di
Francesco Sessa

Intervista al dilettante che ha conquistato il torneo d’esibizione prima degli Australian Open: «Jannik era teso prima di servire, che bello l’abbraccio a rete. Il telefono stava esplodendo, stamperò la foto con Federer. Ma ora voglio tornare dai miei allievi»

Un passato da numero 1141 della classifica Atp. Il lato oscuro del tennis, quello che gli Slam e i tornei Atp non ci dicono: una faticaccia per poter vivere di questo sport, viaggi infiniti (in Australia, poi…), spese e pochi soldi, infortuni e dubbi. Il tennis per Jordan Smith, 29 anni, coach a tempo pieno dopo aver abbandonato il songo di diventare professionista, era tutto questo, prima di una serata di ordinaria follia: in campo contro Sinner, con Alcaraz a fare il tifo, 1 milione di dollari australiani (il corrispettivo di 576mila euro) guadagnati in una botta sola a suon di singoli punti conquistati, nel riuscito format «Million Dollar One Point Slam» che ha preceduto gli Australian Open. «Però, vi prego: italiani, perdonatemi per aver battuto Sinner», esordisce Smith da Melbourne, dove continua a godersi questi giorni da celebrità.

Beh, Jordan, ora che gli Australian Open sono iniziati, Jannik se ne sarà fatto una ragione.
«E non vedo l’ora di seguirlo in questo torneo, dopo aver avuto l’onore di condividere il campo con lui. È il mio giocatore preferito, non riesco ancora a realizzare quanto è accaduto».



















































Ma Sinner era davvero nervoso all’idea di servire, avendo una sola battuta a disposizione?
«Sì, posso confermarlo. Ho vinto il sorteggio a carta forbice e sasso, sono stato molto fortunato. Ovviamente gli ho lasciato la battuta: non avrei potuto gestire la sua risposta e uno scambio». 

Servizio in rete di Jannik.
«Mi ha subito abbracciato e mi ha augurato il meglio, è stato gentilissimo. Io mi dicevo: “Ma sta succedendo davvero, qui, sulla Rod Laver Arena?”».

Ma non è che si è consultato con Alcaraz prima di entrare in campo con Jannik?
«Sì, ero di fianco a Carlos e gli ho chiesto: “Cosa devo fare?”. Risposta: “Pregare”. Divertentissimo».

Una volta eliminato, Alcaraz ha fatto il tifo per lei davanti alla tv.
«La mia fidanzata mi ha fatto vedere il video quando sono tornato in hotel. Avevo il telefono inondato di messaggi, stava esplodendo. La cosa più assurda è vedere questi grandi giocatori reagire così per i miei punti: li seguo sempre in tv, in quel caso erano loro a guardare me».

E poi ha incontrato Roger Federer.
«Il migliore di sempre, per me. Giocatore e uomo di una classe unica, ma anche con i piedi per terra. L’incontro non era programmato, Roger è rimasto a parlare con me e la mia fidanzata per 15/20 minuti. Una conversazione che ricorderò per sempre. E poi la foto insieme: la stamperò». 

Per arrivare alle fasi finali a Melbourne, è partito dalle qualificazioni. Com’è andata? 
«È iniziato in autunno, ho giocato nella mia Sydney, precisamente a Homebush. Poteva partecipare chiunque e ho visto di tutto: bambini di 10 anni, adulti, teenager, a tutti i livelli. Non sapevo cosa aspettarmi, con queste regole mai viste. Bastava un vincente, una palla corta giocata bene. Ho giocato cinque turni nella prima fase, poi sei in quella successiva. Quindi, dopo la finale, ho vinto un totale di 17 punti».

E ora, con questo milione in tasca?
«Prima cosa: un’automobile. E poi, con calma, una casa. Voglio continuare a vivere a Sydney e costruire lì la mia famiglia, ma i prezzi sono molto alti».

La sua fidanzata gioca a tennis?
«Sì e la cosa curiosa è che mio padre è il suo allenatore, da quando lei aveva 8 anni. Le nostre famiglie si conoscono da tanto tempo».

Le loro emozioni dopo la sua vittoria?
«Il momento più bello di tutti: vedere le loro facce una volta uscito dal campo. C’erano i miei genitori, amici stretti, ovviamente lei: tutti in lacrime. Ho cercato di stare composto e di non emozionarmi, per godermi il momento. Ma con loro lì, non è stato facile».

Ma è stato più talento o fortuna?
«Beh… fortuna. Solo con un format così avrei potuto vincere il torneo. Ho affrontato avversari inarrivabili».

E pensare che aveva smesso di sognare, con il tennis.
«Ho sempre vissuto con una racchetta in mano. I miei genitori sono insegnanti, ho iniziato a giocare a 3 anni. Ero un buon giocatore, a 16 anni mi sono infortunato e sono stato fuori due anni. Ma non volevo rimpianti e sono andato avanti, il Covid è stato una mazzata. E ho mollato». 

È pronto a tornare alla vita di tutti i giorni?
«Le dirò: mi sto godendo tutto quello che sta succedendo, ma non vedo l’ora di tornare casa e stare con i miei allievi, parlare con loro, rispondere alle curiosità che avranno. E poi, mi godrò gli Australian Open».

20 gennaio 2026 ( modifica il 20 gennaio 2026 | 07:17)