Intervista ad Armin Laschet, della Cdu, a capo della commissione Esteri del Bundestag: «Acceleriamo sulla difesa comune con chi ci sta»
DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE
BERLINO – Bisogna evitare l’escalation con gli Stati Uniti: ne pagherebbe il prezzo l’Ucraina. Ma soprattutto, «bisogna riconoscere che l’Europa non ha una vera sovranità propria» e cominciare a costruirla da subito. Armin Laschet, l’erede designato di Angela Merkel (che però perse le elezioni contro Olaf Scholz), è uno dei più influenti politici tedeschi: grande esperto di temi internazionali, presiede la commissione Esteri del Bundestag.
Armin Laschet, il cancelliere Merz vuole trattare a oltranza con Trump. Qual è, in sostanza, la linea tedesca?
«Evitare l’escalation di una guerra commerciale. Ma non si può accettare tutto dagli Stati Uniti: se impongono nuovi dazi contro l’Europa, l’Ue deve reagire. Un primo segnale c’è stato: l’Europarlamento questa settimana non esaminerà l’accordo con gli Usa. Bisogna però restare nel dialogo: il cancelliere parlerà con il presidente Trump a Davos perché se scoppia una guerra commerciale, alla fine perdiamo tutti».
E se i colloqui dovessero fallire, Berlino sosterrebbe l’uso del «bazooka», il meccanismo anti-coercizione?
«È una delle opzioni. Ma non ci sarà una decisione unilaterale tedesca: la Germania sosterrà, ciò che la Commissione Ue preparerà».
Merz sostiene che troverà una posizione comune con Macron. Ma i rapporti non sono ai massimi…
«Non parlerei di vera tensione tra Germania e Francia.
Senza un’azione comune tra Berlino e Parigi non funziona nulla. Sul Mercosur, è vero, ci sono ancora divergenze (decisivo è stato il voto favorevole dell’Italia), ma sono convinto che Macron e Merz troveranno una posizione condivisa».
Siamo al punto più basso dei rapporti tra America ed Europa dalla fine della II guerra mondiale?
«È certamente una fase molto seria. Ci sono stati contrasti in passato: durante la guerra in Iraq, il Regno Unito e altri Paesi sostenevano il presidente Bush, mentre Germania e Francia si opposero.
Però i ripetuti attacchi del presidente americano, il disprezzo e il disagio che manifesta verso l’Europa, in questa forma non si erano mai visti.
In parti della Strategia di sicurezza nazionale, l’Europa viene persino descritta come una minaccia, mentre Russia e Cina non vengono menzionate. L’Ue non è certo la principale minaccia per gli Usa: siamo alleati, e questo Trump lo dimentica troppo spesso».
Crede che la Groenlandia sia davvero in pericolo?
«Anche se così fosse, la domanda è: che cosa ne consegue? Noi dipendiamo ancora molto dagli Stati Uniti: abbiamo bisogno di loro per il sostegno all’Ucraina, sono uno dei principali mercati per l’Europa, i legami economici sono strettissimi, come quelli della Nato. L’Europa non ha ancora una vera sovranità propria. Per questo ora bisogna, primo, riconoscerlo e, secondo, accelerare l’integrazione europea. Serve una difesa europea comune: se non partecipano tutti e 27, allora devono farlo quelli che vogliono. E serve un’Europa economicamente forte. Proprio per questo, è stato conferito il Premio Carlo Magno di Aquisgrana a Mario Draghi, con l’idea che le sue proposte vengano attuate».
Lei è un membro di quella giuria…
«Non c’è più tempo da perdere. Se la Commissione non riduce in modo radicale la burocrazia e non orienta l’Europa verso la competitività, nel lungo periodo non avremo alcuna possibilità di reggere».
Un tempo i giudizi su Draghi in Germania erano più ostili…
«Senza il suo “whatever it takes” dieci anni fa la moneta unica sarebbe crollata. E oggi l’Europa sarebbe molto più debole. Questo però è il passato».
Ora cosa conta?
«Conta portare la competitività al centro dell’agenda della Commissione europea.
Il 12 febbraio ci sarà un Consiglio straordinario dedicato esclusivamente a come attuare le proposte di Draghi».
Si dice che l’Europa progredisca nelle crisi. Questo può essere un momento fondativo per la difesa e per l’economia?
«Sulla difesa c’è consapevolezza: l’obiettivo Nato del 5% è deciso, si lavora ai bilanci per renderlo possibile. Ma sul secondo pilastro, la competitività, non si è fatto abbastanza.
Questo deve cambiare».
E se non tutti i 27 Paesi fossero pronti?
«Allora serve un’Europa a due velocità. Chi vuole andare avanti deve farlo, e poi convincere gli altri a seguirlo.
Continuare ad aspettare non è un’opzione».
Sul piano economico, la Germania è pronta a fare un passo in più? Per esempio gli eurobond, per controbilanciare l’America nei mercati dei capitali?
«Con il finanziamento dell’Ucraina, ossia il pacchetto da 90 miliardi, si è già creato un sistema europeo di emissioni comuni, come dopo il Covid con Next Generation Ue. In linea di principio, la Germania resta scettica sugli eurobond, ma in modo pragmatico ha già accettato questa soluzione in due casi importanti. Un terzo potrebbe arrivare se necessario. Non è la posizione ufficiale del governo, ma personalmente lo riterrei giusto, se il resto del quadro funziona».
Che ruolo vede per Giorgia Meloni? C’è il rischio che l’Italia resti fuori?
«Il mio sentimento è che Meloni ne farà parte. È necessaria sia sulla difesa sia sulla competitività, ha buoni contatti con Donald Trump. Bisogna usarli».
Infine, l’Ucraina: rischia di pagare lei il prezzo dello scontro Usa-Ue?
«Il rischio esiste. Bisogna fare di tutto affinché gli Stati Uniti restino fedeli ai loro impegni. Per questo le dichiarazioni dei leader europei sul Venezuela sono state molto caute: non si voleva alimentare uno scontro che alla fine avrebbe potuto danneggiare Kiev. Le crisi oggi sono tutte contemporanee. Serve prudenza e niente colpi di testa».
21 gennaio 2026
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