Milano, 17 gennaio 2026 – “Il mio è un invito alle nuove generazioni di non procedere in accelerazione, ma di soffermarsi sull’ascolto e coltivare l’antico per comprendere il presente”. È l’intento di un grande artista capace di usare il linguaggio per creare mondi e storie indimenticabili e appassionate, tra libri, canzoni e lezioni: Roberto Vecchioni. Con l’uscita del suo ultimo saggio ’L’Orso bianco era nero. Storia e leggenda della parola’, in abbinamento al vinile 45 giri con i brani ’Parola’ e ’Vai, ragazzo’ tratti dall’album ’L’Infinito’. Un’occasione per far innamorare della parola, mezzo di libertà.
Scrittore, poeta, cantautore e docente di lettere. Professore, da dove nasce la sua passione per gli studi classici?
“Credo che sia innata, è cioè un modo di aprire gli occhi e vedere il mondo in un modo diverso da tante altre persone”.
E come?
“Come un complesso di armonie diverse, strane, difficili, che si devono incastrare in qualche maniera. Apprezzando la capacità della natura di mettere i colori sempre nel posto giusto e degli uomini, quelli migliori, di aver costruito case, ponti. Il concetto fondamentale dell’antichità, della grecità soprattutto, era che tutte le cose dovessero andare al proprio posto e di costruire una figura che ti riempisse, che ti desse la pienezza delle soddisfazioni della vita. Io sento una grande forza da tutto ciò che di bello hanno fatto gli uomini. Naturalmente ancora di più da quello che ha fatto Dio”.
Osservare il mondo apprezzando la capacità dell’uomo di non rovinare ciò che c’era prima ma tentare sempre di migliorarlo?
“Esatto. E non basta solo l’idea di essere più comodi. La bellezza è qualcosa che non si può spendere o comprare. La bellezza c’è e per fortuna è gratis. Basta cercarla”.
Adesso, forse, ’tutte le cose non sono al loro posto’.
“No. Lo penso anch’io”.
L’indipendenza da tutto ciò che sta attorno. La difesa della propria personalità. La capacità di volare. È il suo invito alle nuove generazioni con l’ultimo saggio, ma anche ciò che ha cercato di trasmettere ai suoi studenti…
“Il punto è che il mondo va vissuto, non lasciato lì. E, soprattutto, ci sono gli altri: è impossibile conoscere il mondo solo nel nostro orticello. Il mondo è fatto di tante cose che a noi sembrano anche assurde, ma che hanno una connotazione di valore importantissima”.
E proprio gli studi classici aiutano a tracciare una linea di confine tra vivere la vita o transitarci dentro e basta.
“Lo credo fermamente. Il mio nuovo brano “Vai, ragazzo”, oltre che un inno alla mia passione per gli studi classici è anche una specie di endorsement”.
Perché un giovane, nutrito da tecnologia digitale, robot e intelligenza artificiale, dovrebbe soffermarsi a studiare greco e latino?
“Innanzitutto perché lì è l’origine di tutto. Non esiste nessuna disciplina del nostro mondo occidentale che non derivi da qualche cosa che sia nata in Grecia. L’astronomia, la poesia, la tecnica, la matematica, tutto è venuto dal greco. Si scriveva la poesia forse anche meglio di adesso. Ancor prima di Galileo ci si chiedeva se la terra fosse rotonda. Ci hanno consegnato un mondo di interrogativi”.
Oggi ci poniamo ancora interrogativi? E che fine ha fatto lo spirito critico?
“I giovani non sempre se li pongono, si sono già resi conto che forse serve a poco, perché il mondo fuori, quello costruito disumanamente dai loro padri e dai loro nonni, non è né scienza, né arte, tanto meno futuro. Hanno inventato un loro gergo, un loro stilema, un modo di considerare la vita che è una specie di rifugio, in fin dei conti. Questo è bene e male: bene perché è un rifugio, male perché ci si dimentica che il mondo li ha messi nella situazione di crearselo”.
La parola. Il suo libro è un invito a innamorarsene, a non sciuparla e a riscoprirne l’essenza.
“Un libro che ha a che fare con la linguistica come io assomiglio a un orso bianco o nero. Il mio intento è farvi innamorare della parola. Sono i miei ottant’anni d’amore, raccolti da decine e decine di fogli sparsi qua e là nel tempo, stipati in block-notes, quaderni, schemi per lezioni, sghiribizzi personali, letture sottolineate, ricerche notturne, confronti, domande infinite, scoperte mai immaginate da altri. Un gioco famelico a sapere e chiarire, un’ubriacatura di luci intermittenti, ipnotiche, fatali, perché più ci entravo in quelle parole, più sentivo una foga irrefrenabile a entrarci, e comprendevo a pieno la “vera” essenza di tutto. La corposità, la fisicità di quelli che pensiamo solo suoni e, invece, sono codici risolti perché perfette in noi si rivelino le emozioni, nostre e degli altri. Le parole sono un groviglio logico di suoni che specchiano l’uomo. La parola è mistero”.
Un aneddoto curioso nella sua carriera da docente?
“Quante me ne sono capitate… anche di sbagliare. Ma quella più carina è quando vedevo i ragazzi all’ultimo banco che giocavano a carte. Io sono un mago con le carte. Me le facevo consegnare dicendo: ‘Adesso facciamo così: se vinco io vi do un due, se vincete voi vi lascio le carte e continuate a giocare. E in 26 secondi calavo tre assi…’.
Un messaggio?
“Alla nuova generazione: l’importante è non stare soli. Avere sempre qualcuno accanto con cui parlare, anche litigando senza violenza, ma che rappresenti il mondo, l’umanità e non solo se stesso. Non chiudersi, aprirsi”.