BERLINO Agli Oscar europei, gli EFA, come previsto trionfa con 6 premi Sentimental Value del norvegese Joachim Trier: «Vengo dai sobborghi dell’Europa, mio nonno era regista e fu imprigionato durante la guerra, la mia è una famiglia politica». Miglior film e regia, vincono i suoi due attori, Renate Reinsve con foulard alla campagnola (niente da fare per Valeria Bruni Tedeschi), e Stellan Skarsgård al primo riconoscimento EFA (non ce l’ha fatta Toni Servillo e nemmeno Sorrentino per la sceneggiatura di La grazia); poi sceneggiatura e compositore.
Gran premio speciale della giuria a Cannes, il protagonista di Trier è un regista di talento ma un padre inadeguato. L’unica cosa che sa fare è girare film. Cosa resta nei rapporti quando tanto tempo è passato? Dolore ereditario e senso di colpa. Cerimonia lunga 4 ore, più degli Oscar di Hollywood. 

Per l’Italia vince come miglior regista esordiente Greta Scarano. La vita da grandi è un film delicato e ironico sull’autismo attraverso due fratelli, una storia vera: «Non pensavo di vincere — dice Scarano — vorrei ringraziare una marea di persone, i miei produttori che hanno creduto nel film quando era solo un’idea fragile, e Matilda De Angelis che ha preso il film sulle spalle. I giovani giurati che mi hanno votato mi spingono ad avere speranze nel futuro di questo mondo disumano». Un film sull’autismo… «Rischiavo la lezioncina, ma non c’è compassione. È un tema che può essere complicato gestire senza retorica e buonismo, eravamo protetti dal tono ironico della storia, in realtà chi aiuta è il fratello autistico, la sorella si appoggia a lui, c’è un ribaltamento di ruoli». 
Cosa ha scoperto di sé grazie a questo film? «Che è difficile fare un film, e lasciarlo andare dopo averlo fatto». Torna a fare l’attrice, restando nella disabilità: «Sono una ragazza cieca in Piccolo miracolo di Guido Chiesa, dove incontro Marco d’Amore. Mi ha aiutata una ragazza non vedente, Vanessa Casu, faceva video che mandava al regista, a volte non inquadrava bene, mi ha insegnato tanto, per esempio che non devi prenderla sotto il braccio, deve essere lei a farlo, è molto brava, avvezza all’uso dei social».
Agli EFA vince anche il documentario italo-croato Fiume o morte! di Igor Bezinovic, sull’impresa di D’Annunzio raccontata dagli abitanti di oggi: il regista fa un appello contro la militarizzazione in Germania.
A sorpresa, l’apertura è affidata a Jafar Panahi, il regista dissidente iraniano che è stato appena ricondannato a un anno di galera nel suo Paese in fiamme. Un intervento duro, quello di Panahi, che aveva tre candidature per Un semplice incidente. Parlando nella sua lingua, ha detto che è «il periodo più cruciale della nostra storia, un popolo a mani nude è sceso in strada per difendere il diritto alla vita e per pronunciare di nuovo il nome della libertà. Il governo risponde col suo linguaggio abituale. Una strage senza precedenti. L’unico linguaggio che conosce è quello della violenza, è in atto un inimmaginabile massacro: 12 mila morti in 48 ore».
E ancora: «Ci sono stati dieci giorni di blocco di Internet e di ogni forma di comunicazione, perché nessuno voce potesse uscire. E poi gli arresti di massa, la legge marziale. Non è solo il dolore di un paese, se il mondo non reagisce è in pericolo il mondo intero, l’Europa, gli USA. Come registi, la nostra missione è di rifiutare il silenzio. Questo è il tempo di sangue e fiamme, di morte e oscurità, dei crimini e non della neutralità». Infine, come avviene ai festival: «Dichiaro aperta la cerimonia».



















































Quattro premi tecnici per SIRAT di Oliver Laxe, il regista spagnolo, 43 anni, alto due metri, capelli lunghi fin sulle spalle, girato nel deserto marocchino, ipnotica colonna sonora, nella comunità dei raver (di cui ha fatto parte anche il regista) che a bordo di fuoristrada passano da un raduno all’altro per ballare e sballarsi, perdersi al ritmo della techno assordante cercando di dare un senso all’esistenza.

17 gennaio 2026