di
Flavio Vanetti

L’azzurra scende in pista nel gigante di Coppa del mondo di martedì a Plan De Corones: «Essere al via è una già una vittoria, dieci anni non ce l’avrei mai fatta»

«Qual è stata, sotto il profilo mentale, la cosa più difficile di questi mesi? Non avere dei tempi, non avere una deadline, non avere la sicurezza nemmeno di fare una vita normale. Ma adesso tutto mi sembra più facile». Così parlò Federica Brignone alla vigilia del suo rientro alle competizioni, il 20 gennaio 2026 nel gigante di Kronplatz (Plan de Corones): sarà passato un anno dal secondo insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, per lei saranno invece trascorsi 292 giorni dall’incidente del 3 aprile 2025 agli Assoluti che le ha sfasciato la gamba sinistra. Sorridente, carica, consapevole che le difficoltà non sono finite, realista e preparata ad accettare il verdetto che darà la Erta di Kronplatz, pista tosta, in grado di alzare l’asticella delle verifiche. Ma è anche orgogliosa la Federica che nelle pieghe del discorso con i giornalisti fa sapere che sarà al via delle prove olimpiche veloci, mentre per il gigante si vedrà. «Non devo dimostrare nulla a nessuno»: la frase pronunciata in questi mesi torna a mo’ di sintesi. Ecco allora, argomento per argomento, il suo pensiero a poche ore da un momento che dieci mesi fa sembrava semplicemente impossibile da vivere.

Il rientro

«Torno in un posto che reputo il migliore possibile. Questa pista mi è sempre piaciuta, ma ovviamente non la vivo come negli anni scorsi. Non è nemmeno come arrivare alla gara d’esordio della stagione a Soelden: stavolta mi manca tutta la preparazione estiva. Quindi non sono qui per fare un test di me stessa. Piuttosto, voglio testare il corpo, la mente e la gamba sinistra infortunata. Soprattutto, non sono qui per un grande risultato sportivo. Il grande risultato è essere qui, in gara, dopo tutto quello che mi è successo».



















































Gli allenamenti

«Sono stata a Cortina, poi per due giorni a Dobbiaco. Quindi sono venuta qui a Kronplatz per provare una pista da Coppa del Mondo: ho all’attivo solo una decina di giorni “di pali”, dunque pochi. Ho testato pure la velocità in Val di Fassa, assieme alle compagne e ad alcune ragazze della squadra B: solo cose facili, non ho quasi mai fatto i salti e nemmeno i dossi perché ci sono vari “step” da rispettare. Sto bene, non ho troppo male, mi fido anche abbastanza. Il gigante è la disciplina che mi viene meglio, però è quella che mi procura più dolore. Nella velocità ho minori fastidi fisici, ma non l’ho provata molto. Ogni giorno mi ha aggiunto qualcosa di nuovo, questa gara è come un altro test, più complicato: devo vedere come funziono in due manche con più di tre ore di distanza l’una dall’altra (deduzione: Federica evidentemente conta di entrare – almeno come idea – tra le prime trenta della discesa iniziale, ndr). Avevo voglia di provare, di testarmi. Sono qui per gareggiare, senza paura di non riuscire a ottenere un risultato».

Giorno dopo giorno

«Abbiamo un’idea di massima: il nostro programma è sempre stato non dico giorno per giorno, ma qualcosa di molto simile. Quindi dipende tutto da come va domani. Non parlo a livello di risultato, ma del dolore e delle sensazioni. Devo insomma capire se sono in grado di sostenere una gara».

La svolta

«Non c’è un momento preciso nel quale ho capito che ce l’avrei fatta: probabilmente l’ho sempre pensato, sennò adesso non sarei qui. A dicembre ho rimesso gli sci. Quelli da turista, fare l’atleta è un altro conto. Poi ho finalmente usato quelli da gigante: all’inizio è stato un disastro, ma dopo un paio di settimane ho iniziato a vedere un po’ di luce. Comunque è stata veramente tosta».

La tibia

«Da quando mi sono fatta male non ho trascorso una sola giornata senza dolore, anche nella vita normale. Sicuramente lo avverto di più quando scio: la zona è quella della tibia sinistra, diciamo da metà tibia in su fino al ginocchio. E poi in basso, nella zona del perone. Ci sono giorni nei quali va meglio, altri invece nei quali ho avuto più male e non sono nemmeno riuscita a sciare».

Stile di vita

«Questa è di sicuro una scelta non conservativa. Ed è molto difficile. Però rientra nel mio stile di vita: preferisco vivere e fallire piuttosto che non vivere per paura. Mi sono confrontata con gli allenatori, con mio fratello, con chi mi segue. Alla fine ha prevalso il mio atteggiamento: preferisco sbagliare, ma dopo averci provato, anziché non agire. Venire qui per fare solo l’apripista sarebbe stato più semplice. Ma mi sono detta: ‘Se vengo, è per fare la gara, per mettermi in gioco a prescindere dal risultato. Non ho un obiettivo sportivo, ma di performance personale. Devo capire come reagiranno il fisico e la gamba e se mi sentirò di fare certe cose. Vale anche per il futuro, come ho detto: se avrò voglia di disputare altre gare prima dei Giochi, le farò. Idem per gli stessi Giochi e per il dopo. Continuerò con questo programma giorno dopo giorno. Ma voglio fare le gare, sono qui per questo».

Tremarella

«Avrò la tremarella al cancelletto di partenza? Non avendo un obiettivo di risultato, dovrei essere più tranquilla. Ripeto: essere qui è già una vittoria. Mi aspetto peraltro di provare qualcosa di differente: sarò in ogni caso emozionata. Un’emozione diversa, probabilmente nuova».

Giorni cupi

«In ogni giorno c’è stato un momento nel quale mi sono detta: ‘Non ce la faccio’. Ma il periodo più duro è stato quando mi hanno operato per la seconda volta. Aggiungo poi il giorno del primo test con gli sci da gigante: ho avuto la sensazione che non potessi usarli».

I pensieri

«Il pensiero positivo in questa situazione è che sono qui e che sto per riaprire un cancelletto della Coppa del Mondo: quindi è andato tutto bene, alla fine perfino oltre le aspettative mie e dell’entourage. Il pensiero negativo, o meglio, quello che genera timore, è la possibilità che qualcosa non vada bene con la mia gamba. Non parlo di cadute o di un incidente, mi riferisco al fatto che qualcosa non funzioni nella maniera giusta, con tutta quella “ferraglia” che ho ancora dentro. Non scierò con alcun tutore, la mia regola è avere il corpo libero. Se qualcosa non andrà, avrò sempre la facoltà di fermarmi: nello sci è permesso».

I conti con la paura

«I conti con la paura e con l’istinto di conservazione, dopo un infortunio del genere, si fanno: di sicuro è una delle parti più difficili. Negli ultimi anni ho puntato moltissimo sul piano mentale: ho ancora bisogno di allenamenti, in questo senso, perché non posso dimenticare quello che mi è accaduto. Ho lavorato qualche volta con Beppe Vercelli (ndr: psicologo e psicoterapeuta della Fisi e del J-Medical), ma soprattutto con me stessa. Ho usato anche l’ipnosi e la meditazione. Per fortuna ho fatto tutto questo: la Federica di dieci anni fa non avrebbe avuto la forza mentale per essere qui, in vista di una gara di rientro».

Futuro

«La stagione 2026-2027 con la Coppa del Mondo e il Mondiale? E’ tutto molto prematuro. Io intanto penso a questo gigante. Poi, vedendo come sarà andato, ragionerò sul prossimo obiettivo, che sarà comunque sciare a Cortina e ai Giochi almeno in velocità. Io arrivo fino a lì, per ora non ho altro in testa. Ho sempre cercato di lavorare sulle cose che posso controllare e sugli obiettivi da centrare: ragionare passo dopo passo mi ha aiutato, se non avessi fatto così sarebbe stato un disastro».

19 gennaio 2026 ( modifica il 19 gennaio 2026 | 17:22)