– Il 22 gennaio arriva nelle sale italiane “Marty Supreme”, che gli ha già regalato il Golden Globe e il Critics Choice Award, e lo colloca in pole position per le nomination agli Oscar. In America, in pochi giorni, ha incassato 70 milioni di dollari 

– Il film racconta la storia di un ragazzo ossessionato dal ping pong e certo di avere un destino glorioso. «Mi sono sentito così dai 22 ai 26 anni», racconta l’attore. «Questo personaggio e “A Complete Unknown” sono i ruoli di cui vado più fiero»

Timothée Chalamet ha quell’aria da ragazzo capitato per sbaglio in un mondo di adulti che giocano a fare i potenti, e forse è proprio questo il segreto del suo fascino: non sembra mai del tutto convinto di essere lì. Magro fino alla fragilità, con quel viso che potrebbe appartenere a un dipinto rinascimentale o a un liceale parigino che fuma di nascosto, Chalamet è diventato una star globale senza mai assumere davvero la postura della star. E questa, oggi, è già una forma di rivoluzione.

In un’epoca di mascolinità ipertrofiche e sorrisi da social media manager, Timothée appare come un’anomalia gentile. Non ostenta forza, non recita sicurezza, non finge disincanto. Al contrario, espone il dubbio, l’imbarazzo, una certa malinconia elegante che sembra appartenere a un’altra epoca, quando gli uomini potevano essere belli senza dover dimostrare nulla. È un corpo sottile che non invade lo spazio, una voce che non sovrasta, uno sguardo che spesso sembra chiedere il permesso.

Timothée Chalamet nei panni di Bob Dylan nel film “A complete Unknown”

Il cinema lo ha accolto come si accolgono le rivelazioni: con entusiasmo e un certo desiderio di possesso. Dopo Chiamami col tuo nome, Chalamet è diventato immediatamente qualcosa di più di un attore promettente: un simbolo. Del desiderio fluido, della giovinezza sensibile, di un maschile finalmente liberato dall’obbligo di essere rude. Ma, come spesso accade, il simbolo rischia di diventare una gabbia. 

Lui sembra muoversi con una leggerezza intelligente, scegliendo ruoli che non lo rendono mai del tutto rassicurante: l’amore omosessuale in Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino (ricevette la prima candidatura all’Oscar a soli 22 anni, terzo attore più giovane della categoria), e il regista italiano lo riprese per l’horror sentimentale Bones and All; il kolossal Dune; con A Complete Unknown di James Mangold, dove interpreta il giovane Bob Dylan, ottiene la seconda candidatura alla statuetta. E adesso, dopo aver incassato 70 milioni di dollari negli Stati Uniti arriva il 22 gennaio nei cinema italiani con Marty Supreme, che gli ha già regalato il Golden Globe e il Critics Choice Award, e lo colloca in pole position per le nomination agli Oscar.

Il film diretto da Josh Safdie è ambientato nella New York degli anni ’50 e racconta la storia di Marty Mauser, ambizioso e vitalissimo ragazzo cresciuto nel Lower East Side, ossessionato dal ping pong e certo di avere un destino glorioso davanti a sé. Da New York al Cairo, da Tokyo a Parigi, insegue i suoi sogni senza mai fermarsi, fra truffe, scommesse, passioni proibite. Quella di Marty è un’esistenza rocambolesca che il regista racconta con grande ritmo, tra ironia e tensione emotiva. E accanto a Chalamet prendono vita vivaci personaggi interpretati da Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion e Tyler “The Creator” Okonma.

Safdie ha spiegato: «George Bernard Show ha detto: “L’uomo ragionevole adatta se stesso al mondo, quello irragionevole insiste nel cercare di adattare il mondo a se stesso. Così il progresso dipende dagli uomini irragionevoli”. Trovo quest’affermazione fantastica. Cioè, non devi sottostare allo status quo, a chi ti odia, chi uccide i tuoi sogni. E nel film Marty è esuberante, impaziente, vuole raggiungere il suo sogno e così contagia anche le altre persone».

Timothée Chalamet nel film “Marty Supreme”

Marty Mauser insegue il suo sogno mentre la vita gli scorre accanto. Un personaggio nel quale Timothée Chalamet si rispecchia. «Mi sono sentito così dai 22 ai 26 anni», racconta in una intervista a Variety. «Quando la mia carriera è davvero decollata, ho avuto la sensazione che mi avessero tolto il tappeto da sotto i piedi. Ed è per questo che, pur essendo molto orgoglioso di Call Me by Your Name, Beautiful Boy e dei film che ho fatto all’inizio, Marty Supreme e A Complete Unknown sono i ruoli di cui vado più fiero».

C’è in Chalamet una qualità che piace molto alle donne – e che forse inquieta alcuni uomini – ed è la sua evidente indisponibilità al machismo. Non seduce per conquista, ma per sottrazione. Non guarda lo spettatore dall’alto in basso, ma di lato, come se fosse sempre sul punto di scomparire dalla scena. È un erotismo malinconico, fatto più di attese che di gesti, più di silenzi che di dichiarazioni.

Una scena del film “Marty Supreme” nelle sale italiane dal 22 gennaio

Anche fuori dallo schermo, Timothée non si comporta come ci si aspetterebbe da un idolo contemporaneo. Indossa abiti improbabili con la nonchalance di chi non vuole piacere a tutti. Sembra divertirsi a scardinare l’idea stessa di eleganza maschile, mescolando haute couture e fragilità adolescenziale. Non è mai davvero glamour, eppure è ovunque. Forse perché il glamour, oggi, è proprio questa capacità di non aderire completamente al personaggio.

C’è qualcosa di profondamente moderno, e insieme antico, nel suo modo di stare al mondo. Ricorda certi attori europei degli anni Sessanta, belli e inquieti, più interessati a capire chi sono che a spiegare chi dovrebbero essere. E in questo continuo oscillare tra esposizione e riserva, Chalamet sembra dirci che la vera forza non è l’affermazione, ma l’ambiguità.

Timothée Chalamet non dà l’impressione di voler durare per forza. Ed è forse questo che lo farà durare. Perché in un tempo ossessionato dalla permanenza, dall’immagine, dal controllo, lui resta lì, leggermente fuori fuoco, come una domanda lasciata aperta. E le domande, si sa, invecchiano molto meglio delle risposte. «Il futuro? Chi lo sa cosa accadrà, non do mai nulla per scontato».