La Groenlandia è l’errore fatale che rischia di rovinare un bilancio positivo della politica estera di Donald Trump. Questa frase contiene due parti. La prima, “errore fatale”, è facile da condividere per un lettore europeo. La seconda parte, il giudizio positivo sulla politica estera di Trump, invece probabilmente farà sobbalzare una maggioranza di voi.
Prima di abbandonare la lettura disgustati, una precisazione: questo è il giudizio di The Free Press. Cioè uno dei pochi media americani che oggi si possono considerare davvero al di sopra delle parti, equidistante, impegnato in una onesta ricerca dell’obiettività. The Free Press ha una fondatrice speciale: Bari Weiss, grande firma del giornalismo americano, viene da un retroterra progressista.
Lavorò alla pagina dei commenti del New York Times (2017-2020) quando questo quotidiano era all’apice della “woke culture”. Lei ne uscì contestando la dittatura conformista che a suo avviso dominava nella redazione e tradiva la missione del giornale. Creò The Free Press che oggi ospita notizie, analisi e commenti da un ventaglio di personaggi tanto autorevoli quanto variegati: tra gli autori c’è uno dei più grandi storici contemporanei, Niall Ferguson della Hoover Institution, che è un conservatore kissingeriano; ma ci sono anche fior di progressisti (classifico tra questi l’economista Kenneth Rogoff e un altro storico, Simon Sebag Montefiore).
“Non siamo un monolito” è una delle auto-definizioni di The Free Press. Scomoda posizione, di questi tempi. Nel frattempo Bari Weiss ha continuato a generare controversie dopo essere stata nominata al comando del network televisivo Cbs, dove la sinistra l’accusa di condurre una normalizzazione. Weiss è difficile da classificare in un mondo che predilige le etichette: è una giornalista capace di spiazzare tutti, uscire dal gregge, sfidare le opinioni dominanti.
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Grazie a lei, e a tanti altri personaggi di grande spessore di cui si circonda, The Free Press a mio avviso è una lettura obbligata. Proprio perché questo organo di informazione ha saputo scandalizzare la sinistra americana dando dei buoni voti alla politica estera di Trump, oggi è significativa la sua condanna dell’operazione-Groenlandia. Eccola:
“Nell’ultimo anno, il presidente Donald Trump ha collezionato risultati impressionanti in politica estera. Ha autorizzato il bombardamento che ha decimato il programma nucleare dell’Iran. La sua diplomazia muscolare con Qatar e Turchia ha contribuito a esercitare una pressione sufficiente su Hamas perché restituisse i restanti ostaggi israeliani rapiti dai terroristi il 7 ottobre 2023. Ha ordinato una delle più clamorose missioni di forze speciali nella storia degli Stati Uniti, con il raid che ha portato il tiranno venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie davanti a un tribunale di New York.
Queste vittorie sono una testimonianza delle virtù dell’unilateralismo muscolare. Mentre i presidenti del passato spesso si sono piegati ai vincoli delle Nazioni Unite, Trump ha ignorato i burocrati. Un rispetto d’altri tempi per la sovranità di Iran e Venezuela non ha dissuaso questi due regimi dal minacciare i loro vicini. Le operazioni Midnight Hammer e Absolute Resolve sì.
Ma la politica estera “o così o niente” di Trump ha anche dei lati negativi. Rischia di trasformare i suoi successi in politica estera in una perdita strategica. Invece di incutere timore nel cuore degli avversari dell’America, sta ora alienando i suoi alleati.
Si consideri l’ossessione di Trump per la Groenlandia, il territorio artico che fa parte del Regno di Danimarca. È vero che l’aumento delle temperature globali ha reso l’Artico oggetto della competizione tra grandi potenze, con l’apertura di nuove rotte di navigazione in una regione geopoliticamente cruciale. La Groenlandia è ricca di terre rare, minerali necessari per competere in un’economia guidata dall’intelligenza artificiale. Esistono valide ragioni strategiche per cui l’America trarrebbe beneficio dall’acquisizione di questa terra ghiacciata.
Ma il modo in cui Trump sta cercando di assicurarsi la Groenlandia è profondamente controproducente. La Casa Bianca sta trattando la Danimarca, un alleato fedele della Nato, come il bullo tratta il ragazzino mingherlino all’intervallo scolastico che ha ricevuto dai genitori troppo denaro per il pranzo. L’annuncio di Trump, nel fine settimana, di imporre una tariffa del 10 per cento ai Paesi europei che si oppongono all’acquisizione statunitense della Groenlandia non è una leadership globale audace. È un capriccio geopolitico.
Perché la Casa Bianca dovrebbe suggerire che restino “sul tavolo opzioni militari” per acquisire la Groenlandia? Persino molti alleati di Trump al Congresso riconoscono l’assurdità di una simile minaccia.
Invece di incutere timore nel cuore degli avversari dell’America, sta alienando i nostri alleati. Già l’irritazione e il bullismo di Trump hanno creato una crisi diplomatica. Domenica, gli otto Paesi colpiti dalle nuove tariffe di Trump hanno emesso un raro avvertimento agli Stati Uniti: l’alleanza Nato rischia una “pericolosa spirale discendente”. Sono il tipo di minacce che i nostri alleati europei di solito rivolgono ad avversari come Russia o Cina.
La scorsa settimana, il primo ministro canadese Mark Carney ha concluso incontri con il premier cinese Xi Jinping. Il Canada ha accettato di rimuovere la tariffa del 100 per cento sulle auto elettriche cinesi in cambio della riduzione dei dazi cinesi sulle esportazioni agricole canadesi. Anche se l’accordo non rappresenta una nuova partnership strategica, costituisce comunque una vittoria significativa per Pechino, un rivale contro il quale l’America dovrebbe costruire una coalizione.
Non è un’ipotesi astratta. Una delle storie di successo meno celebrate del primo mandato di Trump è stata la sua silenziosa campagna per persuadere alleati chiave a evitare l’acquisto di stazioni terrestri e apparecchiature Huawei nella costruzione delle reti wireless 5G. La Cina controlla i dati che transitano sulle reti Huawei, e ciò le avrebbe conferito un enorme vantaggio in tempo di guerra se alleati degli Stati Uniti come il Regno Unito fossero rimasti dipendenti dalla tecnologia cinese per internet e telefonia mobile. Nel caso Huawei, una diplomazia rispettosa e normale ha funzionato. Molti alleati hanno finito per limitare l’uso delle apparecchiature Huawei nelle loro reti 5G.
C’è chi ritiene che la Nato abbia esaurito la sua utilità per gli interessi americani. E in parte le critiche sono fondate. In particolare, l’Europa ha eluso a lungo le proprie responsabilità in materia di difesa, approfittando gratuitamente dell’ombrello militare americano. Allo stesso tempo, però, la Nato è riuscita a tenere unito il continente e a prevenire la competizione intraeuropea che aveva portato il mondo alla guerra due volte nel XX secolo. Inoltre, a causa delle minacce di Trump e dell’aggressione russa, gli europei hanno iniziato a fare di più per la propria difesa, persino la Germania sta rafforzando le proprie forze armate. Consentire lo sfaldamento dell’alleanza nordatlantica sarebbe un regalo al più grande avversario dell’America, la Russia, che da tempo cerca di indebolire la Nato.
Tutto ciò ci riporta alla Groenlandia. Se Trump è preoccupato solo della nuova corsa tra Cina, America e Russia per l’Artico, non dovrebbe inquietarsi. La Groenlandia fa parte dell’alleanza Nato. In Europa non c’è resistenza all’idea che l’America stabilisca lì più basi. Tuttavia, la retorica bellicosa di Trump potrebbe cambiare questa situazione. Senza dubbio l’Amministrazione potrebbe concludere accordi che le garantiscano l’accesso alle terre rare. L’obiezione riguarda il ritorno alla diplomazia delle cannoniere da parte di Trump. E questo dovrebbe preoccupare tutti gli americani. Il costo a lungo termine nel forzare la mano alla Danimarca non vale il guadagno a breve termine delle risorse naturali che l’America potrebbe ottenere strappando la Groenlandia.
Uno dei nostri maggiori vantaggi contro Cina e Russia è che non dominiamo i nostri alleati come fanno loro. Dopo la Seconda guerra mondiale, presidenti lungimiranti come Harry Truman e Dwight D. Eisenhower non trasformarono l’Europa occidentale in un insieme di Stati vassalli. Al contrario, ricostruirono i Paesi devastati dalla macchina da guerra nazista, Germania compresa.
Col tempo, l’America si assicurò mercati per i propri beni e servizi mentre i suoi alleati prosperavano. E mentre l’Europa occidentale fioriva, i Paesi costretti a vivere dietro la Cortina di ferro ristagnavano. Fu questo contrasto a spingere cechi, polacchi, tedeschi orientali e altri, con grande coraggio, a scegliere l’America e l’Occidente invece di Mosca. Questo approccio contribuì a farci vincere la Guerra fredda.
Trump si trova ora di fronte a una serie di scelte decisive. Ha rimosso il tiranno venezuelano e deve decidere come gestire quel Paese e la sua attuale leadership. In Iran, ha l’opportunità di spostare l’equilibrio a favore del popolo iraniano, che protesta contro un regime illegittimo disposto a uccidere pur di restare al potere. Se riuscirà a guidare Iran, Venezuela e forse persino Cuba verso un futuro democratico, darà un contributo indelebile alla pace mondiale. Ma non potrà riuscirci senza alleati disposti a seguire la guida americana. La Groenlandia semplicemente non vale il rischio di sabotare lo straordinario momento che Trump ha creato”.
20 gennaio 2026, 11:29 – modifica il 20 gennaio 2026 | 15:45
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