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Giuliana Ferraino, inviata a Davos

Secondo la 29ª Ceo Survey di PwC, i ceo italiani ottimisti su economia e ricavi, più della media globale. Ma solo il 12% dei ceo che adottano l’AI in modo strutturato registra benefici sia sui costi sia sui ricavi

All’inizio del 2026 i top manager italiani guardano avanti con un cauto ottimismo, ma sanno che la partita della competitività si gioca su un terreno sempre più stretto: tecnologia, competenze e capacità di esecuzione. È il quadro che emerge dalla 29ª Global & Italian Ceo Survey di PwC, presentata a Davos e basata su 4.454 amministratori delegati in 95 Paesi, di cui 118 in Italia.

La fiducia nella crescita economica globale resta solida: il 62% dei ceo italiani prevede un’espansione dell’economia mondiale nei prossimi dodici mesi, in linea con il 61% globale. Un dato che segna un miglioramento netto rispetto al 2023 e conferma una tendenza positiva ormai consolidata. Più prudente lo sguardo sull’economia nazionale: solo il 49% dei vertici italiani si attende una crescita del Pil domestico, segnale di un contesto interno percepito come più fragile e strutturalmente complesso



















































Nonostante questo, le imprese italiane mostrano una fiducia superiore alla media mondiale sulla propria capacità di crescere. Il 35% dei ceo italiani si dice molto o estremamente fiducioso sull’aumento dei ricavi nel breve termine, contro il 30% globale; su un orizzonte di tre anni la quota sale al 53%, rispetto al 49% del campione internazionale. A sostenere queste aspettative ci sono risultati concreti: negli ultimi dodici mesi il fatturato medio delle aziende italiane è cresciuto del 10%, più dell’8% globale, mentre il margine netto è aumentato dell’8%, a fronte di un +10% mondiale.

Ma l’ottimismo convive con una consapevolezza diffusa dei rischi. Circa un terzo dei ceo, in Italia come nel resto del mondo, afferma che l’incertezza geopolitica ha già ridotto la probabilità di investimenti significativi. Eppure, le contromisure restano limitate: poco più della metà prevede un rafforzamento delle difese informatiche, mentre solo il 23% dei ceo italiani valuta una riconfigurazione della supply chain, pur sopra il 18% globale.

Ancora più marginali le strategie di uscita da mercati rischiosi, di riduzione della dipendenza da partner tecnologici o di ristrutturazione fiscale, prese in considerazione da una minoranza compresa tra il 6% e il 15% in Italia
Il profilo delle minacce percepite dai ceo italiani si discosta in modo significativo da quello globale. Se nel mondo dominano rischi informatici e volatilità macroeconomica (entrambi al 31%), in Italia la preoccupazione si concentra sul cambiamento tecnologico, sui dazi, sulla cybersecurity, sull’inflazione e sulla scarsità di lavoratori qualificati, ciascuno citato dal 20-25% degli intervistati. Colpisce invece il minor peso attribuito ai conflitti geopolitici: solo il 13% dei ceo italiani si dichiara fortemente o estremamente esposto, contro il 23% a livello globale.

Sul fronte dei dazi, l’impatto appare per ora gestibile. Il 65% dei ceo italiani non rileva effetti significativi sui conti aziendali, una quota superiore alla media mondiale del 60%. Il 22% segnala una compressione dei margini netti, comunque inferiore al 29% globale e lontana dai livelli registrati in economie più esposte come Cina e Canada.

La vera linea di frattura, però, passa dall’intelligenza artificiale. La trasformazione digitale è la priorità numero uno per il 53% dei ceo italiani, ben oltre il 42% globale. Tuttavia, l’Italia sconta un ritardo strutturale nell’adozione dell’AI, che PwC definisce prima di tutto culturale. In tutti gli ambiti analizzati – dall’attrazione della domanda allo sviluppo di prodotti e servizi, fino alla definizione della strategia – la quota di aziende italiane con una scarsa o nulla implementazione dell’AI supera sistematicamente quella globale. Il dato più critico riguarda la direzione strategica: il 68% delle imprese italiane non integra ancora l’AI, contro il 53% del resto del mondo.

Le difficoltà non sono solo tecnologiche. Il 27% dei ceo italiani ammette l’assenza di una cultura aziendale favorevole all’AI, a fronte del 9% globale. Il 40% non dispone di una roadmap chiara, quasi il doppio della media internazionale, e il 43% giudica insufficienti gli investimenti per raggiungere gli obiettivi prefissati. A questo si aggiunge un uso frammentato degli strumenti: il 63% delle aziende italiane utilizza soluzioni di AI che non hanno accesso strutturato ai dati e ai documenti interni, limitandone l’impatto trasformativo.

Non sorprende quindi che, a livello globale, solo il 12% dei ceo che adottano l’AI in modo strutturato registri benefici sia sui costi sia sui ricavi. La maggioranza vede effetti parziali o nessun impatto misurabile. Dove l’AI funziona davvero, sottolinea PwC, è perché poggia su fondamenta solide: governance, infrastrutture e competenze. 

Un’altra analisi del gruppo mostra che le aziende che applicano l’AI su larga scala ottengono margini superiori di quasi quattro punti percentuali rispetto a chi resta indietro

In questo contesto, reinventarsi diventa una necessità. Il 50% dei ceo italiani ha iniziato a competere in nuovi settori negli ultimi cinque anni, contro il 42% globale, e il 62% afferma che almeno il 10% del fatturato deriva da queste nuove attività. I settori preferiti in Italia sono i servizi alle imprese, le assicurazioni, le costruzioni e l’aerospazio-difesa, mentre a livello globale prevale la tecnologia. Ma il vantaggio resta fragile: solo il 43% dei ceo italiani si ritiene più veloce dei concorrenti nel portare innovazioni sul mercato e oltre la metà giudica la performance complessiva inferiore alle aspettative.

Insomma, ottimismo a parte, senza un’accelerazione decisa su competenze, dati e intelligenza artificiale, il rischio è che la fiducia dei ceo italiani resti sospesa, incapace di tradursi in un vantaggio competitivo duraturo.

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19 gennaio 2026