Gianni Bugno è una marea che sale lenta e inesorabile, come quando correva e i suoi avversari si accorgevano che quell’allungo era un vero e proprio scatto ma ormai non avevano più scampo.
Alla presentazione del libro di Marco Bonarrigo “Pogacar, il re schivo” (Solferino, 2025), l’ultima tirata la fa Pier Augusto Stagi, il direttore di Tutto Bici ha il compito del regista, e fa da gregario allo scatto del campione.
Appena si fa da parte gli lascia la parola Bugno non ha dubbi e allunga con le parole come faceva con i pedali in gara.
Il WorldTour? Secondo Bugno non dà scampo
Bugno parte da un principio elementare, che però nel ciclismo sembra spesso ignorato: «Nessuno sponsorizza per hobby. Nemmeno nel ciclismo, nemmeno quando c’è passione, storia o legame territoriale. Uno sponsor entra se vede un ritorno, o almeno una prospettiva credibile di ottenerlo. Oggi, per molte squadre, questa prospettiva semplicemente non esiste.
Il cuore della questione è il WorldTour. Nato per dare stabilità, ha finito per creare un sistema chiuso, dove le stesse squadre partecipano sempre alle stesse corse, in particolare ai grandi giri. Il Giro d’Italia, il Tour de France e la Vuelta sono l’unico vero palcoscenico globale del ciclismo: tutto il resto, dal punto di vista mediatico, è secondario.
«Il problema – sottolinea Bugno – è che le squadre Professional e Continental ne restano escluse quasi sistematicamente. Qualche wild card, qualche eccezione, ma nulla che possa essere considerato un percorso. E senza accesso ai grandi giri, lo sponsor sa già che il suo marchio resterà confinato a corse minori, spesso invisibili al grande pubblico.
In queste condizioni, investire diventa irrazionale. Perché un’azienda dovrebbe mettere milioni su una squadra che, per regolamento, non potrà mai correre dove conta davvero? Il ciclismo chiede molto, budget crescenti, strutture, personale, ma offre sempre meno garanzie».
È una contraddizione che, secondo Bugno, nasce direttamente dalle scelte dell’UCI.
L’ex campione del mondo non punta il dito contro i grandi team. Anzi, riconosce che anche loro sono vittime di un sistema fragile, basato esclusivamente sulla sponsorizzazione. Ma è evidente che l’attuale numero di squadre World Tour è eccessivo rispetto allo spazio reale disponibile nei grandi eventi. Troppe licenze garantite, troppo pochi slot liberi.
La proposta di Bugno: ridurre le squadre World Tour
Da qui la proposta: ridurre il numero delle squadre World Tour. «Non per penalizzare qualcuno, ma per riaprire il sistema, liberare posti nei grandi giri e creare una vera mobilità sportiva. Un meccanismo che permetta alle squadre Professional e Continental di crescere, di programmare, di promettere qualcosa di concreto ai propri sponsor».
Per Bugno, questo passaggio è decisivo anche per la sopravvivenza del ciclismo nei Paesi storici.
«Senza accesso ai grandi giri, le squadre nazionali diventano semplici vetrine locali o, peggio, vivai a basso costo per i team stranieri. Investono nella formazione, ma non raccolgono i frutti. Il talento se ne va, l’identità si perde, il movimento si indebolisce.
«Vi pare possibile che le nazioni che hanno le gare a tappe più importanti, dopo il Tour de France, siano quelle che soffrono di più come squadre? Perché anche la Spagna non è messa bene»
Un problema di visibilità
Il secondo allungo, Bugno, lo piazza parlando di visibilità.
«C’è poi un aspetto mediatico importante: la visibilità nel ciclismo è spietata. Non esiste una copertura equilibrata. Le immagini televisive seguono chi vince, chi attacca, chi domina. Se una squadra non è al via delle grandi corse, o se vi parte senza reali possibilità, lo sponsor sparisce dallo schermo. E senza schermo, non c’è ritorno.
«A differenza di altri sport, nel ciclismo le squadre non partecipano alla redistribuzione dei diritti televisivi. Non vendono biglietti, non hanno stadi, non incassano dall’evento. Tutto si regge su un unico pilastro: lo sponsor. È un modello fragile, che richiederebbe aperture e tutele, non ulteriori chiusure.
«L’UCI continua invece a muoversi nella direzione opposta: protezione delle licenze, aumento dei requisiti economici, crescita dei costi, senza una reale riflessione sull’accesso. Il risultato è un ciclismo sempre più elitario, sempre meno diffuso, sempre più dipendente da pochi grandi finanziatori.
«Il rischio – avverte – è sistemico. Quando il numero di sponsor diminuisce, non spariscono solo le squadre piccole. Si impoverisce tutto il movimento: meno corse, meno atleti, meno storie, meno interesse. E alla lunga, anche i grandi team ne pagano il prezzo, perché senza base non c’è vertice che regga».
La posizione di Bugno non è una richiesta di assistenzialismo, ma di coerenza regolamentare. Se il ciclismo vuole essere un sistema professionale, deve offrire percorsi chiari, accessi meritocratici, prospettive reali. Altrimenti continuerà a chiedere investimenti senza poterli giustificare.
In definitiva, il messaggio è netto:
«Finché l’UCI non affronterà il nodo del numero delle squadre World Tour e dell’accesso ai grandi giri, il problema degli sponsor resterà irrisolto. E il ciclismo, pur crescendo in tecnologia e performance, rischierà di restringersi sempre di più, perdendo proprio quella dimensione popolare che lo ha reso grande».
Per la visibilità bisogna considerare i circuiti
«Pensate a uno sponsor che cerca visibilità, se la cerca nel ciclismo rischia di essere tagliato fuori appena Pogacar va in fuga, magari è uno sponsor sulla maglia dei “disperati” che provano a inseguirlo, le fughe da lontano finiscono col vederle in pochi, il momento importante è nell’ora finale di corsa. Sì, la gara la trasmettono tutta, ma se la guarda solo Magrini (il commentatore di Eurosport, ndr) e pochi altri – ride – E allora cosa fa lo sponsor?»
Nel ragionamento di Gianni Bugno sui circuiti e sugli spettatori a pagamento non c’è alcuna nostalgia per un ciclismo “romantico” e incontrollato. Al contrario, l’ex campione del mondo parte da una constatazione pragmatica: «Oggi il ciclismo soffre di un problema strutturale di visibilità, soprattutto per chi non fa parte dell’élite assoluta. E senza visibilità non esiste ritorno economico, né per le squadre né per gli sponsor».
Bugno fa un paragone diretto con il calcio, uno sport che, al di là delle differenze, ha costruito il proprio modello proprio sulla continuità dell’esposizione mediatica.
«Anche una squadra ultima in classifica, quando affronta la capolista, gioca davanti a un pubblico, viene trasmessa in televisione, garantisce visibilità ai propri sponsor. Il risultato sportivo può essere scontato, ma l’evento esiste comunque.
«Nel ciclismo, invece, questa logica non c’è. Se una squadra non è al via delle grandi corse, semplicemente scompare. Non esiste un “campionato” che garantisca appuntamenti regolari, non esiste un contesto in cui anche i più deboli abbiano un momento di esposizione assicurata. È un sistema che premia solo chi è già in alto e rende invisibili tutti gli altri».
Da qui l’apertura di Bugno ai circuiti e agli eventi strutturati, anche con pubblico pagante. Non come tradimento della tradizione, ma come tentativo di creare occasioni riconoscibili, programmabili, ripetibili.
«Un circuito permette di concentrare pubblico, telecamere, sponsor. Permette di sapere quando e dove si corre, chi corre, e soprattutto chi viene visto».
Secondo Bugno, il problema del ciclismo non è tanto la gratuità o il pagamento del biglietto, ma l’assenza di un format che renda ogni gara un evento. Le corse su strada tradizionali hanno un fascino enorme, ma sono difficili da vendere: «sei ore di gara, azione diluita, visibilità discontinua. Nei circuiti, invece, l’azione è continua, lo sponsor è sempre inquadrato, il pubblico resta coinvolto».
Il concetto chiave è quello della continuità. «Nel calcio, ogni weekend offre partite, rivalità, classifiche aggiornate. Nel ciclismo, invece, il calendario è frammentato e gerarchico: poche corse contano davvero, tutte le altre vivono ai margini. Bugno vede nei circuiti un modo per colmare questo vuoto, creando eventi in cui anche squadre meno forti possano esistere mediaticamente».
Pubblico pagante?
C’è poi il tema del pubblico pagante, che Bugno non demonizza. «Pagare un biglietto, in questo contesto, significa riconoscere valore all’evento. Significa creare servizi, accoglienza, un’esperienza più completa. Non è una negazione del ciclismo popolare, ma una sua possibile evoluzione, se ben gestita».
Naturalmente, Bugno non propone di sostituire il ciclismo su strada con i circuiti. La sua è una visione integrativa, anche se la battuta la fa «tanto ormai ci si sposta sempre, si può fare una tappa qui e una lì…”.
«I grandi giri restano centrali, ma non possono essere l’unico orizzonte. Servono format intermedi, visibili, sostenibili, che permettano alle squadre di dire agli sponsor: “ci vedrete correre, sempre”».
In questo senso, i circuiti diventano una risposta allo stesso problema che Bugno individua sugli sponsor e sul WorldTour: un sistema che rende invisibile chi non vince.
«Se il ciclismo vuole sopravvivere come sport professionistico diffuso, deve accettare l’idea che la visibilità non può essere un premio riservato a pochi, ma una condizione di base».
Il messaggio è chiaro e coerente: non è la tradizione a essere in pericolo, ma la sostenibilità. E in un ciclismo che fatica a garantire ritorni economici, i circuiti – se ben progettati – possono diventare non una scorciatoia, ma una necessità.