di
Laura Cuppini
Intervista a Stefano Vicari, direttore della Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma
«Non basta fare appello a un generico disagio dei giovani per spiegare vicende come quelle di La Spezia». Stefano Vicari, direttore della Neuropsichiatria infantile all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma e professore di Neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore, lo dice senza mezzi termini: «È sbagliato medicalizzare tutto, quasi a voler giustificare qualcosa che invece non deve essere tollerato».
Temperamento e educazione
Perché un 18enne può arrivare a distruggere la vita di un coetaneo e, così facendo, anche la propria?
«Sono tanti i fattori in gioco. In primo luogo c’è il temperamento: una persona può essere, di natura, molto impulsiva e non sopportare le frustrazioni. Ma il carattere di un bambino si forma anche con l’esperienza. Lo stile educativo che i genitori scelgono di adottare fa la differenza. Pensiamo a una malattia, per esempio un tumore: si può nascere con una predisposizione familiare, ma lo stile di vita incide enormemente sulla possibilità di ammalarsi».
Cosa può scattare nel cervello di un ragazzo?
«Gli adolescenti, rispetto agli adulti, hanno meno fattori inibitori. Le regioni frontali del cervello, che ci fanno contare fino a dieci prima di agire, maturano a 25-30 anni. Ma questo non significa che un ragazzino debba necessariamente mettersi in pericolo o compiere azioni estreme. Come dicevo, le azioni dipendono anche dal temperamento e dall’educazione ricevuta in famiglia».
Come si sviluppa un comportamento violento?
«Può esserci alla base un disagio sociale ed economico, ma non è detto. E, soprattutto, un conto è il disturbo mentale e un altro la delinquenza. Non sempre le due cose sono connesse. Esiste invece un legame molto chiaro tra l’uso di sostanze psicoattive, sempre più diffuse tra i giovanissimi (in particolare alcol e droghe, ma anche psicofarmaci), e i comportamenti disregolati».
Il livello di aggressività sta peggiorando, in generale?
«C’è una “cultura” della violenza che regola i rapporti, come stile di risoluzione dei conflitti. Sopraffazione, desiderio di possesso, non rispetto dell’altro: sono dinamiche ben visibili nella società, anche tra gli adulti, e soprattutto veicolate da contenuti che girano in Rete. I rapporti di coppia tra giovanissimi sono spesso improntati a una sorta di dominazione: è considerato normale controllare il cellulare del partner o dire alla ragazza come si deve vestire in determinate situazioni, chi può frequentare».
Cosa possono fare gli adulti?
«Hanno un ruolo importantissimo nel costruire comportamenti corretti. Capita invece che la fatica educativa venga delegata ai dispositivi digitali. Se diamo lo smartphone a un bambino frustrato, arrabbiato, triste, solo per non dovercene occupare, questo lo porterà ad essere incapace di leggere e riconoscere le emozioni, proprie e altrui. Secondo alcuni studi, gli stalker non sono in grado di decifrare la paura o il disagio provati dalle loro vittime».
E la scuola?
«È il luogo dove i ragazzi imparano le relazioni tra pari. La scuola deve educare, non solo portare a termine dei programmi. Mi sembra che nelle aule, oggi, manchi un po’ la cultura del confronto di idee in cui le diverse opinioni hanno pari valore. Si dà molta importanza alle prestazioni. Pensiamo per esempio all’educazione affettiva e sessuale, di cui si è discusso parecchio. Moltissimi adolescenti maschi sopra i 14 anni frequentano regolarmente siti porno. C’è un abuso di Viagra e simili nei giovani. Tutto si riduce a prestazione, esibizione. Dobbiamo chiederci: stiamo educando i nostri figli all’affettività responsabile?».
Come parlare ai bambini dell’episodio di La Spezia?
«Raccontiamo la verità, sottolineando che il mondo è un luogo bello in cui abitare, in cui però esistono anche dei mostri da cui bisogna imparare a difendersi. Insegniamo che nelle situazioni di pericolo si deve scappare, chiedere aiuto, mettere in sicurezza sé stessi e se possibile anche altri, senza dover dimostrare niente a nessuno».
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17 gennaio 2026
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