TRENTO. Un tagliere di affettati e magari per i più piccoli i wurstel, ma anche un normale panino con un qualsiasi tipo di salume in una pausa pranzo veloce: le carni processate, tra cui il prosciutto – per citare il più comune – fanno parte dell’alimentazione di tantissime persone, e questa è un evidenza. Ma è un’evidenza anche che da oltre 10 anni l’Oms – Organizzazione Mondiale della Sanità – ha inserito le carni processate nel gruppo 1 di sostanze cancerogene per l’uomo con l’impatto sulla salute che è, va specificato, dose-dipendente: in sintesi il consumo quotidiano e prolungato che può causare problemi sotto questo aspetto.

 

Nello specifico, nel 2015 l’International Agency for Research on Cancer (IARC) di Lione ha stabilito che la carne rossa è probabilmente cancerogena (classe 2A della sua classificazione) e che la carne rossa lavorata, tra cui appunto insaccati e salumi, è sicuramente cancerogena (classe 1 della classificazione della IARC). Ma quindi, come comportarsi? A lanciare uno sguardo sul tema è il medico dietologo Michele Pizzinini, specialista in Scienza dell’alimentazione, che spiega come in ogni caso non bisogna cadere in allarmismi che possono portare anche a scelte alimentari errate.

 

“Negli ultimi anni ritengo si sia sviluppato un accanimento esasperato – spiega – nei confronti delle proteine animali che invece fanno parte del nostro patrimonio alimentare da millenni”.

 

Al netto di questa riflessione iniziale, il medico mette la lente d’ingrandimento sulle carni processate sulle quali, pur tenendo conto di quanto dice l’Oms, è necessario riflettere partendo dai concetti di quantità, qualità, equilibrio e consapevolezza.

 

“Serve fare una distinzione fra i tipi di carne: posso dire che è giusto sconsigliare alimenti come wurstel o quelli in cui talvolta l’origine della materia prima non è chiara. Ma se parliamo di affettati di qualità, la cui provenienza e lavorazione sono note e in cui non sono presenti grandi quantità di conservanti, non è necessario eliminarli: parliamo infatti di prodotti soggetti a processi che non alterano la carne, e in cui il principale conservante è il sale. Naturalmente non bisogna abusarne, ma possono essere integrati in una dieta equilibrata”.

 

Allargando il pensiero sulle proteine animali in generale, Pizzinini spiega come il nostro organismo sia “attrezzato” per assimilarle. E che non è consigliabile, sulla base di allarmismi o radicalizzazioni del pensiero, talvolta viziati da una “cattiva comunicazione”, allontanarsi troppo dalla nostra alimentazione “naturale” rischiando magari, per evitare le proteine animali, di integrare con altri cibi, anche di origine vegetale, magari ultra processati.

 

“Sono dell’avviso che il consumo quotidiano di proteine animali – conclude il medico – sia un vantaggio, naturalmente se ci si alimenta in modo equilibrato: il che significa magari alternare carne fresca di qualità due volte alla settimana, così come anche il pesce, le uova e il formaggio. In sintesi: penso che le proteine animali abbiano una ‘marcia in più’ rispetto a quelle vegetali e non vadano assolutamente eliminate, bensì gestite in maniera oculata puntando sempre sulla qualità dei prodotti”.