di
Fabrizio Peronaci

Raffaella fu seguita sul bus nel tragitto verso scuola, alla sorella Flaviana furono fatti tagliare e tingere i capelli. Il padre le fece scortare dalla Gendarmeria e così i rapitori, stando a un’informativa dell’Arma, «ripiegarono su Emanuela»

Se ne è andato a 90 anni Angelo Gugel, il leggendario aiutante di camera di Giovanni Paolo II, al cui fiancò resto per tutti i 27 anni di pontificato, compreso il momento drammatico dell’attentato di piazza San Pietro (13 maggio 1981), quando il turco Ali Agca sparò a Karol Wojtyla. Il commendatore Gugel, morto il 15 gennaio 2026 e salutato con commozione nel corso dei funerali tenuti a Roma sabato 17 gennaio presso la parrocchia di Santa Maria delle Grazie, prima del rientro nel paese d’origine, Miane (Treviso), è stato ricordato come «servitore discreto e fedele» di tre papi. L’eminenza grigia dei pontefici iniziò infatti nel 1978 con Albino Luciani e, a fine carriera, dal 2005, fu per un breve periodo maggiordomo di Joseph Ratzinger. Ma è con Wojtyla che Gugel realizzò un connubio diventato iconico nelle sacre stanze, mai increspato da incomprensioni e alimentato da una vicenda rimasta in ombra e vissuta con enorme apprensione da lui e tutta la sua famiglia.

epa02237771 (FILE) An undated file handout photograph released on 05 July 2010 showing a poster appealing for information on the whereabouts of missing Vatican city citizen Emanuela Orlandi, who dissapeared on 22 June 1983 and whose body is not never been found.  EPA/STF

Il retroscena dimenticato

Eccolo, il retroscena dimenticato che in queste ore potrà tornare utile anche alla Commissione parlamentare d’inchiesta da due anni al lavoro sul caso Orlandi-Gregori: prima della scomparsa di Emanuela (giugno 1983), due figlie di Angelo Gugel, Raffaella e Flaviana, coetanee e amiche della “ragazza con la fascetta”, rischiarono anche loro di essere sequestrate. Per giorni vennero “attenzionate”, scrutate da lontano, seguite; la prima, Raffaella, fu pedinata ripetutamente per settimane da un personaggio, forse mediorientale, mai identificato. Le ragazzine, all’epoca iscritte alle scuole superiori, ne parlarono ai genitori e in Vaticano scattò l’allarme rosso. A quel punto l’influente papà le fece scortare dalla Gendarmeria nel tragitto verso scuola e di conseguenza, stando a un appunto riservato dei carabinieri, datato agosto 1984, che il Corriere è in grado di mostrare, i rapitori “ripiegarono” sulla figlia 15enne di Ercole Orlandi, dipendente della Santa Sede con un ruolo meno importante, semplice messo pontificio con trascorsi da elettricista, e quindi meno in grado di tutelarsi.



















































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L’allerta dei servizi francesi

Vediamo dunque come andò, con una premessa: la scomparsa della Orlandi fu preceduta da segnali premonitori. Da mesi in Vaticano correva voce di un imminente rapimento per ottenere la liberazione di Agca (condannato all’ergastolo nel luglio 1981), per effetto dell’alert diramato dai servizi segreti francesi dello Sdece, nella persona del loro capo, il marchese Alexandre De Marenches. È in questo contesto che, ben prima del maggio-giugno 1983 (mesi delle scomparse di Mirella e di Emanuela), le preoccupazioni avevano trovato un serio fondamento nel pedinamento sia delle figlie di Angelo Gugel sia di moglie e figlia di Camillo Cibin, il capo della Gendarmeria vaticana. Un’azione grave, dalla quale si potrebbe desumere la premeditazione del sequestro Orlandi, scoperta con un anno di ritardo, grazie a una serie di testimonianze concordanti.

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Ercole Orlandi: «L’ho saputo da Natalina»

Dopo i primi accertamenti, a essere convocato dai carabinieri del Reparto operativo di Roma, alle 19:20 dell’11 luglio 1984, fu lo stesso Ercole Orlandi, il quale mise a verbale: «Verso agosto-settembre del 1982, ho saputo da mia figlia Natalina che una ragazza a nome Raffaella Gugel era impaurita, si sentiva pedinata […] Molto spesso trovava una persona di circa 35 anni pronta a seguirla, a volte sull’autobus, a volte davanti alla scuola…» Attenzione alla logistica: Raffaella abitava nello stesso palazzo degli Orlandi, in piazzetta Sant’Egidio; chi le mise gli occhi addosso, quindi, doveva essere ben informato anche sui movimenti di Emanuela e delle sue sorelle. Una situazione analoga a quella vissuta dalla famiglia del comandante Cibin, il quale, secondo un suo sottoposto, il sovrastante dell’Ufficio di vigilanza della gendarmeria, Giusto Antonazzi, sentito dall’Arma il 5 luglio 1984, «aveva espresso preoccupazione nei riguardi di moglie e figlia, motivata dal fatto che i due familiari erano stato probabilmente pedinati» ed erano da qualche tempo «oggetto di particolare attenzione da parte di sconosciuti».

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La deposizione di Raffaella Gugel

Timori ingiustificati? Suggestioni? Macché. Quei pedinamenti avevano tutta l’aria di essere prove generali di quanto poi realmente accadde. Nell’estate 1984, mentre le famiglie di Emanuela e Mirella continuavano a seguire con il cuore in gola la sequenza di rivendicazioni corredate da richieste di “scambio” con il turco Agca, fu la diretta interessata, Raffaella Gugel, a chiudere il cerchio. La ragazza, interrogata il 24 luglio nella caserma dei carabinieri di via In Selci, confermò le voci fornendo dettagli e riportando la ricostruzione al 1981: «Alcuni giorni dopo l’attentato al Papa, mio padre mi disse di stare attenta perché nella Città del Vaticano erano circolate voci di un rapimento, in cambio del terrorista Alì Agca […] In quel periodo io andavo a scuola in corso Vittorio, istituto Gioberti. Alle 8,15 prendevo l’autobus 64 dal capolinea quasi di fronte all’ingresso di Sant’Anna e alla fermata successiva saliva un uomo sui 28-30 anni, con giacca e pantaloni sportivi, che prendeva posto a sedere e mi osservava ripetutamente. Questo si verificava per tre giorni di fila, poi vi era una sosta di un giorno. Durò due o tre settimane. Era alto metri 1.80, corporatura snella, carnagione scura, tipo nazionalità turca, capelli scuri ricci, occhi scuri…»

La possibile convocazione

Quale l’obiettivo del pedinatore? Studiare Raffaella, vittima predestinata, prima di entrare in azione (progetto poi sventato dalle contromisure prese da papà Angelo), oppure generare allarme, magari allo scopo di depistare? Su questo, oggi, potranno tornare utili le valutazioni della Bicamerale, che sta analizzato tutte le piste possibili, e non ha ancora convocato né le figlie di Gugel né i familiari del comandante Cibin (morto nel 2009).

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«Emanuela somigliava a Flaviana Gugel»

Va aggiunto un elemento che va oltre la mera curiosità e apre un ulteriore scenario: quello di uno scambio di persona. Nella sua deposizione, il padre di Emanuela (il quale in seguito dichiarerà che dietro il sequestro della figlia ci furono  i servizi segreti) aveva specificato: «Una sorella di Raffaella, a nome Flaviana, somigliava molto a mia figlia quando portava i capelli lunghi, ossia all’epoca della scomparsa […] Preciso che a detta di molti c’è molta somiglianza tra me e Angelo Gugel». Interrogato dal giudice Rosario Priore nel 1995, nell’ambito della terza inchiesta sull’attentato a Giovanni Paolo II, Ercole Orlandi confermerà: «Ribadisco che inizialmente ho ipotizzato che mia figlia fosse stata rapita al posto di Raffaella Gugel, figlia dell’aiutante di camera di Sua Santità. Quest’ultimo, infatti, mi aveva riferito che la figlia manifestava preoccupazione di essere seguita».

Pietro: «Mio padre si arrabbiò molto»

Spaventatissimi, i Gugel e i Cibin adottarono precauzioni, «facendo seguire le figlie dagli agenti della Gendarmeria» e, nel caso dell’aiutante papale, dopo la scomparsa di Emanuela, imponendo a Flaviana di «tagliare i capelli corti dopo averli tinti» e ad ambedue «di sospendere le attività sportive esterne». Ercole invece era stato tenuto fuori, non informato di nulla, con gran rammarico di tutti i suoi parenti e in particolare del figlio Pietro, che all’autore di questo articolo ha dichiarato: «Quando mio padre, molto tempo dopo, seppe dell’allarme francese si arrabbiò moltissimo. Lui non aveva avuto la considerazione degli altri e ad andarci di mezzo era stata Emanuela, l’unica che si muoveva da sola, per esempio quando andava a scuola di musica».

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«I rapitori ripiegarono su Emanuela»

Ricostruzione completa, o quasi. Con una postilla: furono gli stessi carabinieri del Reparto operativo, nell’informativa trasmessa al magistrato Domenico Sica in quell’estate del 1984, ad accreditare l’ipotesi di un complotto ordito a scopo di ricatto ai danni di cittadini vaticani. Premesso che «Raffaella Gugel era amica e assidua frequentatrice di Emanuela, tanto da accompagnarsi spesso con lei molti luoghi pubblici», che «la sorella di Raffaella Gugel, Flaviana, è molto somigliante a Emanuela», che «Angelo Gugel è molto somigliante a Ercole Orlandi, padre di Emanuela, tanto da essere scambiato spesso da molti con quest’ultimo», e che «dopo la scomparsa di Emanuela, presso la famiglia Gugel, sono giunte telefonate mute», gli investigatori così concludevano: «Tale situazione lascia ragionevolmente supporre che gli eventuali rapitori di Emanuela Orlandi, nella fase preparatoria dell’atto criminoso, abbiano avuto l’intenzione di ‘studiare le mosse’ della famiglia Gugel, molto vicina al Santo Padre e quindi costituente un obiettivo remunerativo per richieste di ogni genere, e in seguito abbiano ripiegato su Emanuela Orlandi per un errore, reso possibile dai punti sopra citati o per motivi sconosciuti». 
(fperonaci@rcs.it)


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17 gennaio 2026 ( modifica il 17 gennaio 2026 | 14:28)