di
Gianluca Mercuri
Una chat di cui fanno parte Macron, Starmer, Merz, Meloni, Stubb, von der Leyen e Zelensky fa pensare alla possibilità che si crei una Nato a trazione europea
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C’è una chat di cui fanno parte il presidente francese, il cancelliere tedesco, il premier britannico, la premier italiana, il presidente finlandese e la presidente della Commissione europea. Si chiama Washington Group, perché la decisione di tenersi a stretto contatto la presero dopo essere andati insieme al presidente ucraino alla Casa Bianca, in agosto. Da allora Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz, Giorgia Meloni, Alexander Stubb , Ursula von der Leyen e Volodymyr Zelensky si scrivono ogni volta che Donald Trump fa uno dei suoi strappi. Generalmente riguardano l’Ucraina, con i ciclici moti di insofferenza del presidente americano verso il Paese aggredito, e di conseguente sintonia con la Russia, il Paese aggressore.
Con ogni probabilità, è da lì che scattò il contro-piano di emergenza per reagire immediatamente al piano in 28 punti concordato tra l’inviato trumpiano Steve Witkoff e lo staff di Putin, in cui a novembre si intimava di fatto la capitolazione ucraina. La risposta europea (in questa newsletter ne abbiamo parlato spesso, come esempio virtuoso di efficacia) fu insolitamente rapida. I leader fecero salire i loro sherpa sul primo aereo da Johannesburg (erano tutti lì per il G7) a Ginevra, dove seppero convincere il segretario di Stato Usa Marco Rubio a bloccare il piano Witkoff e a riprendere i negoziati. Che sono ancora tutti da definire, ma almeno in quel caso fu scongiurato il peggio.
Quel caso di collaborazione – estemporanea nel senso della velocità tattica, ma non della profondità strategica – risulta ancora più prezioso nei giorni in cui la crisi tra europei e americani causata dalle pretese di Trump sulla Groenlandia mette in discussione l’esistenza stessa della Nato. Il fatto (abnorme) che Trump non escluda di prendere con la forza l’isola artica – e dunque di provocare uno scontro militare con le truppe europee arrivate a Nook nell’ultima settimana – ha indotto alcuni europei a un’accelerazione mentale, a immaginare cose fino a poco tempo fa inimmaginabili. Al punto che a Bruxelles c’è chi pensa che la Coalizione dei Volenterosi – messa in piedi su iniziativa anglo-britannica proprio per sostenere l’Ucraina in una fase di crescente disimpegno, se non ostilità, dell’America, possa diventare il nucleo di una nuova Nato solo europea.
Scenari che un tempo erano catalogabili come fanta-politica, si adattano ora perfettamente a una crisi di coppia sempre meno contenibile. E come in ogni crisi di coppia, la parte che viene lasciata si trova a fare i conti con la propria sussistenza. Nel caso europeo si tratta di sopravvivenza. Per questo la crisi matrimoniale con gli Stati Uniti non potrà che avere un effetto storico: accelererà la collaborazione tra un nucleo di Stati europei, e questa collaborazione ne favorirà l’integrazione militare e perfino politica. Senza fantasticare di Stati Uniti di Europa, si andrà inevitabilmente verso Stati europei più uniti.
Il processo riguarderà naturalmente un gruppo di Paesi, non certo tutti i 35 che prendono parte alle riunioni dei Volenterosi. L’Italia, per esempio, tra gli Stati chiave è quello che continua a mostrarsi più freddo rispetto all’ipotesi di prepararsi al divorzio, esclude l’invio di truppe in Ucraina dopo il cessate il fuoco, considera una «barzelletta» quello deciso per la Groenlandia e predica la necessità di insistere sulle strutture e le procedure Nato esistenti, in cui il ruolo chiave dell’America è imprescindibile. È chiaro che tutti preferirebbero atti di resipiscenza da parte di Washington, ma visto che sono gli Usa a propendere per la separazione e a trattare gli europei in modo sempre più ostile, cresce – tra i grandi Paesi – la consapevolezza della necessità di prepararsi. Se la crisi precipiterà, ci sarà dunque un nucleo di nazioni pronte (o almeno disposte) a riorganizzarsi, a fare da sé. È lo sviluppo più vicino possibile all’Europa multispeed, a più velocità, raccomandata da personalità come Mario Draghi come unica via d’uscita possibile dall’impasse causata dai veti reciproci che regolano (e paralizzano) l’Unione europea.
Non sono solo i leader a coltivare questo mood e a sviluppare modalità comunicative agili che li portano a decisioni più rapide. I veri cervelli dello spostamento in atto sono i consiglieri per la sicurezza nazionale e gli altri sherpa deputati a risolvere le questioni complesse. Anche questo personale chatta e si confronta quotidianamente sugli effetti delle sortite di Trump. E lo fa con un abito mentale che non intende dismettere, quello del multilateralismo.
Entrambi i livelli – leader e consiglieri – trovano sempre più efficace questo modus operandi che nasce dall’informalità più assoluta. Come racconta una fonte diplomatica a Politico, «la Coalizione dei Volenterosi è nata per l’Ucraina, ma ha creato legami molto stretti tra alcune delle figure chiave nelle capitali. Hanno costruito fiducia e anche la capacità di lavorare insieme. Si conoscono per nome ed è facile contattarsi e scambiarsi messaggi».
È da questa nuova rete di contatti intensificata dal ciclone Trump che può prendere forma il nuovo impianto di sicurezza europeo. Il fatto che nelle chat ci siano Zelensky e gli ucraini rafforza il concetto e il concerto, perché la tragedia di questi hanno ha reso quel Paese il più militarizzato d’Europa, con l’esercito più numeroso, un’industria dei droni eccellente e un’esperienza sul campo ovviamente impareggiabile. Se l’ingresso dell’Ucraina nella Nato è impossibile, la sua presenza in un futuro post-americano per la sicurezza europea è naturale.
Non è un caso che proprio in queste settimane il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius abbia tirato fuori dai cassetti il progetto di un esercito europeo di 100 mila uomini lanciato dieci anni fa da Jean-Claude Juncker, Emmanuel Macron e Angela Merkel, che il politico lituano ha integrato con l’idea di un Consiglio per la Sicurezza europeo di cui faccia parte integrante il Regno Unito. Un passo notevole per il superamento dei 27 «eserciti bonsai» che tanto limitano le potenzialità difensive degli europei. E che si innesterebbe su quelli comunque avviati dalla Commissione europea. Per non parlare della possibilità di eurobond da emettere proprio per finanziare la difesa comune.
Non è un caso che sempre in questi giorni tra gli europei ci sia chi fa l’inventario delle risorse, comprese quelle che, se fossero sottratte agli Stati Uniti, ne comprometterebbero pesantemente le capacità strategiche. Attualmente, gli americani dispongono in Europa di 31 basi permanenti e altri 19 siti militari dove operano 67.500 loro uomini, la maggior parte di stanza in Germania, Italia e Regno Unito. Ramstein, in Germania, ospita la più grande base Nato in Europa. Fondamentali anche le basi britanniche di Lakenheath e Mildenhall e quella italiana di Aviano. Secondo Ben Hodges, ex comandante delle truppe Usa in Europa, questi asset sono «essenziali per garantire la prontezza operativa e consentire la portata strategica globale degli Stati Uniti». Che se ne fossero privati, farebbero molta fatica ad applicare qualsivoglia strategia in Medio Oriente o in Africa. Naturalmente, e per fortuna, non si tratta di possibilità all’ordine del giorno, ma quando si prospetta il divorzio si tende a enfatizzare cosa perderebbero gli europei e a sottovalutare cosa perderebbero gli americani.
È troppo presto per fare questi ragionamenti? Secondo un altro autorevole esperto sentito da Politico, no. Il britannico Richard Shirreff, ex vicecomandante supremo alleato per l’Europa della Nato, sostiene che, con le mosse di Trump sulla Groenlandia – «una minaccia diretta all’integrità territoriale di un alleato della Nato» -, il ruolo degli Stati Uniti come garante della pace globale è «finito» e la Nato potrebbe conoscere una seconda vita senza gli americani. Per Shirreff è stato già raggiunto il punto di non ritorno: la minaccia Usa alla Danimarca «mina l’intero principio della difesa collettiva, mina il senso di fiducia che è stato il punto di forza dell’alleanza sin dalla sua istituzione 76 anni fa. Quindi questo sta silurando la Nato sotto la linea di galleggiamento». Ne derivano le domande esistenziali: «La Nato è morta? No. La Nato può sopravvivere? Sì. Ma potrebbe dover sopravvivere senza l’America», sono le risposte di Shirreff. «La Nato non può essere intimidita dal leader della sua nazione più forte. Quindi i Paesi della Nato devono riconoscere che devono unirsi. L’appeasement non serve a nulla. L’appeasement incoraggia solo il prepotente. Quindi devono essere forti. Devono rafforzare concretamente le loro capacità di difesa».
L’esperto britannico naturalmente prospetta un pasto tutt’altro che gratuito: muoversi per una Nato senza America «non significa promettere il 3,5% e l’1,5% del Pil per le infrastrutture tra 10 anni. Significa adesso. Significa sacrificarsi adesso. Significa dimostrare la reale volontà e determinazione a difendersi, a difendere gli alleati da qualsiasi aggressore».
Ma a quel punto, una struttura europea della Nato senza gli americani non equivarrebbe a un esercito europeo? Sheriff dice di no – «A mio avviso, l’Ue non ha bisogno di un esercito» – aggiungendo che i Paesi Ue membri della Nato hanno già una buona collaborazione con Paesi extra Ue come Gran Bretagna e Norvegia. Ma questo sembra più un sofisma british, di chi è abituato a pensare che l’etichetta «europeo» ritardi automaticamente i processi. La realtà è che, lo si chiami Nato, Europa, Paperino o Paperoga, quello che si prospetta sarebbe un impianto di difesa europeo comune, ed è quello che conta. E la Nato ne sarebbe la perfetta ostetrica: «Ciò che la Nato offre, anche senza l’America, è un quadro di riferimento, una struttura di comando, una dottrina, un modo di operare, che è stato costruito in 76 anni. Sarebbe folle gettarlo via», dice Shirreff. E questo sviluppo è talmente nelle cose che chi non lo condividerà non potrà fermarlo in alcun modo, perché comunque ci saranno «partner Nato disposti ad assumersi un onere maggiore rispetto ad altri» e che «riconoscono maggiormente la natura della minaccia proveniente dall’Est. Ciò non esclude modi diversi di vedere la questione, ma fondamentalmente farlo all’interno di una struttura che è stata ereditata dall’alleanza Nato è la strada da seguire».
Il futuro, insomma, è tracciato. La direzione sarà questa anche se a Trump succederà un presidente decente: gli europei non possono non imparare da questa crisi che devono cavarsela da soli. E noi italiani o siamo (anche) europei, o non siamo.
21 gennaio 2026 ( modifica il 21 gennaio 2026 | 15:36)
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