmi a sindaco di Napoli… Fortunatamente ci ha pensato il giornalista Andrea Scarpa che nel libro “Mettetevi comodi”, giunto già quarta edizione, mi ha costretto a riattraversare tutta la mia vita privata e professionale. Che non è stata sempre rose e fiori».

Ad esempio?
«Ad esempio quando, per “colpa” di Giorgio Bracardi che in una puntata di Canzonissima del 1971 interpretando il suo personaggio di Scarpantibus (immaginario e urlante uccello preistorico, ndr ) lanciò troppa… carta igienica, e quei rotoli costarono a me (ma anche a Boncompagni e ovviamente a Bracardi) cinque anni di sospensione dalla Rai. Un assurdo totale. Che però si ripropose in altra maniera quando il mio “Speciale per voi”, in cui facevo incontrare in uno studio tv star della canzone (che spesso venivano aspramente contestati dal pubblico giovanile, come accadde a Claudio Villa, a Caterina Caselli o a Lucio Battisti) dopo due stagioni venne sottratto a me per darlo a un funzionario democristiano».

Altro programma Rai di successo, altro problema.
«”Doc”, che ospitava i grandi della musica da Miles Davis a Francesco De Gregori, fu chiuso dopo tre anni senza un perché. Però sul mio canale gratuito www.renzoarborechannel.tv potete sempre vedere meravigliose chicche musicali: ”Anema e core” cantata da Ornella Vanoni ha fatto un milione e mezzo di contatti internet».

Una vendetta?
«Piuttosto una constatazione. In Argentina ho imparato un detto famoso: “Que me quiten lo bailao”, vuol dire che nessuno ti può togliere le cose belle che hai vissuto».


Vai a tutte le notizie di Napoli

Iscriviti alla newsletter del Corriere del Mezzogiorno Campania

17 gennaio 2026