Firenze, 20 gennaio 2026 – Cimitero di Trespiano, il camposanto più grande di Firenze. Quadrato F, fila 27, fossa 44. Qui è stata sepolta, per quattordici anni, Barbara Locci, la prima vittima della Beretta calibro 22 del mostro di Firenze. Oggi, i suoi resti sono finiti in un ossario comune. Ma adesso suo figlio, Natalino Mele, anche se non una tomba, avrà almeno un luogo in cui piangere la sua mamma, scomparsa in quella notte del 22 agosto del 1968.

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Natalino al cimitero di Trespiano (foto Marco Mori/New Press Photo)

Lui, bambino di sei anni e mezzo, sonnecchiava sul sedile posteriore dell’Alfa di Antonio Lo Bianco, l’altra vittima trucidata dai proiettli Winchester serie H in un momento di clandestina intimità nelle campagna di Castelletti, a Signa. Una storia nella storia, quella delle spoglie di Barbara Locci. Riemersa tra le tante pagine della vicenda infinita grazie alla tenacia di un giovane avvocato, Lorenzo Tombelli.

La ricerca della sepoltura dimenticata

Per esaudire un desiderio di ritrovare la sua mamma espresso da Natalino, suo assistito nell’ambito del procedimento che ha portato all’identificazione del padre biologico dell’unico sopravvissuto al Mostro (nel 2025 si è scoperto che era figlio di Giovanni Vinci, il maggiore dei due fratelli, Francesco e Salvatore, sospettati per i delitti), Tombelli ha fatto un viaggio a ritroso nel tempo fra chiese, cimiteri e uffici comunali. Alla ricerca di una sepoltura che sembrava dimenticata.

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Senza arrendersi anche quando i “no” delle varie amministrazioni parevano insormontabili. “Non è stato facile – ammette Tombelli – perché alle prime richieste fatte ai Comuni, a cominciare da Lastra a Signa, dove Barbara Locci era residente, e a Signa, dove avvenne la sua morte, non c’era nessun atto che riconducesse alla sua sepoltura”.

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Altri tentativi, sono stati fatti dal legale nei Comuni vicini (Scandicci, dove abitavano i parenti del marito Stefano Mele, San Casciano, dove risiedevano altri membri della famiglia Locci), ma sono andati a vuoto. Che fine aveva fatto? Poi un indizio, scavando nella memoria di quasi sessant’anni fa: don Renzo Ventisette, all’epoca appena diventato parroco a Lastra a Signa (oggi guida la chiesa di San Martino a Gangalandi), si ricordava di aver celebrato le esequie di Lo Bianco (i cui resti, infatti, sono ben custoditi nel cimitero comunale del paese), ma non i funerali dell’altra vittima.

In effetti, non c’era traccia del commiato per la donna ammazzata a colpi di calibro 22 sui giornali di allora e neanche nei registri della chiesa più vicina alla casa lastrigiana di via XXIV maggio, dove la Locci abitava con il figlio Natalino e il marito Stefano Mele, arrestato e poi condannato – seppur con tanti punti interrogativi che ancora oggi permangono – per il duplice omicidio di Castelletti. Una telefonata al cimitero di Trespiano è stata la svolta: un addetto competente ha suggerito all’avvocato di cercare la sepoltura di Barbara affiancandole il cognome del marito, perché così si usava archiviare i defunti di sesso femminile fino al 1975.

E così, dai registri cartacei, si è scoperto che Barbara Mele arrivò a Trespiano il 31 agosto del 1968.

In quella fila 27 del quadrato F rimase fino al 31 ottobre del 1982, quando, non essendo stati reclamati da nessun parente, i suoi resti vennero traslati dalla fossa 44 a un ossario comune.

Una fine che racconta la vita di questa donna “traditrice” assai più realisticamente della serie tv in onda su Netflix: sotterrata probabilmente senza neppure una preghiera, neanche un fiore a ricordarla, nell’emarginazione che la società dell’epoca, in cui vigeva ancora il delitto d’onore, riservava a una donna ammazzata nel bel mezzo di una relazione fuori dal matrimonio.

La prima visita

Sabato scorso, Natalino ha fatto visita per la prima volta alla sua mamma: un mazzo di fiori in mano e la sua foto stampata da internet. “Non ne ho mai avute altre”, ammette, ricordando i tempi dell’orfanotrofio a cui fu affidato e il collegio dei salesiani. Ora, l’immagine in bianco e nero della vittima del mostro si nota fra i lumini dedicati agli altri defunti i cui resti sono finiti nell’Ossarium di Trespiano. “Ma non possiamo fargliela adesso, una tomba come tutti gli altri?”, si chiede Natalino. No, non è più possibile. Ma ora il volto ormai iconico di Barbara sembra sorridere come una Madonna per quella carezza attesa per 57 anni e mezzo.