di
Paola Pollo
Intervista al creativo che per 20 anni è stato al fianco dell’«imperatore»: «Cercava la perfezione, sempre, ma mi ha insegnato che la precisione assoluta senza umanità non lascia traccia. Mi beavo dei suoi racconti. E abbiamo passato serate a commentare Sanremo»
«Posso accettare la tua assenza, ma mai la tua morte. La memoria, il ricordo e l’amore rimangono con noi per sempre, e credo che sia così che non abbandoniamo mai veramente chi amiamo».
Sono le parole postate sui social da Pier Paolo Piccioli, il giorno dell’annuncio della scomparsa di Valentino Garavani. Per oltre vent’anni ha lavorato accanto all’«ultimo imperatore». Ora è il creativo di Balenciaga, ma non ha dimenticato da chi ha imparato tutto. «Ho scritto quello che pensavo. Ci sono mille momenti insieme a lui, ma in queste ore sono state le piccole cose a tornare, e sono poi diventate i grandi insegnamenti. È lui che mi ha insegnato che la precisione assoluta senza umanità non lascia traccia, mentre un errore plasmato con intelligenza può diventare stile».
Come un film che si riavvolge, veloce.
«Dalle sue lezioni sui fiocchi alla più grande: non bisogna piacere a nessuno se non a sé stessi. Credere nella propria identità è forse l’unico modo per raccontare una storia vera di bellezza».
Bellezza, una parola che Valentino usava sempre.
«È sempre stata la sua protezione, il suo scudo. E Giammetti è l’uomo che gli ha permesso di crearla. Per questo è stata una vera storia d’amore: Giancarlo lo ha lasciato vivere nella bellezza senza essere influenzato dalle cose brutte del mondo».
Aveva 29 anni quando lo conobbe.
«Mi beavo dei suoi racconti. Venivo da Nettuno e quel mondo lo conoscevo solo dai libri. Ascoltarlo ha trasformato una leggenda in qualcosa di personale. Ricordo soprattutto la pazienza con cui rispondeva alle mie domande durante le prove. Farah Diba, Studio 54, Bianca Jagger, Halston, Nan Kempner: immagini che diventavano vita».
Racconta di serate a commentare Sanremo!
«Eccome. C’erano sempre discussioni, commenti ironici, osservazioni precisissime. La perfezione in ogni cosa: “le scarpe di pelle non si mettono con l’abito di chiffon”».
Il primo incontro.
«Non sapeva che eravamo in due, io e Maria Grazia (Chiuri ndr). Conosceva il nostro lavoro da Fendi, ma non noi. Lui in giacca e cravatta, io in jeans e infradito. Gentile, formale. Io decisamente fuori contesto».
Mai giudicante, sembra di capire.
«Non si è mai fermato alle apparenze. Era talmente sicuro di sé che non aveva bisogno di giudicare gli altri. Riconosceva il bello nelle persone e lo rispettava».
Non ha mai tentato di cambiarla.
«Era divertito dalla mia vita diversa dalla sua».
L’emozione più grande.
«Nel 2018, alla couture. Lui in prima fila, si alzò e mi aspettò per abbracciarmi. Una stima vera che mi ha dato sicurezza e luce. Era esigente, soprattutto con sé stesso. Quel gesto è stato un segno».
Un uomo senza dubbi?
«No. La sua sicurezza lo spingeva alla ricerca della bellezza. Ho passato 25 anni con lui, attraversando momenti di vita e di lavoro. Ricordo quando arrivai in ritardo a uno show perché stava nascendo mia figlia: mi aspettava. Lo show del 2022 voleva raccontare proprio quell’incanto».
Dunque, un maestro dell’incanto?
«Su un foglio disegnava poche linee e da lì nasceva tutto. Non c’era nulla, eppure restava addosso. Mi ha insegnato che la moda è gioia, anche se profondamente seria».
E le lezioni sui fiocchi?
«Per lui nulla era solo un dettaglio. Scolli, spacchi, rossetto sulle labbra delle modelle. La sua ossessione era rendere le donne più belle, non fare cose per il couturier. La moda era al servizio del corpo».
La sua proverbiale ironia.
«Innocente, spontanea, figlia di una ricerca assoluta della bellezza».
Il rapporto con i collaboratori.
«Esigente, ma elegante. Ti faceva sentire parte di un progetto comune».
Perché la scelta di sfilare a Parigi?
«Profondamente italiano, ma aveva capito prima di tutti l’importanza di essere internazionale».
E il rosso Valentino non lo ossessionava?
«Ma no! Lui usava codici, ma ogni volta in modo diverso. Era sicuro, brillante, quasi innocente. Come se ogni idea fosse sempre la prima. Come se la meraviglia non fosse mai svanita. Ed è questo che ha reso tutto possibile. E magico».
21 gennaio 2026 ( modifica il 21 gennaio 2026 | 09:48)
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