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Sabrina Impacciatore consolida il suo percorso internazionale. Dopo la notorietà arrivata giovanissima in tv con Non è la Rai e Macao, e gli esordi al cinema tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila con Il Compagno e L’ultimo bacio, nel 2022 ha debuttato su un set globale interpretando Valentina in The White Lotus: un ruolo che le ha portato un Screen Actors Guild Award (insieme al cast) e una candidatura agli Emmy come miglior attrice non protagonista in una serie drama.
APPROFONDIMENTI
Da lunedì 26 gennaio The Paper arriva in Italia in esclusiva su Sky e NOW, con tutti gli episodi disponibili da subito. Nella serie, ambientata a Toledo, in Ohio, Impacciatore è Esmeralda Grand, la caporedattrice del Toledo Truth Teller, giornale locale in crisi seguito dalla stessa troupe “documentaristica” che, anni prima, aveva raccontato la quotidianità di The Office.
Tra precarietà, idealismo e guerra al clickbait, la redazione prova a sopravvivere all’ennesima trasformazione del mestiere, mantenendo lo sguardo da mockumentary e l’umorismo imbarazzante e tagliente tipico dell’universo creato da Greg Daniels.
Dopo White Lotus torna su un set internazionale. Come abbina la sua anima italiana con l’aspetto più internazionale invece che c’è su The paper?
«La mia anima italiana la vivo e la metto anche nel personaggio. Esmeralda è molto italiana. All’inizio mi avevano anche chiesto di imparare l’accento americano, perché cercavano una protagonista americana. Poi però si sono incuriositi, mi hanno fatto l’audizione e hanno detto “Vogliamo lei”. Io, all’inizio, ho pure mentito dicendo “Ma certo, non c’è nessun problema, posso fare l’accento americano”. E dentro di me: “Dio santo, come farò?”. Dopo tre giorni mi hanno chiamato Greg Daniels e Michael Cohan e mi hanno detto: “Ci siamo innamorati del tuo accento, resta così, riscriviamo il personaggio nella serie”. Per me è un motivo di grande orgoglio il fatto che un personaggio completamente italiano sia la protagonista femminile di una serie ultraamericana. E poi, diventare internazionale è una di quelle cose che ti danno tantissima felicità, perché un’artista vuole essere in grado di raggiungere più persone possibili, anche per provare ad annullare quel senso di solitudine infinita. Avere più platee ti dà una grande felicità».
Che rapporto ha oggi con la fama? Quanto è cambiata da quando lavora anche su set internazionali, oltre che su grandi set italiani?
«Ho avuto a che fare con la fama giovanissima: avevo 19 anni quando sono diventata riconoscibile per strada. Dopo un primo momento di esaltazione assoluta, ho iniziato subito a percepirla come una limitazione della mia libertà, perché ho una natura selvatica e molto libera. Per tanti anni l’America per me ha rappresentato un rifugio assoluto: potevo essere selvaggiamente me stessa senza essere riconosciuta da nessuno. Adesso capita di andare in un aeroporto a Los Angeles e vedere che ti riconoscono, ti fermano, vogliono un selfie. La cosa che mi dispiace della fama è dover essere sempre all’altezza delle aspettative ed essere sempre a disposizione. C’è un po’ di fatica in più: devi pensare che magari ti devi truccare un po’, ti devi vestire in un certo modo. A Los Angeles faccio proprio una vita diversa: a volte penso che, se mi vedessero come vivo a Testaccio, sarebbero increduli. Lo star system che noi non abbiamo ha delle griglie di comportamento diverse dalle nostre».
A proposito di aspettative: The Paper nasce nell’universo di The Office. Che rapporto ha con quella serie?
«Io The Office non l’avevo mai vista, ne avevo solo sentito parlare. Quando una delle mie agenti americane mi ha chiamato dicendomi che in 24 ore avrei avuto il provino, io ero in volo da Cape Town, dove stavo girando un film con Viola Davis, e stavo tornando in Italia. In quelle ore ho visto in aereo gli episodi di The Office. Sono stata fortunata che fossero in programmazione. All’inizio ero rimasta smarrita e sorpresa. Non la capivo fino in fondo e non mi ci vedevo dentro. Poi progressivamente, sono diventata dipendente, perché aveva il potere di cambiare il mio umore. La guardavo prima di addormentarmi. Steve Carrel è un tale genio di grazia, drammaticità, leggerezza e comicità. Mi ricordava, in mpdp completamente diverso, Anna Magnani che nel momento della tragedia riusciva a ricordarti la commedia, e viceversa. E ho pensato: “Wow! Se dovessi prendere questo ruolo, che grande occasione di giocare possibilmente su questi due piani”».
E The Paper, secondo lei, quanto ha di The Office?
«The Paper è un è un progetto a sé stante. Greg Daniels, il creatore americano, insieme a Michael Koman, ci tengono tanto a ricordare che non è uno spin-off. È lo stesso universo di The Office, si mantiene lo spirito del mockumentary, però cambia il cast e l’impianto. Come attore ritorna solo Oscar Núñez. Siamo molto felici di vedere che tanti amanti appassionati di The Office si sono innamorati di The Paper. Per noi questo è stato il più grande successo»
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