di
Giovanna Maria Fagnani

Il ministro lunedì ha visitato le scuole di Rozzano e ha lanciato l’idea di introdurre i dispositivi anti-coltelli. Tra i dirigenti c’è chi è favorevole e chi li giudica una misura inutile e sproporzionata

Permettere alle scuole di usare, anche sporadicamente, metal detector all’ingresso, come già avviene negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, per impedire che i ragazzi portino a scuola coltelli. È la proposta rilanciata lunedì dal ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara in visita all’istituto Barozzi-Beltrami di Rozzano. «Molti presidi concordano su questa misura» ha assicurato il ministro. A Milano il dibattito è aperto. Diversi istituti sono pronti a prendere in considerazione l’idea. 

«Oggi ho parlato a lungo con uno studente che aveva portato a scuola un manganello pieghevole. Lui, come altri, non si rendono conto, dicono “Non volevo far male a nessuno” – esordisce Raffaella d’Amore, alla guida del Curie-Sraffa, itis in zona Baggio – Negli ultimi due anni vediamo un’accelerazione: c’è un’utenza molto più fragile e emotivamente iper stimolata dalla tecnologia in cui sono immersi. Ma sono anche iper protetti da una cultura che si è andata diffondendo, per cui fanno fatica a contenere comportamenti e reazioni e ad avere relazioni serene con i pari o i docenti stessi. L’elemento cruciale a mio avviso è che la scuola ha un problema di vigilanza: è affidata, nei corridoi, negli ingressi, al personale ata, ma gli edifici sono vastissimi e il numero di bidelli è insufficiente. Il metal detector può essere un deterrente da affiancare alle misure di prevenzione contro il disagio socio emotivo che già mettiamo in atto».



















































Favorevole anche Francesca Giuranna, preside al liceo e Itis Schiaparelli-Gramsci, zona Centrale. «Non sono decisioni da prendere sull’onda di ciò che è accaduto, ma non si può far finta di niente. Io no ho mai creduto nella repressione e anche nel mio lavoro ho sempre cercato di evitare questo aspetto però adesso c’è un’importante deriva». La dirigente cita gli episodi: una segnalazione al commissariato per un coltello, un ragazzo trovato con una lametta, risse avvenute  di fronte a scuola. «Tutti ci chiedono: ma la scuola dov’é? Ma noi cosa centriamo? Questa è micro criminalità, è venuta meno la prima agenzia educativa che è la famiglia. C’è poi un tema anche scomodo, ma che va detto: nel caso di alcune etnie l’uso della violenza per risolvere le questioni è sdoganato e diffuso». 

Al Vespucci, alberghiero in zona Crescenzago, il preside Luigi Costanzo spiega che atteggiamenti violenti si vedono più al biennio che al triennio. «I nostri studenti maneggiano coltelli tutti i giorni nei laboratori di cucina, ma non possiamo escludere che ne portino dentro altri. Il metal detector usato per controlli a campione potrebbe essere un deterrente. Purtroppo in alcuni casi si vede proprio la mancanza di basi educative, pensano di poter fare quello che vogliono». 

Luca Azzollini, che guida l’Olmo-Frisi a Quarto Oggiaro preferisce parlare di collaborazione con le forze dell’ordine. «Per controllare che non vengano introdotte armi oppure stupefacenti, per formare gli studenti a rispetto delle regole, per contrastare i furti che troppo spesso prendono di mira i nostri laboratori etc). In questo contesto sono benvenuti i metal detector, le telecamere, i cani antidroga…» dice. 

Alfonsina Cavalluzzi, che guida invece il Kandinsky, professionale in zona Cascina Rossa, è dubbiosa. «Credo che la presenza a scuola dei metal detector possa avere una valenza dissuasiva e per tale motivo non sono contraria al loro uso. Il tema è però di respiro più ampio, perché si è di fatto diffusa una “cultura” del coltello, della rissa, dell’aggressione fisica come mezzo per la risoluzione dei conflitti, anche quelli più tipici dell’età adolescenziale. Su questo il metal detector non può intervenire, se non “spostando” l’uso del coltello fuori da scuola. Ecco, questa è l’essenza dei miei dubbi: come combattere un fenomeno culturale distorto, con quali mezzi e risorse»

Dagli itis ai licei. Luisa Francesca Amantia, dirigente del Leonardo, annuncia che se ne parlerà in collegio docenti e consiglio d’istituto. «Da noi non si è mai presentato questo tipo di problema. Da parte dei docenti c’à un lavoro continuo sull’educazione e la cittadinanza attiva, ma siamo sempre attenti alle indicazioni del Ministero e quindi terremo in considerazione la possibilità». «Il tema è certamente complesso e gli studenti hanno ovviamente diritto a frequentare ambienti scolastici che siano il più possibile sicuri – precisa Alessandro Bocci, dirigente del Pareto Credo che la decisione però non debba essere presa solo dal dirigente scolastico ma anche dagli organi collegiali dell’ istituzione scolastica, in primis collegio docenti e consiglio di istituto».

Al liceo Brera la dirigente Emilia Ametrano racconta di aver fatto tre denunce. Un ragazzo è stato sospeso per aver portato un coltello da montagna durante un’uscita scolastica e che è stato individuato proprio dal metal detector di un museo. «I ragazzi sanno che possono farci segnalazioni e che il nome di chi le fa non sarà rivelato. In questo modo abbiamo scoperto situazioni minacciose e se necessario interveniamo subito. Non c’è solo il provvedimento disciplinare, ma anche colloqui coi nostri specialisti. Al Brera al momento non credo servano i metal detector, ma in altri contesti li ritengo necessari»

Al liceo classico Parini il metal detector sarebbe una misura «inutile e sproporzionata. In altre realtà, potrebbe certamente avere una funzione dissuasiva» sostiene il preside Massimo Nunzio Barrella, che invita a non polarizzare il dibattito: «Un manicheismo su tale questione non penso giovi all’affronto di questo problema reale e avvertito. La politica è chiamata a fornire anche risposte dettate dall’emergenza. I cittadini chiedono di essere rassicurati, soprattutto le famiglie che hanno figli a scuola. Il discrimine è lo specifico contesto in cui si inserisce l’Istituto scolastico». Ma «all’opera sanzionatoria deve necessariamente accompagnarsi un’azione educativa fondata sul sacro rispetto della persona e della vita in quanto tale. Si tratta di un lavoro che richiede tempi lunghi, soprattutto in un’epoca e in una cultura dove la stessa sacralità della vita rischia di affievolirsi fino a non essere più percepiti come un valore assoluto. Anche nella macro dimensione politica, si vede chiaramente il prevalere del più forte. Sono momenti epocali che segnalano una crisi generale dell’Occidente. L’assenza di una proposta educativa credibile e all’altezza di questi tempi travagliati apre lo spazio al nichilismo più spinto e ad una rassegnazione disperata. Qui si annida il nucleo della violenza. La persona ridotta ad oggetto». 

Federico Militante guida invece il Bertarelli-Ferraris (liceo, itis e professionale) e sogna un «sensore umano» più che un metal detector. «L’ingresso a scuola è un rito di passaggio fondamentale. Se trasformiamo quel momento in una procedura di filtraggio meccanica, rischiamo di perdere l’occasione irripetibile di intercettare lo sguardo dei ragazzi. Io credo che, più di un varco elettronico, servirebbe quello che amo definire un “Presidio di benvenuto”. Immaginiamo un ingresso dove figure educative preparate accolgano gli studenti chiamandoli per nome. La vera sicurezza nasce dal riconoscimento: un ragazzo che si sente “visto” è un ragazzo che difficilmente sentirà il bisogno di portare con sé rabbia o oggetti impropri». Ma, d’altro canto, «Dobbiamo avere il coraggio di parlare chiaramente di punibilità. Spiegare ai ragazzi che ogni azione ha una conseguenza non è un atto autoritario, ma un atto di rispetto verso la loro crescita. Una scuola che scivola nell’impunibilità — dove tutto è concesso o dove l’errore non incontra mai un limite — è una scuola che tradisce i suoi alunni, lasciandoli soli in un mondo senza confini. L’impunibilità genera un senso di ingiustizia e di insicurezza: chi rispetta le regole si sente fesso, e chi le viola si sente onnipotente. La sanzione, quando necessaria, deve essere certa, proporzionata e, soprattutto, riparativa. Il ragazzo deve capire che ha spezzato un legame con la comunità e che deve fare qualcosa per ricucirlo».
Nel dibattito interviene anche Mauro Agostino Donato Zeni, dirigente al Tenca e guida dell’Anp (Associazione Nazionale Presidi) a Milano.
«Può essere che la proposta di usare il metal detector possa essere utile in qualche contesto particolare, in alcune scuole ad alto rischio e di frontiera, ma in generale non la trovo risolutiva. Metodologicamente è un approccio che parte dalla coda del problema e che dal punto vista pratico non mi sembra applicabile in modo generalizzato». E spiega il motivo: «Quand’anche il metal detector suonasse, la scuola a quel punto non può perquisire il ragazzo. Non sai se si tratta di una borchia, di un coltello o di altro oggetto metallico e al meglio puoi invitare lo studente ad aprire e svuotare lo zaino, se acconsente. Fare questo all’ingresso ogni mattina per un migliaio di studenti mi sembra poco praticabile
Il cuore del problema è una generazione di ragazzi fragilissimi, destrutturati, per lo più soli e immersi nei social o in serie televisive che propongono come modelli personaggi che hanno come punto di forza la reattività e la violenza. È una generazione di ragazzi in balia delle proprie emozioni, senza una capacità di regolazione delle stesse e di gestione del disappunto e della frustrazione. E’ una responsabilità del mondo adulto, e non solo della scuola, riconsegnare ai ragazzi dei paletti precisi, dei sì e dei no chiari e soprattutto riconsegnare loro il nesso di responsabilità tra le azioni e le conseguenze e le eventuali sanzioni, senza utilizzare facili giustificazionismi, con argomentazioni sociologiche e psicologiche.
In assenza di questo il ragazzo ha le proprie emozioni come unica fonte di regolazione dei propri comportamenti, e questo ci porta ad assistere ai numerosissimi casi di ragazzi che praticano autolesionismo fino ad arrivare ai casi che sono balzati all’onore della cronaca».


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20 gennaio 2026 ( modifica il 20 gennaio 2026 | 11:40)