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Alfio Sciacca, inviato a Chiavari
La criminologa: «Ora io e la mamma tiriamo un sospiro di sollievo. Quella donna continua a farmi paura»
La sentenza per l’omicidio di Nada Cella è un po’ merito suo. Soddisfatta?
«Non si tratta di essere soddisfatti. Io, la mamma e tutti quelli che hanno lottato per la verità, tiriamo un respiro di sollievo. Ma non si può gioire. Qui è morta una ragazza e la vita della mamma è stata distrutta».
Antonella Delfino Pesce, veterinaria, genetista e criminologa, con caparbietà è riuscita a far riaprire il caso che ha portato alla condanna a 24 di Anna Lucia Cecere.
Se lo aspettava o temeva?
«Non sono giurista e non azzardavo pronostici. Posso dire che nei giorni scorsi avevo preparato la mamma Silvana anche ad una possibile assoluzione».
Come è cominciato tutto?
«Da un master in criminologia a Genova. Per la tesi io scelsi un altro cold case, ma la famiglia non diede la disponibilità. All’epoca mi ospitava un giornalista del Secolo XIX. Fu lui dirmi: “Te lo do io un caso. Non arriverai a nulla, ma almeno ti sbrighi in fretta”. Così conobbi Silvana. Era il 2017. Vista la mia formazione da genetista, mi dovevo occupare della parte genetica. Ma Silvana mi disse: “Ti va di spulciare tutti i fascicoli?”. Dissi: “Non l’ho mai fatto”. E lei: “Tanto peggio di così cosa vuoi che succeda?”».
Cosa trovò nella carte?
«Erano 12 mila pagine di cartaceo. Le ho lette tutte. Alcune erano così sbiadite che le mettevo contro il vetro e le ricalcavo. Individuai 5 piste, ma non portavano da nessuna parte. L’unica che aveva un senso portava alla Cecere. Ma mancava un vero appiglio».
Fino a quando non saltò fuori la storia dei bottoni.
«All’epoca dei bottoni non sapevo nulla. Nelle carte si parlava solo del bottone sotto al cadavere, ma non dei bottoni in casa Cecere. Decisi così di andarla a trovare a Boves».
E cosa successe?
«Cominciò benissimo e finì malissimo. All’inizio era disponibile e parlammo a lungo. Finché, casualmente, non gli dissi che a Chiavari avevo conosciuto un tale che poi era il suo ex. Lì ebbe una reazione spropositata e mi aggredì verbalmente. Per giorni continuò perseguitarmi».
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Perché?
«Non capivo, perché non sapevo che i bottoni trovati a casa erano uguali a quello sotto al cadavere e provenivano dalla giacca del suo ex. Mostrò la coda di paglia. Lei sapeva che i bottoni erano stati trovati in casa sua. Io no».
Chi li aveva trovati?
«I carabinieri, ma il pm dell’epoca Filippo Gebbia non passò l’informazione alla polizia giudiziaria. Quando andarono disse di non fargli perdere tempo perché avevano già individuato l’assasino che per loro era Soracco. Sono stata io poi a ripescare il verbale dei carabinieri e portarlo al procuratore Cozzi, che riaprì».
È vero che furono decisivi anche gli articoli di Marco Imarisio sul «Corriere»?
«Assolutamente. Lui prese una querela da Gebbia perché aveva scritto “prelievi del Dna non concessi per ripicca e intercettazioni negate per cavilli”. Era proprio così. Tanto che poi fu prosciolto. Evidentemente Imarisio sapeva delle tensioni che all’epoca c’erano tra il pm e i carabinieri».
In questo caso non è stata decisiva la prova del Dna.
«Ed è un bene. Lo dico da genetista. Il Dna è importante ma va maneggiato con cura. La prova scientifica non può essere la stampella di un’indagine zoppa».
Ora la chiamano anche per lavorare su altri cold case.
«Sì. Ho già portato alla riapertura altri quattro casi».
È vero che teme la Cecere?
«Sì, quella donna continua a farmi paura».
Lei ama i cavalli e dice che questo l’aiuta nel suo lavoro.
«Ho fatto gare a livello agonistico. I cavalli mi hanno insegnato tutto. Gli animali hanno una marcia in più: non potendo fare affidamento sul linguaggio verbale, sviluppano intuito e sensibilità superiori rispetto a noi».
17 gennaio 2026 ( modifica il 18 gennaio 2026 | 18:11)
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