L’arrivo delle mestruazioni è un traguardo naturale, eppure per molti genitori resta un territorio d’ombra, un misto di imbarazzo e timore di “dire la cosa sbagliata”. Ma oggi il tempo stringe: l’età del primo ciclo (il menarca) si è abbassata notevolmente, arrivando a coinvolgere bambine di 9 o 10 anni. Per accompagnarle con serenità, abbiamo parlato con la Dott.ssa Teresa Mazzone, pediatra di libera scelta e Consigliera della Società Italiana di Pediatria per il Lazio.
L’anticipazione della pubertà
La Dott.ssa Mazzone conferma un dato ormai evidente nella pratica clinica: «L’età si è molto abbassata. Il ricordo delle mestruazioni a 12 o 14 anni è ormai lontano: adesso abbiamo bambine che hanno il ciclo già a 9 anni». Questa osservazione trova riscontro in numerosi studi longitudinali che correlano l’anticipo puberale a fattori ambientali, nutrizionali e agli interferenti endocrini. Dal punto di vista psicologico, la letteratura scientifica evidenzia un rischio di “discrepanza evolutiva”: le bambine hanno un corpo che cambia rapidamente, ma non possiedono ancora la maturità cognitiva per gestire il carico ormonale.
I segnali
Per questo, la pediatra invita ad agire sui segnali premonitori. Il primo grande cambiamento non è il sangue, ma ciò che accade prima. La Dott.ssa Mazzone sottolinea come il pediatra, durante i bilanci di salute, possa avvertire la famiglia già verso i 7-8 anni. «Quando compaiono i primi segni – il “bottone mammario”, la peluria ascellare o pubica – sappiamo che il corpo si sta preparando. Da quel momento possono passare circa due anni prima del ciclo». Il consiglio per i genitori è di non farsi cogliere di sorpresa. Iniziare a parlare dei cambiamenti fisici come di una “metamorfosi positiva” permette alla bambina di non vivere con ansia l’arrivo della prima mestruazione. «Bisogna usare un linguaggio semplice, positivo e privo di tecnicismi inutili», spiega la pediatra.
Il ruolo del padre e dei fratelli
Se in passato le mestruazioni erano un affare da sbrigare tra madre e figlia, oggi la parola d’ordine è condivisione. Uno degli aspetti più innovativi sottolineati dalla Dott.ssa Mazzone è la necessità di superare il “segreto femminile”. «È opportuno coinvolgere anche i papà e i fratelli maschi nello spiegare cosa succede», suggerisce la dottoressa. Una posizione supportata da ricerche pubblicate sul Journal of Adolescent Health, che dimostrano come un coinvolgimento attivo e non imbarazzato della figura paterna sia correlato a una maggiore autostima corporea nelle figlie. Spiegare il ciclo ai maschietti previene paure inutili: «Un fratellino può pensare che la sorella sia malata se la vede preoccupata o se vede tracce di sangue. Quello che non si conosce fa più paura». Un padre che non si imbarazza davanti a un pacco di assorbenti trasmette alla figlia un messaggio potentissimo: “Il tuo corpo sta bene, non c’è nulla di cui vergognarsi”.
Bullismo e i rischi del web
In un’epoca dominata dai social media, il rischio è che i giovani cerchino risposte online. «Dobbiamo evitare la ricerca di informazioni su media o da amici di terza mano, che portano spesso a confusione o percezioni sbagliate», avverte la pediatra.
La letteratura sulla Menstrual Literacy (alfabetizzazione mestruale) indica che l’educazione dei maschi è il principale strumento contro il bullismo scolastico. I ragazzi informati tendono a sviluppare relazioni più empatiche, riducendo drasticamente quegli episodi di derisione legati a un evento che, come ricorda la dottoressa, riguarda «il 50% della popolazione mondiale».
Come rispondere alle domande
Cosa fare se una bimba di 4 o 5 anni vede un assorbente o del sangue in bagno? Molte mamme provano disagio, ma la Dott.ssa Mazzone rassicura: «Si può spiegare tutto con il linguaggio appropriato. Per le più piccole si possono usare metafore, come fiori che crescono o gemme che si preparano. L’importante è il tono: dolce, calmo e rassicurante». L’obiettivo è creare un “terreno fertile” di fiducia. Se la bambina sa di poter chiedere tutto, non cercherà risposte confuse o pericolose online e non vivrà il menarca come una ferita o una malattia.
Validare le emozioni
Studi recenti sulla comunicazione genitori-figli indicano che il modo in cui una madre vive il proprio ciclo influenza la sintomatologia della figlia. La Dott.ssa Mazzone insiste sull’importanza di dare un nome a ciò che si prova: «Dobbiamo validare le emozioni. Far capire che una volta che hai il ciclo può essere normale avere sbalzi d’umore. Spesso gli adulti stessi non sanno dare un nome alle proprie emozioni, ma noi dobbiamo accettare anche il senso di frustrazione del bambino». L’obiettivo è passare un messaggio rassicurante: «Le mestruazioni sono un segnale che il corpo funziona bene, che stai diventando grande e che potresti accogliere una nuova vita». Sul piano pratico, è bene mostrare gli strumenti a disposizione (assorbenti, mutandine assorbenti, tamponi e coppette mestruali) e spiegare che la vita non si ferma: «Si può fare sport, si può andare in piscina, si può fare tutto. Non è un handicap, è l’inizio di un percorso che accompagnerà la donna per gran parte della vita».
Quando rivolgersi allo specialista
Il dialogo con il pediatra resta la bussola principale. La Dott.ssa Mazzone consiglia di valutare una visita ginecologica (con specialisti dedicati all’adolescenza) nel primo anno dal menarca, specialmente se i cicli sono molto irregolari o dolorosi. È importante anche affrontare il tema della prevenzione, come il vaccino per il papilloma virus (HPV), fondamentale sia per i maschi che per le femmine.
In conclusione, accompagnare i figli in questa tappa significa rompere i silenzi del passato per costruire una nuova consapevolezza. Educare bambine e bambini a conoscere il proprio corpo e formare genitori capaci di ascoltare senza tabù è la chiave per trasformare un cambiamento fisico in un momento di crescita serena e naturale per tutta la famiglia. La gestione del ciclo non è solo un fatto pratico, ma una lezione di empatia e salute che durerà per tutta la vita.
Ultimo aggiornamento: mercoledì 21 gennaio 2026, 08:34
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