Il ciclismo ha un problema di comunicazione. Nasce dal contrasto tra la sua natura popolare e il mondo patinato in cui si cerca di costringerlo. Tanti episodi lo raccontano, alcuni ne sono venuti fuori alla presentazione del libro di Marco Bonarrigo, giornalista del Corriere, dedicato a Pogacar di cui, qualcosa, abbiamo già raccontato qui. Il libro su Pogacar è diventato la scusa per chiacchierare di comunicazione e racconto del ciclismo e la serata ha preso la forma del convegno con un tema molto attuale: la trasformazione in cui il ciclismo stesso viene raccontato.
Basta scavare un po’ nella storia del ciclismo in ordine sparso. Il primo è proprio del protagonista della serata, l’autore del libro.
Bonarrigo, il libro e Pogacar da andare a trovare
«Quando sono andato a trovare Pogacar in Slovenia, per scrivere il libro e raccontare la realtà in cui è cresciuto il campione, ho trovato disaccordo dalla sua squadra. I dirigenti della UAE avrebbero preferito evitare, perché poi?»
E sarebbe stato un peccato perché il racconto che ne è venuto fuori, poi, è stato molto coinvolgente. I trofei di Pogi e le sue biciclette sono nella scuola di ciclismo che porta il suo nome. Lo ha voluto così proprio Tadej, per dare la possibilità a tutti i ragazzini di avere una vicinanza col campione anche attraverso i suoi oggetti. Il comportamento in corsa ne è la conferma, “batti cinque” e borracce regalate ai bambini direttamente durante le sue imprese.
Il rapporto col pubblico (foto Sprint Cycling Agency)
Il culmine, in realtà uno dei tanti, fu, qualche anno fa, una squadra che, durante una grande corsa a tappe, nel riscaldamento sui rulli che precedeva il via di una cronosquadre, mise a pedalare i corridori dando le spalle al pubblico che pure era accorso per guardare e salutare i propri beniamini.
Necessità di concentrazione per un ciclismo che non ammette errori e cura ogni dettaglio. Delusione del pubblico.
E ancora, andando indietro di qualche altro anno:
«Sono nell’albergo di fronte a quello della Sky (oggi Ineos, ndr) – raccontò ai tempi Bonarrigo – ma per andare a parlare con Wiggins, che conosco ed è qui sotto, devo prima mandare in fax a Londra» Tempi di Tour de France di qualche lustro fa, stupore di una tendenza cui molte squadre hanno cercato di assimilarsi. Il periodo Covid-19, poi, ha fatto da detonatore a una voglia di isolamento che fa a pugni con la storia del ciclismo ma anche con la necessità di visibilità degli sponsor.
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Meccanici che non fanno nemmeno fotografare le biciclette (c’è sempre il pericolo di qualche componente non ufficiale), interviste impossibili – e non per sovraffollamento – sono spesso frustrazioni comuni dei giornalisti alle corse. Per non dire di limitazioni sempre più strette messe in atto da alcuni organizzatori che rinchiudono i giornalisti in spazi controllati, per ascoltare frasi fatte e guai a fare una domanda scomoda o fuori posto. Qualcuno ci ha rinunciato e se ne sta a svernare in sala stampa per tutto un Giro d’Italia.
Tanto vale rimanere sul divano di casa allora.
Le squadre e la paura dell’immediatezza
Anche le squadre, come abbiamo detto, contribuiscono al distacco. Spesso pochissimi giornalisti ammessi a corte tra quelli fidati, meglio se accondiscendenti e senza domande pericolose. Tra le prime cose che raccomandano ai nei pro’ è la cautela nell’uso dei social network, anzi a volte meglio vietarli proprio che poi chissà che scrivono. La paura è che si possa danneggiare uno sponsor, attenzione ai movimenti in corsa: guai, ad esempio, a prendere a calci un cambio che sembra non funzionare. Si rischia di perdere potere contrattuale con lo sponsor.
Il ciclismo di oggi è onnipresente: comunicati, social network, video ufficiali, contenuti dietro le quinte. Eppure questa abbondanza non si traduce in conoscenza. Il pubblico vede molto, ma capisce poco. Le storie sono frammentate, levigate, spesso prive di contesto. Il risultato è una narrazione piatta, che fatica a creare coinvolgimento.
I comunicati stampa e le interviste confezionate
Al centro del problema c’è il rapporto tra squadre e giornalisti. Un tempo basato sulla prossimità, oggi è mediato da uffici stampa, tempi contingentati, accessi regolamentati. Il giornalista non è più testimone diretto, ma fruitore spesso di materiale confezionato. Un ruolo che limita la possibilità di osservare, approfondire, raccontare davvero.
Dal convegno/present è emersa una riflessione chiara: la comunicazione è diventata difensiva. Le squadre proteggono l’immagine, riducono il rischio, controllano il messaggio. Ma in questo processo si perde la spontaneità, quella dimensione umana che ha sempre reso il ciclismo riconoscibile e vicino al pubblico.
Il confronto con il passato non serve a rimpiangere tempi meno regolati, ma a ricordare un equilibrio diverso. Le storie nascevano dal quotidiano: dalla fatica, dalle tensioni interne, dalle rivalità, dai momenti di crisi. Oggi tutto questo esiste ancora, ma raramente emerge. E senza conflitto, senza fragilità, il racconto perde forza e i corridori rimangono isolati non fisicamente, ma dal punto di vista narrativo.
Un momento dell’incontro
Riportare i giovani al ciclismo
Questo approccio, sottolineato al convegno, rischia di essere controproducente soprattutto con le nuove generazioni. I giovani appassionati vengono così abituati a narrazioni seriali. Ma hanno accesso a contenuti globali, confrontano linguaggi, riconoscono immediatamente ciò che è costruito. Di fronte a un racconto povero, semplicemente si spostano altrove.
Il ciclismo, paradossalmente, avrebbe tutto per funzionare in questo contesto. È uno sport che attraversa territori, culture, paesaggi. È fatto di attese, di strategie, di sofferenza reale. Ma senza un racconto che spieghi i processi, tutto si riduce a un elenco di risultati.
Il ruolo dei giornalisti
Il ruolo dei giornalisti, in questo contesto, torna a essere cruciale. Non come amplificatori di comunicati, ma come mediatori culturali. Spiegare, contestualizzare, criticare quando serve. Dal convegno emerge la necessità di ricostruire fiducia tra chi racconta e chi corre. Senza accesso, non c’è racconto; senza racconto, non c’è pubblico.
C’è anche una responsabilità istituzionale. L’UCI e gli organizzatori hanno spesso privilegiato una comunicazione ordinata e funzionale ai loro scopi, ma poco narrativa. E uno sport che non si spiega, prima o poi, perde rilevanza.
Luca Guercilena contro corrente
Non ci sono ricette immediate dalla chiacchierata che ne è venuta fuori, ma l’indicazione è precisa: aprire, non chiudere. Accettare il rischio del racconto, della parola imperfetta, dell’errore. Restituire al ciclismo una voce plurale, non un messaggio unico. E a raccogliere l’invito, non è una novità, è Luca Guercilena, manager della Lidl Trek presente da remoto alla chiacchierata. «Ai miei raccomando sempre di essere accoglienti e di privilegiare, anzi, i giornalisti che si trovano sul posto. Proprio per una questione di rispetto per lo sforzo che fanno, oltre che del racconto».
Perché il ciclismo non è solo performance e numeri. È un’esperienza collettiva, fatta di uomini, territori, contraddizioni. E senza un racconto all’altezza, anche lo sport più affascinante rischia di diventare distante, opaco, irrilevante.