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Redazione Economia

Nell’ultimo anno la ricchezza dei miliardari italiani è aumentata di 54,6 miliardi di euro (al ritmo di 150 milioni di euro al giorno), raggiungendo un valore complessivo di 307,5 miliardi in mano a soli 79 paperoni

In uno scenario globale di aggravamento delle disuguaglianze e progressiva erosione democratica, l’Italia si conferma il Paese delle fortune invertite. Un paradosso che alimenta le disuguaglianze, in cui «l’azione di governo è sempre più tesa a riconoscere meriti e premialità a gruppi sociali e territori in condizioni di relativo vantaggio, disinteressata a ricucire i divari economico-sociali, disattenta al benessere dei cittadini in condizioni di maggiore vulnerabilità e pericolosamente incline a torsioni illiberali che minano i principi democratici», denuncia l’ultimo rapporto dell’associazione Oxfam.

Italia Paese delle fortune invertite: in 15 anni 2mila miliardi di ricchezza è finita (solo) ai più facoltosi

Aumenta la ricchezza dei miliardari

Il rapporto evidenzia come nell’ultimo anno la ricchezza dei miliardari italiani è aumentata, in termini reali, di 54,6 miliardi di euro (al ritmo di 150 milioni di euro al giorno), raggiungendo un valore complessivo di 307,5 miliardi di euro detenuto da 79 individui (erano 71 nel 2024). In Italia, a metà del 2025, il 10% più ricco delle famiglie possedeva oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera dei nuclei familiari. Il rapporto era poco più di 6 alla fine del 2010.



















































Gli ultimi 15 anni

Non solo. Tra dicembre 2010 e giugno 2025, dunque negli ultimi 15 anni, la ricchezza nazionale netta è aumentata, in termini nominali, di oltre 2 mila miliardi, ma la distribuzione dell’incremento è stata profondamente sbilanciata a favore delle famiglie più abbienti: circa il 91% dell’incremento di ricchezza è stato appannaggio del 5% più ricco dei nuclei familiari a fronte di appena il 2,7% dell’incremento «incamerato» dalla metà più povera. Oggi il top-5% delle famiglie italiane, titolare della metà della ricchezza nazionale (49,4%), possiede quasi il 17% in più dello stock complessivo di ricchezza detenuta dal 90% più povero. 

Italia Paese delle fortune invertite: in 15 anni 2mila miliardi di ricchezza è finita (solo) ai più facoltosi

L’elite del Paese

A complicare il quadro il fatto che lo 0,1% più ricco degli italiani (circa 50 mila cittadini) ha visto la propria quota di ricchezza netta passare dal 5,5% al 9,4% negli anni intercorsi tra il 1995 e il 2016. Nello stesso periodo la quota di ricchezza del top-0,01% (circa 5.000 italiani adulti) è quasi triplicata, passando dall’1,8% al 5%. 

Il meccanismo di accumulo dei patrimoni

Il nostro Paese si va contraddistinguendo «per un profondo cambiamento nei meccanismi di accumulazione dei patrimoni, che riducono il dinamismo economico e sociale e hanno ripercussioni negative sulla disuguaglianza di opportunità e sulle prospettive di mobilità intergenerazionale», scrive Oxfam. È in forte crescita il peso delle eredità sul totale della ricchezza nazionale e i lasciti diventano sempre più concentrati. La dinamica rischia di consolidare il carattere «ereditocratico» della nostra società, alla luce del valore dei patrimoni che si stima «passeranno di mano» nel prossimo decennio (almeno 2.500 miliardi di euro), in un contesto caratterizzato per di più da un prelievo molto blando sulla ricchezza trasferita.

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Redditi in picchiata

La disuguaglianza nella distribuzione dei redditi netti in Italia vede un peggioramento nel 2023 (ultimo anno per cui i dati sono accertati). L’Italia resta relegata al 20° posto tra i 27 dell’Ue sotto il profilo egalitario della distribuzione dei redditi. «Per il 2024, le stime sull’impatto redistributivo delle politiche del governo indicano un’ulteriore recrudescenza della disuguaglianza reddituale, attribuibile esclusivamente al peggioramento dei redditi più bassi», denuncia Oxfam.

Povertà grande dimenticata

«I primi due anni del governo Meloni restituiscono inoltre un quadro sconfortante della povertà assoluta in Italia: oltre 2,2 milioni di famiglie per un totale di 5,7 milioni di individui nel 2024 non disponevano di risorse mensili sufficienti ad acquistare un paniere di beni e servizi essenziali per vivere in condizioni dignitose», scrive Oxfam. L’allarmante immutabilità del fenomeno nell’ultimo biennio, in coda a una crescita portentosa della povertà dal 2014, appare destinata a mantenersi anche nei prossimi anni secondo le stesse previsioni governative. Se la povertà assoluta è sostanzialmente stabile sul totale delle famiglie, la sua diffusione cresce tra i nuclei in affitto con un’incidenza più alta tra quelli con figli o di origine straniera. Per le famiglie in affitto, l’incidenza della spesa per la casa arriva a quasi un terzo del reddito o supera il 40% nei grandi centri urbani. Un costo che, complice anche l’impennata dell’inflazione, è diventato negli ultimi anni sempre più oneroso, aggravato dalla stagnazione salariale di lungo corso che caratterizza l’Italia.

Il costo insostenibile della casa

«Il nostro governo continua a perseguire un iniquo approccio categoriale nel contrasto alla povertà – attacca Mikhail Maslennikov, policy advisor su giustizia economica di Oxfam Italia -. Da due anni il diritto di ricevere un supporto da parte dello Stato a fronte di una condizione di bisogno non è più assicurato a tutti i poveri in quanto tali ma è subordinato all’appartenenza a categorie eccezionalmente svantaggiate, le uniche ritenute meritevoli di tutela. L’abbandono dell’impostazione universalistica del reddito di cittadinanza ha ridotto il numero dei beneficiari dei trasferimenti pubblici, la cui platea è oggi anche più lontana dall’universo dei nuclei in povertà assoluta. Sul fronte del disagio abitativo l’azione del governo, nonostante annunci più volte reiterati, si rivela del tutto inadeguata rispetto al bisogno, con risorse di gran lunga inferiori a quelle che sarebbero necessarie per un reale rilancio di politiche organiche sull’abitare».

Mercato del lavoro in chiaroscuro

I dati positivi del 2025 su crescita occupazionale e record al ribasso della disoccupazione, nascondono ampie zone grigie. Il contributo prevalente all’incremento dell’occupazione arriva dagli over-50, mentre giovani e donne continuano a registrare una marcata sotto-occupazione e una bassa qualità del lavoro. «Alla disoccupazione ai minimi storici fa da contraltare un tasso di inattività che colloca l’Italia in cima all’UE e una quota consistente di occupati continua ad accedere e rimanere nel mercato del lavoro con contratti intermittenti e precari», attacca Oxfam. Per i salari il recupero dell’inflazione è ancora lontano: tra il 2019 e il 2024, la perdita cumulata del potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali si è attestata a 7,1 punti percentuali. Per il 2025 è stimato solo un modesto recupero di appena +0,5 punti percentuali.

La stagnazione dei salari

La stagnazione salariale non allenta la sua presa e si accompagna alla crescita di lungo corso della disuguaglianza retributiva e dell’incidenza del lavoro povero. Tra il 1990 e il 2018, la quota di occupati a bassa retribuzione nel settore privato è passata dal 26,7% al 31,1%. «Impegnato nella celebrazione della dinamica positiva dell’occupazione, il governo fa poco per porre rimedio alle debolezze strutturali del mercato del lavoro italiano – dice Maslennikov –. Piuttosto che rafforzare la contrattazione collettiva e rivedere i sistemi di fissazione dei salari, l’esecutivo assegna impropriamente alla leva fiscale il compito di sostenere i bassi redditi da lavoro. La politica industriale, orientata alla creazione di buoni posti di lavoro, resta un’illustre assente, sostituita dal ricorso a incentivi occupazionali di dubbia efficacia e da una forsennata spinta alla liberalizzazione dei contratti atipici. Non si implementano misure efficaci contro il lavoro nero e grigio – precondizione per la lotta alla precarietà – e si affossa il salario minimo legale, disdegnando una misura in grado di rafforzare il potere contrattuale dei lavoratori più fragili e meno tutelati». 

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19 gennaio 2026 ( modifica il 19 gennaio 2026 | 12:39)