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Federico Rampini; infografica di Sabina Castagnaviz e Samuele Finetti
La sua politica ha dato nuove leve economiche agli Stati Uniti: i giudizi negativi dell’Europa e un bilancio da prospettive diverse
Un anno di politica estera di Trump: il bilancio cambia a seconda dei punti di osservazione. La prospettiva europea è nota: in dodici mesi da «bullo sfascia-tutto» questo presidente ha indebolito le alleanze dell’America fino a minacciarne la sopravvivenza, ha precipitato il mondo nel protezionismo, ha favorito i due massimi autocrati di Pechino e Mosca, ha esaltato il ruolo della forza bruta e riportato in auge una logica delle «sfere d’influenza» che può solo indebolire l’Occidente. Il tocco finale arriva con la minaccia di nuovi dazi dal 10% al 25% contro quegli alleati che ostacolano le sue mire sulla Groenlandia.

Poiché questa narrazione è dominante nel Vecchio Continente, vale la pena prendere in considerazione un’alternativa, mettersi in una prospettiva non eurocentrica. Partendo proprio dall’Europa. Trump ha ottenuto quel che nessuno dei suoi predecessori era riuscito ad avere. Forti aumenti nelle spese militari, in direzione del 3,5% del Pil e in prospettiva del 5%.
Un ripensamento del modello economico tedesco, che con Merz abbandona il paradigma della crescita trainata dalle esportazioni e spinge la domanda interna, contribuendo così ad aggiustare i macro-squilibri dell’economia mondiale. Sono cambiamenti importanti, nessuno dei quali ha provocato le catastrofi preannunciate: la crescita tedesca è in ripresa.

Qualcosa di simile sta accadendo in Estremo Oriente. Due alleati Usa, il Giappone e la Corea del Sud, prendono atto che non potranno contare in eterno su una protezione americana illimitata, e si riarmano. È una risposta al dilemma esposto fin dagli anni Ottanta dallo storico militare Paul Kennedy: gli imperi muoiono spesso per collasso finanziario da ipertrofia degli impegni militari. L’America resta l’economia più ricca e dinamica del pianeta (il sorpasso cinese continua a essere rinviato) ma deve ritrovare un equilibrio sano fra le risorse della sua economia e la dilatazione della sua presenza militare.

In Medio Oriente l’America ha aumentato la propria influenza al punto che in quella parte del mondo si configura un nuovo periodo «unipolare». La caduta di Assad in Siria, i colpi inferti da Israele ad Hamas ed Hezbollah, il raid Usa del 21 giugno 2025 sui siti nucleari iraniani, la vasta coalizione di nazioni arabe e islamiche appoggiano il Piano Gaza di Trump: mai nella storia recente gli Stati Uniti erano stati così influenti, sono l’unica superpotenza esterna che ha il ruolo di arbitro.
Cina e Russia hanno dato prova d’impotenza quando i loro alleati e i loro interessi erano minacciati.
Idem in Venezuela. Un anno fa Maduro figurava nel quintetto che si auto-definiva l’Asse della Resistenza: Cina, Russia, Iran, Venezuela, Corea del Nord. Due membri di quell’Asse sono malconci. A Caracas la sopravvivenza del regime sembra condizionata alla sua sottomissione a Washington. Il fatto che nel frattempo russi e cinesi coinvolgano il Sudafrica in manovre navali congiunte è una magra consolazione, tanto più che quelle esercitazioni dovevano unire i Brics ma l’India si è sfilata.

Un’America che affida la sua politica estera alle prove di forza spaventa gli europei che vogliono un mondo basato sul diritto internazionale. «Gli europei vengono da Venere, gli americani da Marte», era un celebre saggio del 2003, uscito nel mezzo di una crisi atlantica in cui la Nato venne data per defunta.

Il bilancio fatto a Pechino e Mosca è diverso. Il dibattito dei maggiori esperti cinesi di geopolitica, tutti vicini al regime, tradisce preoccupazione per l’irrilevanza di Xi Jinping nelle crisi del momento (Venezuela, Iran). Putin continua a sperare che «l’amico Donald» lo cavi d’impiccio; intanto la sua «operazione-lampo» in Ucraina ha già superato per durata l’impegno sovietico nella Seconda guerra mondiale, e la censura di Mosca non riesce a silenziare sondaggi sulla crescente impopolarità del conflitto. Le sanzioni petrolifere di Trump, più severe che ai tempi di Biden, aggravano la crisi russa.

La Cina accumula altrove trionfi commerciali (1.200 miliardi di attivo) ma arretra pesantemente sul mercato americano protetto dai dazi. Xi tesse una tela alternativa, cerca di attirare verso di sé Ue e Canada disgustati dal bullismo trumpiano. Però sia Bruxelles che Ottawa negoziano con Pechino delle auto-limitazioni dell’export made in China basate su tetti quantitativi: cioè abbracciano il protezionismo che fu praticato da Ronald Reagan contro il Giappone negli anni Ottanta, invece di quello di Richard Nixon degli anni Settanta (il modello per Trump).

In questo universo parallelo la prepotenza paga, perché il mondo non è regolato dal galateo e dai buoni sentimenti. La principale fragilità americana resta interna. La nazione è divisa, a novembre l’opposizione democratica può conquistare il Congresso. Tra un anno a quest’epoca Trump potrebbe già essere un’anatra zoppa, magari sottoposto a impeachment, e anche la politica estera americana sarà in bilico. Gli avversari e gli alleati stanno facendo il conto alla rovescia.

18 gennaio 2026 ( modifica il 18 gennaio 2026 | 08:30)
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