Sembra una mossa scontata quanto efficace per HBO tentare la ricetta di Disney per accompagnare il consolidamento globale del proprio portale streaming: un eroe errante, un misterioso bambino ad affiancarlo, un’avventura che aspetta solo di cominciare; il tutto all’interno di un universo narrativo ancora attivo e di enorme valore. Per Disney è stato The Mandalorian dentro Star Wars, per HBO è A Knight of the Seven Kingdoms, serie ambientata in una inedita Westeros primaverile, tra le due grandi epopee di Game of Thrones e House of the Dragon. Anche il formato ricalca la fortunata ricetta: sei episodi relativamente brevi – intorno alla mezz’ora – per una narrazione che scandisce settimanalmente un’epica in sottrazione, fatta degli ingredienti più genuini di cui si è nutrito in origine il franchise di riferimento. Se infatti The Mandalorian era un ritorno sincero all’anima western di Star Wars, A Knight of the Seven Kingdoms è quanto di più vicino all’autentica epica cavalleresca che si possa trovare nella serialità contemporanea.

Knight-Seven-Kingdoms

Lasciando da parte gli intrighi roboanti e monumentali che hanno condito l’epico tessuto delle saghe di Westeros a firma di George R.R. Martin, A Night of the Seven Kingdoms decide, fin dalla raccolta di novelle da cui la serie è tratta, di concentrare il proprio focus su una narrazione programmaticamente in minore. Dunk, il protagonista della serie (un ottimo Peter Claffey), è infatti un personaggio lontano dallo standard cavalleresco che, normalmente, viene rappresentato nelle ricostruzioni più o meno fantasy che attingono all’immaginario del Basso Medioevo; eppure, la sua incessante volontà di confermare sé stesso come cavaliere – Ser Duncan the Tall – risuona perfettamente con il tema di fondo che sottende i grandi cicli, specialmente quello arturiano: l’errare per il mondo come eterna ricerca, tanto di un qualcosa di effettivo – la ricerca del Graal -, quanto di sé stessi attraverso il viaggio. In pochissimo tempo, nei primi due straordinari episodi della serie, Ser Dunk condensa in sé l’animo autentico del cavaliere errante prima ancora che chi lo circonda possa riconoscerlo come tale.

A consolidare questa contro-epica in sottrazione, il racconto si concentra in uno spazio circoscritto – Ashford – e ruota intorno ad un torneo tra cavalieri la cui partecipazione, per Dunk, significherebbe la conferma del proprio titolo cavalleresco. Tutto quello che è caratteristico del mondo narrativo di Game of Thrones – intrighi di palazzo, tradimenti, macchinazioni per il potere – resta ammantato dietro alle azioni e reazioni dei personaggi, attraverso riferimenti che possono accendere la scintilla dei conoscitori del franchise, e che non distolgono da un racconto che è sinceramente poggiato sui suoi protagonisti. Lo spazio è dato a caratterizzazioni quasi teatrali dei ruoli, entusiasticamente indossati da interpreti perfettamente in parte, capaci di riempire di sostanza il racconto, concentrandovi il portato emotivo in un crescendo che non tradisce mai le proprie premesse.

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C’è infatti programmaticamente la volontà di smarcarsi dalle aspettative del mondo di Game of Thrones, a partire da ciò che viene fatto dell’iconica sigla d’apertura, fino a un’onnipresente rappresentazione – letteralmente in ogni episodio – di svariate secrezioni corporali che ancorano la narrazione a un fondo mai così sporco e sinceramente concreto. Il tutto prepara alla componente più forte della serie: la messa in scena dei combattimenti. Va detto che non c’è nulla di innovativo: già l’ultimo Ridley Scott, soprattutto con The Last Duel, o David Michôd con The King avevano abituato a scontri con spade e armature in cui si percepisce tutto il faticoso peso dell’azione, nonché lo sporco delle conseguenze. Ma tutto questo mancava in un franchise in cui le battaglie sono spesso inverosimili, con protagonisti raramente in pericolo – vero Jon Snow? – e con scene d’azione fatte di patinate coreografie forzatamente eroiche. In The Knight of the Seven Kingdoms i colpi sono reali, sporchi, brutali; il peso dei combattimenti non risparmia niente a spettatore e personaggi, mettendo finalmente alla prova i limiti della rappresentazione su piccolo schermo.

A impreziosire una serie che nella sua prima stagione si mostra come un gioiellino di artigianato audiovisivo, l’atmosfera creata da una palette di colori sorprendentemente luminosa, con splendide vedute contemplative, e da un tessuto musicale ancorato alla tradizione uditiva dell’immaginario medievale arricchiscono l’efficacia del racconto e ne spingono la componente emotiva verso direzioni che il franchise non aveva ancora sperimentato (restate in ascolto per tutti i titoli di coda, non ve ne pentirete). Difficile dire se questo si protrarrà con la dovuta sincerità per le prossime stagioni – sperando che la lunghezza non sfugga di mano alla produzione -, ma per il momento ci si gode l’effetto perfettamente riuscito di queste tre ore abbondanti di racconto cavalleresco consapevole e ben orchestrato. Una sorpresa gradita per scandire le prime sei settimane di HBO Max in Italia e un tassello ulteriore per riempire il vuoto in attesa del ritorno di House of the Dragon.

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Certo un minimo dubbio resta, vista la tenuta del racconto, l’efficacia dell’estetica e la breve durata dell’intera stagione: forse questa novella del cavaliere errante e del suo giovanissimo scudiero (Dexter Sol Ansell, che si conferma eccellente) avrebbe potuto consumarsi in un unico film da grande schermo, dando meritato respiro alle splendide vedute e potenza visiva ai fragorosi combattimenti. Però, come fu per The Mandalorian in casa Disney, le esigenze di mercato hanno qui fatto il formato e dettato letteralmente spazi e tempi della fruizione. Certo è che HBO, dopo aver ribaltato le regole della serialità su piccolo schermo, sembra oggi appoggiarsi su chi l’ha anticipato per reggere la prova del mercato dello streaming; però, va detto, con ottime frecce al proprio arco.