È morto Valentino Ludovico Clemente Garavani, noto semplicemente come Valentino, stilista italiano e creatore dell’omonimo marchio. «Valentino Garavani si è spento oggi nella serenità della sua residenza romana – si legge in un comunicato – circondato dall’affetto dei suoi cari». La camera ardente sarà allestita presso PM23, in Piazza Mignanelli 23 a Roma, Mercoledì 21 e Giovedì 22 gennaio 2026, dalle 11:00 alle 18. Il funerale si terrà Venerdì 23 gennaio 2026, alle ore 11, presso la Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, in Piazza della Repubblica 8 a Roma.
«I love beauty, It’s not my fault», amo la bellezza non è una colpa. Parole che sintetizzano una vita, un pensiero, una vocazione, un anelito che ha accompagnato Valentino fino all’ultimo giorno della sua vita.
SUI SOCIAL
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Le origini
Valentino, all’anagrafe, Clemente Ludovico Garavani, nasce a Voghera l’11 maggio del 1932, in una famiglia modesta: il padre Mauro rappresentante dei cavi Ceat per l’Oltrepò Pavese, mamma Teresa, casalinga che non assomigliava affatto allo stereotipo arbasiniano, e che al figlio diceva di smetterla di pensare a quelle cose inutili. «Da bambino ero un sognatore: sognavo le dive del cinema e tante altre cose belle», ha raccontato Valentino che di quella severità ha conservato il rigore e la forza. Una donna che se non è stata archetipo estetico per il figlio, è stata una preziosa bussola bella vita. «Non è mai stata magrissima ma sapeva aggiustarsi bene», ricordava lo stilista, che ha sempre fatto della forma fisica un mantra. «Diceva che è meglio avere poche cose però fatte come si deve. Così prima che io diventassi Valentino si serviva nella miglior sartoria di Voghera dove due sorelle, care da morire, cucivano a mano tutti i capi. Ne ricordo uno che potrei mettere in collezione domani: un cappotto nero, di una lana piuttosto bruzzolosa che cadeva benissimo, con tasche ricamate di tessuto applicato e un grande collo di volpe dalle zampe annodate dietro». E mamma Teresa non lesinava consigli e prediche, attenta a quella che succedeva in tutte le case del figlio, tra cui la villa dell’Appia dove ha passato gli ultimi anni della sua vita. Valentino ha ricordato un episodio legato alla mamma: «Nel ’68 ho comprato la mia casa sull’Appia Antica che in giardino ha uno stagno allora abitato da fenicotteri. Un giorno ne morì uno e mia madre, convinta che fosse stato ucciso da una delle guardie, decise di fargli fare l’autopsia. Così chiuse il corpo della povera bestia in frigorifero dove lo trovò, disgustato, il mio socio Giancarlo Giammetti».
IL CASO
19 Gennaio 2026
La formazione
All’inizio degli anni Cinquanta Valentino lascia la sua città e anche Milano, dove frequenta la scuola di «figurini» e un corso di francese alla Berlitz School per trasferirsi a Parigi, la città della couture che contiene tutto il suo sogno e tutti i suoi miti: Coco Chanel, Christian Dior, Cristobal Balenciaga, Hubert de Givenchy, Jacques Fath, Elsa Schiaparelli, Jean Dessès e Guy Laroche. Va a “bottega” da Dessès e poi da Laroche, e quando si sente pronto torna a Roma dove apre il proprio atelier a piazza Mignanelli in società con il suo compagno Giancarlo Giammetti. Tra i finanziatori anche il padre, spinto a questo contributo dalla sempre attenta mamma Teresa.
Giancarlo Giammetti
Il compagno di una vita, oltre l’amore giovanile e la passione. Un sodalizio che ha creato un impero e un imperatore e che ha portato lo stile italiano nel mondo. L’incontro a Roma, al Cafè de Paris «dove io che allora studiavo architettura all’università, stavo aspettando l’apertura del Pipistrello, un altro mitico locale della Dolce Vita», ha raccontato Giammetti. Era il 31 luglio del 1960. «All’inizio non mi colpì nulla di lui, poi ho cominciato ad ascoltarlo e mi sono accorto della sua genialità». In una vacanza a Capri la decisione di lavorare insieme, l’esteta e l’uomo del business. Amore, lavoro, successo e discussioni tra loro come racconta il docu-film Valentino The last emperor. Epici i litigi, «tempeste che finivano in un bicchiere d’acqua», come ha raccontato lo stilista. «Una volta con Giancarlo ci siamo messi a discutere sui gusti della pizza e nella foga ho lanciato un piatto di spaghetti contro il muro facendo spaventare e scoppiare a piangere la modella a cui stavo provando un abito». Quando a Valentino, nel 2006, è stata conferita la Légion d’Honneur dalla Repubblica francese ha ringraziato, piangendo, Giammetti ammettendo davanti al mondo che senza di lui non ci sarebbe stato Valentino. «Nella mia vita – ha confidato Giammetti – ho sempre fatto di tutto per rendere la vita serena a Valentino, lo sento tutti i giorni, e ci vediamo, e quando mi vede sento che è felice. Sento che questo è il mio più grande vanto».
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12 Settembre 2024
Il successo internazionale tra star, regine e socialite
Insieme, Valentino e Giammetti, hanno scalato la vetta del successo. Un lungo viaggio nel Novecento insieme a donne che sono state e sono ancora icone indiscusse, protagoniste del loro tempo. Da Wallys Simpson, a Farah Diba, che indossava un suo cappotto quando lasciò l’Iran per l’esilio. La prima socialite che si accorse di quanto talento ci fosse in quel ragazzino di Voghera che cercava la sua strada a Parigi, fu la viscontessa Jacqueline De Ribes, mecenate di artisti e designer. La De Ribes può essere considerata la prima cliente di Valentino che la chiamava “l’ultima regina di Parigi”. Capace di intuire in quel giovanotto elegante e che amava i salotti delle elite più dei red carpet un destino eccezionale.
ICONA
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A CURA DELLA REDAZIONE
19 Gennaio 2026
Liz Taylor e quelle rose per San Valentino
A Roma, negli anni in cui Hollywood svernava sulle sponde del Tevere e Cinecittà era affollata di set, l’atelier di Valentino diventa presto un indirizzo immancabile nelle agende delle dive.
«La prima volta che incontrammo Liz Taylor era nel ’60. Per la prima di Spartacus a Roma comprò il vestito più caro della collezione, tutto bianco», ha ricordato Giammetti. Valentino la ricordava così: «Bella da togliere il fiato, ha sempre avuto una faccia e degli occhi indimenticabili, ma in quel momento della sua vita era pazzesca: l’amore di Richard Burton la rendeva radiosa». E la diva per San Valentino ha sempre mandato al suo amico un mazzo di rose rosse, non mancando un anno, fino alla sua morte nel 2011.
Marilù Tolo
Molto amato dalle attrici lo stilista ha il primato di aver vestito 7 di loro quando hanno ritirato l’Oscar (Sophia Loren per l’Oscar alla carriera indossava un abito nero ricamato di cristalli). Tra le attrici italiane però forse la più amata, e non solo per lo stile, è stata Marilù Tolo, protagonista di tante pellicole italiane degli anni Settanta. Valentino era folgorato dalla sua classe e dai suoi occhi verdi e dicono che l’abbia corteggiata quando lei aveva 17 anni e lui 10 di più. Lei non ricambiava ma sono sempre rimasti amici. «Le ho regalato un anello quando aveva 17 anni e io 10 di più, ma lei me lo restituì subito», ha confidato qualche anno fa.
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Jackie Kennedy
Ma Valentino è stato molto di più di un red carpet, è stato il brand delle first lady a iniziare da Jackie Kennedy, che arrivò a piazza Mignanelli attraverso la sorella di Consuelo Crespi, che lavorava in atelier. «Venne a una nostra sfilata al Plaza, e da lì creammo un bellissimo rapporto», ha ricordato Giammetti. Era il ’64 e Jackie era ancora in mezzo lutto e ordinò ben 6 abiti, dopo ancora il celebre abito da sposa plissettato per le nozze con Aristotele Onassis. «Divenne nostra cliente e poi quel legame diventò amicizia». Un universo di reali intellettuali, donne viziate e raffinatissime, attori e attrici dove la ricchezza era parte del gioco ma non bastava. Un mondo che Truman Capote ha descritto nei suoi libri, celebrandone l’eleganza ma anche la fragilità.
Ma è lui stesso, Valentino, a fare parte di quel mondo, non solo un “fornitore di lusso”. Il suo stile e la sua magnificenza lo hanno reso a tutti gli effetti un imperatore con le sue splendide magioni: il castello di Davron Crespières a Parigi, l’appartamento di a Londra a Holland Park, l’attico di Park Avenue a New York, lo chalet di Gstad, la villa sull’Appia Antica e quella a Cetona. John Fairchild, editore e direttore di Women’s War Daily scrisse che «Valentino e Giancarlo sono i re dell’high living». «Tutti gli altri stilisti guardano e dicono: ‘Ma come fanno?’. Non credo che nessuno di loro abbia mai fatto i soldi che Valentino e Giancarlo hanno guadagnato, perché Giancarlo sa come fare soldi. E se li hanno fatti, non li hanno spesi come Valentino. Nessun altro stilista l’ha mai fatto. Negli anni del terrorismo a Roma – quando le Brigate Rosse rapivano le persone – Valentino girava con una Mercedes blindata. E sai di che colore era? Rossa. Dio mio, pensai, vuoi proprio che ti facciano saltare in aria».
Il Clan
Un grande affetto per la famiglia d’origine (il suo Mega Yacht lo ha chiamato con le iniziali dei suoi genitori, T.M Blue), ma anche la costruzione di una comunità di amici che nel tempo è diventata la sua altra famiglia. La mitica top model Dalma, Carlo Souza, ex modello, per anni addetto alle celebrity, i suoi due figli, la principessa Rosario di Bulgaria (che lavorava per lui), la giornalista e influencer spagnola Nati Abascal, Bruce Hoecksema che è stato l’ultimo compagno del couturier, Raffaella Giardina che ha sempre curato i rapporti con la stampa. E poi ci sono gli amati cani, i carlini: «Ho sempre avuto una passione per i carlini, sono i più affettuosi del mondo con il loro padrone e poi hanno facce più che musi e un mantello di velluto color champagne». Si disse che lady Diana avesse fatto in modo di rendere meno draconiane le procedure di ingresso nel regno unito dei suoi cani, ma Valentino smentì: “La principessa era molto gentile con me come del resto tutti i membri della famiglia reale inglese che mi è capitato d’incontrare, ma non abbiamo mai parlato di queste cose. Il più grande privilegio che mi sia stato concesso dalla vita è stato fare questo lavoro che dopo tanti anni di successi amo ancora come il primo giorno».
«Per essere amico, fidanzato e dipendente di Valentino occorre tanta pazienza» dice Giammetti nel film di Tyrnauer.
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Emanuela Minucci
16 Maggio 2023
La maison, la vendita e l’addio alle passerelle
Nel 1998 Valentino Garavani decise di cedere l’azienda alla Hdp di Maurizio Romiti per 540 miliardi di lire, mantenendone la direzione creativa. Quattro anni dopo subentra il Gruppo Marzotto, per 240 milioni di euro. Nel 2005 ne cede la maggioranza al fondo di private equity Permira, che paga 5,3 miliardi di euro. Nel gennaio 2008, a Parigi, Valentino Garavani presenta la sua ultima collezione haute couture lasciando il timone a Alessandra Facchinetti che resiste solo un anno (al suo posto Pierpaolo Piccioli e Maria Grazia Chiuri. Nel luglio 2012 l’annuncio della vendita al fondo sovrano del Qatar, Mayhoola for Investments. Nel 2023 Kering e Mayhoola stipulano un accordo vincolante per l’acquisizione da parte di Kering di una partecipazione del 30% in Valentino, per un corrispettivo in contanti pari a 1,7 miliardi di euro. L’accordo prevede un’opzione a favore di Kering di acquisire il 100% del capitale sociale di Valentino non oltre il 2028.
07 Maggio 2022
L’arte
Nel 1991 per i festeggiamenti dei 30 anni della maison lo storico dell’arte Federico Zeri scrisse nel catalogo della mostra: «Non saprei se sia avvenuto per motivi di cultura o per intuito personale, e non so nemmeno se si tratti di un riferimento diretto o di una somiglianza casuale: il fatto è che le strutture primarie di Valentino denunciano un diretto riferimento a taluni archetipi della civiltà figurativa classica». E l’arte è sempre stata fondamentale per Valentino, ha affollato le sue case, ha influenzato le sue linee, i suoi colori, la sua vita.
“Après moi le deluge!”
A maggio 2025 ha aperto la nuova fondazione Valentino, PM23, nello storico palazzo di piazza Mignanelli, al civico 23, inaugurata con una mostra dove le opere d’arte dialogano con i suoi abiti. Alcuni quadri arrivano dalla collezione privata, messa insieme negli anni, con il fiuto di scoprire i talenti. i Bacon, i Warhol, i Picasso. «Un Picasso lo prendemmo da un sarto milanese, Lizzola, che scoprimmo essere il sarto del pittore, che pagava appunto in quadri. Pensavo a uno scherzo, invece era uno dei Picasso migliori in circolazione», ha raccontato Giammetti in un’intervista a Michele Masneri. E poi c’è Warhol: «Quando cominciammo a ingranare venne da noi a New York e chiese se poteva fare un ritratto di Valentino. Poi andammo da lui e ne aveva realizzati diversi. Che belli, pensai ingenuamente. Si possono comprare? Se ne vuole uno viene tot, se ne prendi tre tot, cinque un’altra cifra, offerta speciale. C’era tutto un listino, lui insomma li faceva per commissione, ma noi non ce li potevamo ancora permettere. Abbiamo fatto una figuraccia. Ne abbiamo poi comprati due pagandoli tantissimo molti anni dopo». E Balthus: «Balthus era convinto che i quadri, anche una volta venduti, fossero comunque suoi. Per cui a un certo punto vide a casa nostra questo ritratto di ragazza, con la cintura, e mandò a chiamare un pittore per cambiare il colore della cintura, perché non gli piaceva. Non c’era verso di fargli capire che non era il caso». Una vita che è diventata epica, come la sua moda. Senza che ci sia nessuno, all’orizzonte, capace di ricreare un sogno di tale grandezza. D’altronde Valentino lo aveva detto: «Après moi le deluge!».