di
Antonella Baccaro
La linea della maggioranza: difendiamo l’operato, non i nomi
Che ne sarà adesso dei tre membri dell’Autorità per la Privacy dopo le dimissioni del quarto, l’avvocato Guido Scorza? A termini del regolamento interno, il Collegio s’intende regolarmente insediato se ci sono tre componenti, tra cui il presidente. Le decisioni possono essere, in questa composizione, validamente assunte. Al Parlamento verrà inviata una richiesta di sostituire il consigliere che si è dimesso e spetterà all’opposizione indicarlo.
Ma è chiaro che il problema non è solo burocratico. Fino a che punto possono resistere gli altri tre membri? Com’è noto, le norme attuali non assegnano a nessuno il diritto di revoca: il regolamento europeo che stabiliva che fosse la legge nazionale a decidere il meccanismo è stata finora disatteso. Ecco perché c’è chi, come Angelo Bonelli (Avs), propone di inserire nel decreto Milleproroghe una norma ad hoc per colmare l’attuale lacuna. Una lacuna che però, secondo alcuni giuristi, è voluta, perché assegnare alla politica il diritto di revoca sarebbe un vulnus per l’indipendenza dell’Autorità.
Quanto ai tre membri del Collegio, mentre su di loro si addensano le nubi di una verifica della Corte dei Conti, l’unica cosa certa al momento è che resistono. Almeno fino alla puntata di Report di stasera, per vedere se esistono addebiti ulteriori cui far fronte.
La linea difensiva l’ha già tracciata il presidente Pasquale Stanzione nell’intervista concessa al Tg1. Primo: le spese fatte sono state tutte autorizzate. E qui c’è un’evidente chiamata in causa di chi le avrebbe autorizzate. Il riferimento potrebbe essere all’ex segretario generale Angelo Fanizza, diventato nel frattempo uno dei maggiori accusatori nell’inchiesta giudiziaria. Se ne ricorderanno le dimissioni dopo l’assemblea dei dipendenti che denunciarono il tentativo di spiare la loro corrispondenza effettuato dall’Autorità per trovare la talpa che avrebbe fornito la documentazione a Report. Episodio che fu addebitato a Fanizza, costretto a lasciare. Il secondo elemento della difesa del Garante riguarda proprio il modo in cui Report avrebbe acquisito il materiale delle inchieste. L’ipotesi è che l’acquisizione non sia stata legittima e dunque che il materiale sia inutilizzabile.
Ma c’è un altro punto, tutto politico. Le dimissioni a sorpresa di Scorza, se da una parte incrinano il muro difensivo innalzato dal Garante, dall’altra rendono ancora più evidente come la questione stia diventando squisitamente politica. Scorza, indicato a suo tempo dal M5S, era l’unico membro del Collegio il cui operato non fosse stato direttamente collegato al governo in carica. Le accuse nei suoi confronti, mosse prima di tutto da Report, riguardavano i rapporti intrecciati con multinazionali come Meta, i cui smart glasses furono sanzionati dall’Autorità con una multa da 44 milioni finita però poi nel nulla. Diversamente dal presidente Pasquale Stanzione (indicato dal Pd) e dagli altri due membri, Agostino Ghiglia e Ginevra Cerrina Feroni (scelti dal centrodestra), rispetto ai quali Report ha ipotizzato intrecci attuali e frequenti — estranei all’inchiesta giudiziaria — con i partiti di governo.
A questo punto gli schieramenti in campo sono netti. E a darne ulteriore conferma, sono arrivate le dichiarazioni della premier Giorgia Meloni dal Giappone. A chi le chiedeva se il collegio avrebbe dovuto dimettersi, la presidente ha risposto: «Sull’inchiesta non ho elementi per giudicare. Mi rimetto alla magistratura, della quale mi fido». Affermazioni neutre che, però, a chi le attendeva con una certa trepidazione nel fortino dell’Autorità, sono parse rassicuranti.
La linea del centrodestra è dunque ormai definitivamente chiara: disconoscere la paternità del collegio, nominato sotto il governo Conte II, ma non il suo operato. Uno dei motivi di questa presa di posizione è sotto gli occhi di tutti: concedere a Report lo scalpo dell’Authority non è ammissibile.
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17 gennaio 2026
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