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Massimo Gaggi
L’ad della società di intelligenza artificiale snobba le critiche e rassicura sulla tenuta dei conti, ma la società è in perdita fino al 2030. Intanto decollano gli avversari come Gemini di Alphabet e Claude di Anthropic
Da più di mezzo secolo ci lavorano fior di scienziati e ingegneri informatici ma da tre anni, dal lancio di ChatGPT da parte della sua OpenAI, Sam Altman è il testimonial planetario dell’intelligenza artificiale. E lo è nonostante abbia usato (anzi, fatto usare, visto che non è scienziato né ingegnere) tecnologie altrui, soprattutto i transformer di Google, per costruire i modelli linguistici intelligenti. Da mesi, però, la stampa economica anglosassone ha smesso di rappresentare Altman come l’oracolo dell’AI preferendo altre immagini: un equilibrista che cammina su una fune o pedala forsennatamente su un monociclo. Se si ferma, cade.
Esagerazioni di giornalisti che hanno sempre voglia di dissacrare? Oppure Altman, capo di un’impresa straordinaria ma non più primatista assoluta e condannata ad accumulare gigantesche perdite prima di diventare profittevole nel 2030, è davvero in difficoltà?
Sam ignora le critiche e tira dritto. Sei mesi fa ha promesso che, grazie alla tecnologia OpenAI, il 2026 sarà l’anno della «singolarità gentile»: un’AI che raggiungerà o supererà le capacità umane, ma lo farà in modo morbido, non minaccioso per l’umanità. Certo, i problemi finanziari sono grossi e Gemini 3 di Google ha offerto prestazioni migliori della versione 5 di ChatGPT, come ha ammesso a novembre lo stesso Altman attivando un «codice rosso» in azienda. Ma ora dice che con la versione 5.2 il gap è colmato il gap.
I dubbi
Gli scettici ritengono che questo imprenditore visionario ma privo di competenze ingegneristiche stia governando l’azienda con accordi industriali a raffica mentre costruisce intorno alla società una narrativa rassicurante su rischi e opportunità di una super-intelligenza artificiale che lui considera dietro l’angolo. Ma lo storytelling, aggiungono, non basta a mascherare le difficoltà, anche se OpenAI ha ottime carte da giocare, grazie a un team di cervelli di primordine. Il 2026 sarà, dunque, l’anno della verità per Sam Altman.
Sul piano industriale ci si chiede se ChatGPT, incalzato da Gemini 3 e da Claude di Anthropic, riuscirà a restare all’avanguardia nel campo degli Llm, i modelli di AI. ChatGPT, con 910 milioni di utenti, è ancora in vantaggio sull’intelligenza di Google che è a quota 650-700, ma cresce più rapidamente proprio grazie a Gemini 3. E l’azienda di Alphabet può conquistare altre fette di mercato grazie ai 4 miliardi di utenti che usano i suoi servizi (Android, il motore di ricerca, YouTube). Ma Google non riesce a monetizzare la sua forza di mercato. Anzi, spingendo gli utenti verso le risposte dell’AI, rischia di cannibalizzare il suo business principale, la pubblicità legata al motore di ricerca. Ma i problemi di Google sono niente rispetto a quelli — tecnologici, ma soprattutto economico-finanziari — di OpenAI. L’azienda di Altman non è più la dominatrice assoluta della nuova tecnologia. Se la deve vedere con diversi concorrenti, da Gemini al modello Claude di Anthropic, efficacissimo, ma specializzato più per l’area business, che per il mercato consumer.
Inference tax
La vera palla al piede di Altman, però, è la cosidetta inference tax. In realtà, più trappola che tassa: paradossalmente OpenAI non solo non guadagna, ma più produce, più perde. Questo perché i costi di addestramento dell’AI e il costo delle risposte agli utenti (energia e altro) sono molto superiori ai ricavi: più utenti, più richieste, più perdite. È normale per una startup accumulare inizialmente disavanzi che poi calano e diventano guadagni giganteschi quando il nuovo prodotto informatico va a regime. Basti pensare ai primi anni stentati di Amazon che perdeva ma continuava a crescere. Gli investitori sono stati tolleranti anche con OpenAI. Ma dopo tre anni di perdite crescenti la «luna di miele» sta finendo. Altman non fornisce dati precisi, ma quelli usciti clandestinamente dall’azienda sono impressionanti: la società, che l’anno scorso ha perso 9 miliardi di dollari, quest’anno ne brucerà 17. E nei prossimi esercizi le perdite continueranno a crescere perché la società investirà moltissimo per restare leader: un buco di circa 35 miliardi nel 2027 e poco meno di 50 nel 2028. Solo nel 2030 arriverà il sospirato profitto.
Un sistema circolare
Come recuperare i 150 miliardi che OpenAI dovrebbe bruciare in questi suoi primi anni? Altman tira dritto: a un azionista che gli chiedeva garbatamente notizie sulla situazione finanziaria ha risposto secco: «Se vuoi vendere la tua quota in OpenAI ti trovo un compratore». L’anno scorso la società ha raccolto finanziamenti per ben 60 miliardi di dollari sulla base di un valore stimato di OpenAI di 500 miliardi: un record assoluto per un’impresa privata che Sam vuole battere quest’anno cercando di raccogliere 100 miliardi sulla base di una valutazione della società salita a 840 miliardi. Ci riuscirà? Forse sì ma in tanti notano che ormai siamo oltre la finanza: solo psicologia.
In realtà intorno a OpenAI si è creato un sistema di finanza circolare (Nvidia finanzia OpenAI che con quei soldi compra i suoi chip e acquisterà anche 300 miliardi di dollari di capacità di calcolo cloud da Oracle che, per poter disporre della potenza di calcolo necessaria, dovrà spendere una montagna di miliardi per avere processori da Nvidia) che tiene tutte le principali aziende dell’AI legate tra loro: se cade una, cadono tutte. In altre parole, Altman (e Huang di Nvidia) stanno applicando alle aziende tecnologiche della Silicon Valley il principio del too big to fail del crollo di Wall Street del 2008: banche e assicurazioni salvate perché troppo grosse per poter essere lasciate fallire.
L’indebitamento da migliaia di miliardi
Sono in tanti a giudicare folli i livelli di indebitamento di OpenAI che progetta di investire, negli anni, ben 1.400 miliardi di dollari: come due terzi del Pil italiano. Ma è proprio il rischio di una crisi di sistema, l’assicurazione di Altman. Quando la sua direttrice finanziaria ha detto che la società potrebbe indebitarsi a tassi più bassi se il governo federale garantisse quei prestiti, le reazioni politiche dei repubblicani e del governo sono state di chiusura: «No ai salvataggi».
Ma Trump, uno che rivoluziona l’ordine internazionale mentre ignora anche i vincoli legali interni, ha già compiuto azioni rivoluzionarie anche in finanza. Ad esempio, entrando nel capitale di Intel e pretendendo una parte degli utili di Nvidia. Non lascerebbe di certo fallire OpenAI e con essa altre aziende tecnologiche che, oltre al ad avere un enorme valore economico, sono il baluardo di ciò che rimane della superiorità militare e tecnologica degli Stati Uniti. Altman ha già citato una possibile via d’uscita: i data center nei quali nei quali OpenAI investe centinaia di miliardi sono «infrastrutture strategiche per il Paese».
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18 gennaio 2026 ( modifica il 18 gennaio 2026 | 15:13)
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