«Teheran era l’inferno»: iraniano racconta la repressione

 «È stato il momento più drammatico della mia vita»: Kiarash, 44 anni, era «nell’inferno» di Teheran fino a pochi giorni fa. Parlando al telefono con l’AFP dalla Germania, dove vive ed è tornato all’inizio di questa settimana, racconta di aver assistito alla violenta repressione delle proteste in Iran. Bastava una mossa sbagliata, racconta Kiarash, a decidere per la vita o la morte, ad esempio quando sabato scorso una persona armata ha aperto il fuoco su di lui e una folla di manifestanti nella capitale iraniana, durante un corteo che è stato represso con violenza. «L’ho visto con la coda dell’occhio, non saprei dire se fosse un uomo o una donna con il chador. Era meno alto di me, ma molto più veloce nel muoversi delle altre persone in piazza. Ho sentito delle esplosioni, solo dopo ho realizzato che si trattava di colpi di arma da fuoco. E ho visto con i miei occhi, con i miei occhi, tre persone crollare contemporaneamente», ricorda. «Il sangue – aggiunge – ha ricoperto la strada». La protesta, spiega ancora Kiarash, si era sviluppata nel mezzo di crescenti manifestazioni antigovernative, innescate dalle difficoltà economiche, in costante aumento di dimensioni e intensità dall’8 gennaio. ««Ho visto molte cose. Ho visto il sangue. Ho visto una madre che gridava nel cimitero di Behesht-e. Ho visto migliaia di persone e migliaia di cadaveri. Persone che chiedevano i loro diritti, senza nulla in mano, parlavano pacificamente», racconta. «Niente era normale, niente tornerà ad essere normale. La città, le persone e i loro volti, non saranno più le stesse persone».