di
Valerio Cappelli
L’attrice al suo esordio da regista con La vita da grandi. «Ho girato un film commerciale, nel senso buono del termine. E continuo a suonare la batteria»
BERLINO Agli EFA, gli Oscar europei, per l’Italia ha vinto l’outsider, l’attrice Greta Scarano, come miglior regista esordiente per La vita da grandi, film sull’autismo delicato, ironico, da una storia vera. Si racconta diretta, senza filtri.
«Alla cerimonia ho cercato Mads Mikkelsen per fare una foto con lui, prima non mi ero sentita legittimata a farla, quando ho vinto ho preso coraggio. Ma se n’era già andato, ho perso l’attimo. Mi hanno fatto i complimenti Alice Rohrwacher e Toni Servillo».
Greta, lei era l’outsider della serata.
«Assolutamente. Quando hanno detto Siblings, il titolo in inglese, mi è preso un colpo, non me l’aspettavo, già la candidatura era stata una cosa enorme».
Alla premiazione ha parlato in italiano.
«Il presidente degli EFA ha chiesto a ognuno di parlare nella propria lingua, per raccontare la diversità e la ricchezza europea. Molti artisti hanno accolto il suo invito».
Agli EFA vanno gli autori. Poi il botteghino dice altro.
«Io sono una fan di Checco Zalone, lui gioca un campionato a parte, si rivolge anche a tante persone che in genere non vanno in sala. Il cinema è in difficoltà, va sempre meno gente, ma va aiutato, crea un indotto, ricchezza. Il mio film comunque ha avuto un milione di incassi, che non è male ci hanno aiutato le scuole».
Ha voluto raccontare l’autismo senza vittimismi?
«Senza dare la lezioncina, ho fatto un film generalista, (non alla Rohrwacher) che risponde alle mie attitudini popolari, ho girato un film commerciale, nel senso buono del termine».
Il suo è anche un film sulla paura del fallimento?
«Sì. Io sul lavoro l’ho provata tante volte, penso ai provini andati male. Da una serie internazionale in costume a Praga dove pensavo d’avercela fatta, a Paolo Sorrentino per La grande bellezza. Lì ebbi una sofferenza enorme, ero molto giovane, era il ruolo di una suora, mi chiese se sapevo andare sui pattini, poi quel ruolo si trasformò in una ragazza sulla spiaggia nei ricordi del protagonista».
Valeria Bruni Tedeschi a Berlino ha denunciato gli abusi subiti da ragazza. A lei è mai capitato?
«No. Ma un giovane regista mi scioccò per i suoi strani tentativi di avvicinarsi. Non ebbi la freddezza di reagire. Scappai. Ho quasi 40 anni, ne avevo 18. All’epoca le cose erano diverse, sui set c’era una fastidiosa condiscendenza maschile».
Si è affermata con Un posto al sole.
«Concise con il mio desiderio di indipendenza. Un’altra esperienza pop fu quando interpretai Ilary Blasi in Speravo de morì prima, su Totti. Di lei mi colpirono sagacia e ironia. La studiai da cima a fondo».
Poster di attrici da piccola?
«Amo Meryl Streep e Monica Vitti ma niente poster, disegnavo sulle pareti della mia stanza i Pink Floyd».
È vero che suona la batteria?
«Ho imparato a 16 anni in vacanza coi miei nonni, in Irpinia e in Ciociaria, i ragazzi dei due paesi d’estate aspettavano me e mia sorella, le forestiere. E suonavamo. C’era un amorino di mezzo. Ho fatto concerti in pubblico, il cantante aveva 30 anni, per me era un vecchio, gli piaceva la musica di Marvin Gaye. Convinsi mio padre a iscrivermi a un corso di batteria dopo che sul cruscotto dell’auto suonai con le dita Max Pezzali».
E ora, dopo questo premio?
«Ho sempre voluto raccontare, fare anche la regista, cercando di nascondermi come attrice, l’ego lo tengo a bada. La prima regia è stata un colpo di fulmine malgrado la fatica della scrittura, avevo un materiale gigantesco dal libro autobiografico dei fratelli Damiano e Margherita Tercon. Poi la difficoltà di lasciare andare il film una volta finito, è inevitabile sia così. L’ansia da prestazione è sfociata nell’acufene. Nella seconda regia avrò più paura di prima».
Intanto ha finito un film da attrice.
«Sono una non vedente in Piccolo miracolo di Guido Chiesa. Ho un bambino di quasi sei mesi e ho potuto girarlo grazie a un esercito di aiuti, mia madre, mia suocera, mio marito Sydney Sibilia, Ci siamo conosciuti sul set di Smetto quando voglio, solo lui poteva capire l’amore che ho messo nel mio film».
18 gennaio 2026
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