Spazi che si restringono, volumi che diventano impraticabili, priorità che cambiano. In questo scenario il digitale non viene celebrato come una rivoluzione ideologica, ma accolto come uno strumento di sopravvivenza musicale, l’unico in grado di garantire continuità a una passione che rischierebbe, a volte, di spegnersi.

Da qui prendono forma due post che dialogano tra loro, nati dallo stesso disagio ma sviluppati su piani diversi. Il primo affonda le mani nell’esperienza personale, senza filtri né pose: vent’anni di chitarra, sogni valvolari rincorsi a lungo e una realtà che presenta il conto sotto forma di spazi domestici condivisi, tempo ridotto, responsabilità nuove. Il digitale entra in scena non come scelta di campo, ma come soluzione possibile, concreta, spesso l’unica. Non sostituisce il mito, non cancella il desiderio, ma permette di continuare a suonare quando tutto il resto sembra remare contro.

Il secondo post raccoglie quel racconto e lo allarga, spostando lo sguardo dall’attrezzatura al contesto. Riconosce senza esitazioni quanto il digitale abbia democratizzato l’accesso al suono, rendendo disponibili possibilità un tempo impensabili, ma allo stesso tempo pone una domanda più scomoda: dove finisce tutta questa musica? Se un tempo il rumore era parte integrante della crescita, della socialità, perfino del conflitto generazionale, oggi il suono sembra ritirarsi, farsi educato, privato, confinato tra cuffie e pareti domestiche.

Insieme, i due post raccontano una transizione silenziosa. Ecco perché abbiamo scelto di metterli in evidenza. Non uno scontro tra analogico e digitale, ma il ritratto di una generazione che ha imparato a fare rumore e ora si ritrova a suonare sottovoce, cercando un equilibrio tra ciò che è stato e ciò che, semplicemente, è ancora possibile fare.

Di seguito il post originale di theoneknownasdaniel:

La mia riflessione è quasi una risposta, direi un completamento dal mio punto di vista, all’articolo in home page sul setup digitale a basso costo ed alta efficacia.

Il digitale ha innegabilmente abbassato la soglia d’ingresso nel mondo della musica suonata, e deve ricevere tutti i meriti per averlo fatto.

Con un centinaio d’euro oggi possiamo ottenere suoni incredibili, se dieci anni fa (non negli anni 90 eh, nel 2016) mi avessero detto che con un Katana Go avrei avuto tutti quei suoni e quelle funzioni per il prezzo che ha, probabilmente avrei chiesto di smettere di prendermi in giro. 

Oggi, con IR, simulatori di ampli ed effetti, possiamo toglierci tutti i desideri di suoni esotici. Il suono di Van Halen era negli anni ’80 qualcosa di incredibilmente misterioso, oggi chiunque con pochi euro può riprodurlo su una chitarra da un centinaio d’euro con specifiche e qualità costruttive che negli anni 90 ci sognavamo.

E, paradossalmente, tutto questo ben di Dio sonico rimane nelle nostre camerette, non esce nei locali e sulle piazze delle nostre città.

Avevo scritto una filippica sui locali che non ci sono più, che dove prima c’era un pub ora c’è un ristorante e pure caro, e poi mi è venuto in mente un altro pensiero, forse ugualmente lamentoso per un tempo che più non c’è, ma forse leggermente più completo.

Negli anni 90, quando ero un teenager, la musica faceva rumore.

Abitavo in condominio, percepivo benissimo il programma tv che i vicini seguivano, sentivo le litigate di chi abitava sotto di me. La mia vicina mi chiedeva come si chiamasse quel brano che provavo a suonare sulla tastiera prima e sulla chitarra classica dopo. Si sentiva tutto. Era Smoke on the Water, per chi se lo chiedesse.

Prima della chitarra avevo un altro strumento in camera, la batteria acustica. Facevo un baccano tremendo per 1 ora al giorno, nel pomeriggio, verso le 16, a metà pomeriggio, per inframezzare lo studio. Anche se a dire il vero prima pensavo solo a cosa suonare e dopo a come l’avessi suonato, ma questa è una storia che si riflette molto nel 67/100 ottenuto alla maturità.

Detto questo, quello che facevano i miei compagni di scuola e di band era molto simile: si suonava in appartamento per preparare i brani, ci trovavamo in un garage condominiale per le prove e facevamo un rumore assurdo. Eppure non eravamo soli. C’erano miriadi di altri ragazzetti che facevano gracchiare i Fender Frontman 10 (o peggio ancora) oltre il limite fisico dei coni, sperando di tirarci fuori i Nirvana, gli Iron Maiden o i Metallica. C’erano quelli che andavano in banda a suonare la tromba per far contenti i genitori e poi suonavano ska e reggae come non ci fosse un domani, c’erano i dj che distruggevano i dischi, gli impianti stereo dei genitori e le orecchie cercando di imparare lo scratch. E tutti facevano rumore, e nessuno lo trovava fuori luogo. Beh, sì, i vecchi bucapalloni ci sono sempre stati e sempre ci saranno, ma non erano la maggioranza della popolazione, anzi, in molti pensavano che la musica fosse il male minore rispetto alle brutte compagnie (e vorrei vedere).

Ogni sabato sera c’erano almeno un paio di posti, più o meno a norma (no, in realtà quasi mai a norma), riempiti col passaparola o con locandine fotocopiate che giravano per le scuole, in cui andare a sentire le band locali. Con l’equivalente in termini di potere d’acquisto di 5 € odierni si entrava, con altri 5 € si comprava una birra e si passava una bella serata. Nei pub costava di più, ma di solito c’erano band che suonavano bene, non ragazzini alle prime armi.

C’era tanto liscio, nelle feste di paese la facevano loro da padroni, sfoggiando sfacciatamente Strato americane usate per suonare do sol fa in prima posizione… ma noi tanto avevamo le Ibanez, proprio come Steve Vai e Joe Satriani, solo qualche modello più disgraziato ma facevamo un bordello così, i fonici di quelle feste di paese erano sempre disperati quando suonavamo “noi”, ma i nostri amici sentivano chiaramente quello che suonavamo. Ed era la musica che ci piaceva, che ci faceva sentire parte di qualcosa più grande, che ci infondeva la speranza che un giorno avremmo potuto mandare tutti nel Fanculistan.

Oggi c’è tanto più silenzio, si sentono sempre le liti dei vicini di casa, se si hanno le orecchie libere da cuffiette bluetooth. La musica c’è, ma quella che parla a chi ha bisogno di tirarsi su (come noi sfigati che affogavamo la nostra sfigataggine in Seek & Destroy) è molto più introspettiva e delicata, non fa rumore. C’è più gente che lavora da casa, che magari ha bisogno di più silenzio. Non si sentono più le chitarre sferraglianti che provano a completare il giro di Smells like Teen Spirit sbagliando il ritmo e riprovandoci, non ci sono più i saloni parrocchiali autogestiti dove si ritrovavano a suonare al sabato sera gruppi che arrivavano direttamente dal Sottosopra (e suonare i Black Sabbath nei saloni sotto alle chiese aveva il suo perchè, il gusto della sfida fine a se stessa). 

La nostra generazione è cresciuta, e quasi senza accorgercene siamo diventati noi i vecchi bucapalloni, anche se in realtà vorremmo calciarli quei palloni e sfondare le finestre di chi continua a prenderci in giro, di chi si atteggia a ciò che non è, di chi si crede migliore ma è palesemente un arrogante pezzo di cacca, di chi continua imperterrito a fare il bullo, di chi si foraggia d’ignoranza e fa salire al potere i più ignobili e rivoltanti commedianti.

Non è che magari, a forza di educati silenzi, ci siamo dimenticati della musica dal vivo, del suo potere catartico, della sua grande forza aggregatrice, della capacità di mettere in comune pensieri ed idee e ci teniamo tutto dentro, esplodendo di tanto in tanto tutte le nostre frustrazioni e rabbie in maniera molto più incontrollata ed isterica di un tempo?