di
Marianna Peluso
Due fogli distribuiti prima di Natale alla Bluergo di Castelfranco: dieci lavoratori (su 60) li consegnano compilati. Sigle sindacali all’attacco: «Scelta scellerata»
Meglio licenziare chi è part-time, chi non ha figli o i più giovani? È il contenuto choc del questionario distribuito prima di Natale ai dipendenti della Bluergo, azienda di componenti elettronici per l’automotive di Castelfranco Veneto (Treviso), che conta una sessantina di lavoratori tra uomini e donne. Il documento è circolato in fabbrica tra l’incredulità generale.
«Partecipare a quest’indagine – come si legge in coda al documento – è un modo per dare il proprio contributo fattivo per aiutare l’azienda a superare questo momento difficile». Ma all’interno dello stabilimento la percezione è stata ben diversa. Una decina di dipendenti lo ha compilato e restituito. Gli altri si sono rivolti ai sindacati. A intervenire con toni durissimi è la Fiom Cgil di Treviso, che ha definito l’iniziativa «una mossa scellerata» e un attacco diretto alla dignità dei lavoratori: «Il questionario, presentato come un’indagine per testare il clima aziendale, in realtà sposta la responsabilità del licenziamento sui lavoratori stessi. È inaccettabile – chiosa il segretario generale Manuel Moretto – Come se non bastasse, la richiesta di indicare nome e cognome amplifica la pressione psicologica su ogni singolo dipendente, trasformando un ambiente di lavoro già teso in un campo di battaglia».
Moretto non usa mezzi termini: «Quello che stiamo assistendo non è solo una mancanza di rispetto, ma un tentativo di disgregare il tessuto sociale di un’azienda. In un momento di difficoltà, l’unità dovrebbe essere la risposta, non la divisione. Questi metodi non rappresentano nemmeno una consultazione democratica. Non permetteremo che i lavoratori siano costretti a giocare a questa partita umiliante». La Fiom ricorda di aver già convocato le assemblee nel mese di dicembre «per prendere le distanze da tale allucinante iniziativa, che mina il principio stesso della gestione delle crisi aziendali». Ora chiede un incontro urgente con la direzione per fare chiarezza e contrastare quella che definisce «una deriva pericolosa».
E conclude l’appello con un invito all’unità: «La solidarietà e la coesione sono la nostra migliore arma contro queste pratiche scorrette e distruttive». A sottolineare l’inappropriatezza del metodo scelto è anche Nicola Panarella, segretario generale regionale della Cisl. «Le decisioni in caso di crisi si prendono secondo le regole previste dalla normativa e nel confronto sindacale. È la legge a stabilire che strada intraprendere, non un questionario». Panarella non nasconde lo stupore: «Lavoro da trent’anni in un sindacato e non ho mai visto una cosa del genere. Questa pratica non ha alcuna ragionevolezza d’essere». Dato che non si tratta di una votazione per decidere azioni concrete, «mi sono chiesto quale fosse il senso, perché non ha validità giuridica, né valore nei rapporti sindacali, né senso nei rapporti tra azienda e lavoratori. Qualsiasi fosse l’obiettivo, il risultato è stato quello di mettere le persone l’una contro l’altra».
«È una cosa surreale – rincara Massimo Civiero, della segretaria organizzativa Fim Cisl Belluno Treviso -. Abbiamo chiarito fin da subito che i lavoratori non erano obbligati a compilare né a restituire nulla. E qualche giorno fa abbiamo convocato un’assemblea. Abbiamo ribadito che un questionario del genere non ha alcun senso, né giuridico né umano». Secondo Civiero, l’intera operazione ha generato solo disorientamento e incertezza tra i dipendenti: «Non è l’azienda che può chiedere: chi licenzio? Chi volete che lasci a casa? Ci sono criteri precisi stabiliti dalla legge. È un approccio sbagliato, che rischia di innescare meccanismi pericolosi tra colleghi. Servono dialogo, rispetto e regole condivise». Nessuna replica, per ora, dai titolari d’azienda che sono risultati irreperibili.
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21 gennaio 2026 ( modifica il 21 gennaio 2026 | 18:23)
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