«Ma è grave che per i miei genitori non fosse grave». L’attrice pluripremiata: «Mia figlia mi ha detto che se le do 10 euro a premio me li pulisce. Troppi. Allora li ho lasciati sporchi»

DAL NOSTRO INVIATO
BERLINO Ecco Valeria Bruni Tedeschi, vaporosa, elegante, brillante, candidata agli EFA berlinesi per gli Oscar europei, il film di Pietro Marcello su Eleonora Duse. «Mi fa piacere che mia mamma abbia detto alle sue amiche, mia figlia è nominata agli Oscar». Ha vinto tanti premi, «mia figlia è attaccata ai soldi e mi ha detto, te li posso pulire io. Ma vuole tanto, dieci euro a premio. Allora no. Perciò sono lì a casa, tutti sporchi». Il cinema europeo, gli autori, la qualità, poi arriva quello schiacciasassi di Checco Zalone e…Valeria sorride. «Allora se ho deciso di fare il mio prossimo film da regista in Italia, a Torino, non devo essere tanto furba, l’intuizione di dove andare per guadagnare non ce l’ho». Di cosa parlerà? «Don Ciotti non c’è come personaggio, ma è su un centro di giovani ispirato a uno di quelli creati da lui. La sua resistenza mi affascina, il suo impegno per la legge sui tossicodipendenti che non sono criminali ma malati». 
Ricorda che ha speso la vita per gli ultimi, «mi ha parlato di un prete disperato che gli ha detto di essere diventato donna, don Ciotti lo ha aiutato. Nel film c’è anche questo microcosmo, una specie di specchio dell’umanità più fragile. La droga fa parte delle mie preoccupazioni, mi tocca, mi abita, e quei ragazzi del centro hanno il coraggio di guardarsi dentro, di fare autoanalisi e di cercare di uscirne. Poi c’è sempre un po’ di autobiografia. Ogni donna ha il suo femminismo e anch’io faccio le mie battaglie. Sull’equità dei salari perché i soldi sono il simbolo della società; sull’assunzione della mia età; sul male della cultura della cancellazione, mia figlia dice sempre che Picasso tradiva e faceva impazzire le donne, allora che facciamo, chiudiamo il museo Picasso? E poi gli abusi sessuali. Io ho raccontato in un film gli abusi subìti da bambina, i miei genitori quando ne vennero a conoscenza mi guardarono con dolcezza, l’abuso all’epoca non era così grave, ma non posso essere arrabbiata con mia madre, è grave che per loro non fosse grave».




















































17 gennaio 2026