di
Veronica Tuzii
Lo studioso è morto a 82 anni: per una vita intera ha studiato il maestro cadorino, senza mai mitizzarlo ma cercando il senso profondo delle immagini
Curiosamente, anche nell’aspetto un po’ gli assomigliava. Se si guarda l’Autoritratto di Tiziano del Prado – la barba folta e bianca, lo sguardo pensieroso, nulla di celebrativo – viene da pensare ad Augusto Gentili, tra i più importanti storici dell’arte italiani, scomparso domenica all’età di 82 anni. Per una vita intera ha studiato il maestro cadorino, ma senza mai mitizzarlo: cercando piuttosto il senso profondo delle immagini, la loro densità culturale, la trama di relazioni che le rende necessarie. Nato a Roma il 17 febbraio 1943, ha insegnato Storia dell’arte veneta alla Sapienza (dal 1983 al 1997) e poi Storia dell’arte moderna a Ca’ Foscari di Venezia (1998-2013), città centrale nel suo percorso di critico. Ma la sua attività è sempre andata ben oltre l’aula universitaria, incidendo su generazioni di studiosi. Gentili è stato uno dei principali artefici del rinnovamento degli studi sulla pittura veneziana del Cinquecento.
La multidisciplinarità
Il suo metodo, fondato su un’iconologia contestuale fortemente multidisciplinare, intrecciava storia della cultura, antropologia, storia delle istituzioni, teoria dell’immagine. L’opera non era mai un oggetto isolato, ma un nodo di significati, un dispositivo simbolico da interrogare con responsabilità interpretativa. I suoi libri su Carpaccio, Lotto, Bellini e Tintoretto restano punti di riferimento. Ma è soprattutto a Tiziano che Gentili ha legato il proprio nome: dai primi studi sulle immagini mitologiche fino alle opere più mature, come Tiziano (2012) e Tiziano. La sensualità del colore (2023), ha offerto letture capaci di coniugare finezza formale e profondità teorica. In La bilancia dell’arcangelo (2009) aveva inoltre anticipato uno dei temi oggi più fertili: il dettaglio come luogo di senso, come spazio critico. Argomento che torna nel 2025 in Ritratti al dettaglio. Venezia e dintorni, 1500-1575, una lettura analitica di volti, gesti e oggetti, di rapporti, eventi e incidenti familiari, di devozioni e malinconie, di espressioni rivelatrici: segnali da cogliere con attenta lentezza. Nel 1991 aveva fondato la rivista «Venezia ’500», diventata per 25 anni uno dei laboratori più vivi della disciplina.
Il suo contributo più recente, La pittura infinita di Tiziano, è apparso nel catalogo della mostra sul «non finito» inaugurata pochi giorni fa alla Pinacoteca Capitolina. Gli allievi lo ricordano come un docente esigente, alieno da compromessi, ma capace di indicare una direzione: non tanto come guardare un’immagine, quanto perché farlo. In questo, forse, assomigliava al suo Tiziano più segreto.
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20 gennaio 2026
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