Un anno di Trump, visto da destra. Ecco un bilancio inusuale, che non varca spesso l’Atlantico. Pochi europei riescono ad avere questa prospettiva: il giudizio di un’America conservatrice e al tempo stesso lucida, capace di prendere le distanze dal presidente. The National Review ha proprio queste caratteristiche. È l’organo di una destra storica che affonda le sue radici nella rivoluzione reaganiana. Sa riconoscere dei meriti a Trump, non scimmiotta la sua demonizzazione indiscriminata in voga nei media progressisti e in Europa. Non esita a criticarlo e anche stroncarlo quando lo ritiene opportuno: cioè spesso. Sa maneggiare l’ironia. Il giudizio complessivo della direzione della National Review ha dei segni più e dei segni meno. Tra questi ultimi figura la Groenlandia. Merita attenzione però un dettaglio: l’operazione-Groenlandia per quanto condannata non occupa un posto smisurato, anzi è considerata abbastanza marginale, e si colloca all’interno di un bilancio largamente positivo della politica estera. Il giudizio più negativo si concentra su altri aspetti dell’operato trumpiano, dazi inclusi. Eccovi il testo.

«Il presidente Trump è entrato in carica un anno fa con l’urgenza di un uomo a cui è stato appena detto che gli restano pochi mesi di vita. Nel giro di poche ore dal giuramento aveva già firmato una valanga di ordini esecutivi, sia per smantellare le azioni unilaterali di Joe Biden sia per compiere passi radicali a favore della propria agenda.



















































Ha continuato a mantenere un ritmo frenetico. Al momento sembra occuparsi di tutto, dal Kennedy Center al Venezuela, almeno nominalmente. Solo nell’ultima settimana circa ha cercato di fare pressione sull’Iran perché smettesse di uccidere i manifestanti e, con conseguenze molto meno rilevanti, ha esortato la squadra di football dei New York Giants ad assumere John Harbaugh come allenatore. La sua spinta all’azione, alla controversia e all’attenzione è così intensa e incessante che persino l’iperattivo Theodore Roosevelt gli avrebbe probabilmente consigliato di rallentare un po’.

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Dall’ambizione senza freni sono scaturite anche molte cose positive. Trump ha compiuto passi enormi per ridimensionare quella che definisce la follia transgender e le iniziative DEI (Diversity Equity Inclusion) all’interno della burocrazia federale. L’applicazione aggressiva delle leggi sull’immigrazione ha portato a una diminuzione storica degli attraversamenti al confine e a un significativo deflusso di immigrati illegali, espulsi con la forza o spinti ad andarsene spontaneamente. Ha fatto marcia indietro rispetto alla pretestuosa campagna per relegare le auto a benzina nell’obsolescenza. Nell’unico risultato legislativo di rilievo, è riuscito a far approvare dal Congresso una proroga dei tagli fiscali del suo primo mandato, accompagnata purtroppo da vari espedienti elettorali, come la promessa di zero tasse sulle mance.

La sua esigenza di fare tutto in fretta, tuttavia, lo ha portato ad agire spesso in modo improvvisato. Il tentativo di Elon Musk, con il progetto DOGE, di ridimensionare l’apparato statale si è concluso senza incidere minimamente sul bilancio federale. Ancora più rilevanti, i suoi dazi sparati a bruciapelo, giustificati in base all’International Emergency Economic Powers Act, sono una cattiva politica e giuridicamente discutibili; al momento pendono per un filo davanti alla Corte Suprema. È del tutto possibile che il loro caotico varo venga affiancato da un altrettanto caotico smantellamento dopo una decisione sfavorevole della Corte.

Trump ha anche alzato il livello della meschinità nel suo secondo mandato. Cose che nel primo mandato si era limitato a pensare, nel secondo le ha messe in pratica. Ha ingaggiato azioni legali ritorsive contro avversari politici, concesso grazie arbitrarie e vergognose, preso in giro ex presidenti con targhe affisse nei giardini della Casa Bianca e, in generale, ha lavorato per creare la sensazione che non sia il caso di mettersi contro di lui, con mezzi leciti o illeciti.

Ha spesso ignorato le regole e oltrepassato i limiti della sua autorità costituzionale, che si trattasse di disattendere il bando di TikTok, di colpire nei Caraibi o di imporre i dazi citati. Deciso a contorcersi in ogni modo per giustificare qualunque desiderio di Trump, il Dipartimento di Giustizia ha collezionato una serie di imbarazzi.

Se gran parte della sua politica economica è stata solida, il protezionismo e la tendenza a considerare il governo federale come un’azienda personale che deve incassare una quota dei profitti privati sono atteggiamenti malsani e poco saggi. Di recente, il populismo economico di Trump lo ha spinto sempre più spesso a proporre idee anti-mercato, mentre la sua campagna di pressione contro la Federal Reserve è stata rozza e controproducente.

In politica estera c’è molto di cui vantarsi. La decisione di sostenere i raid israeliani contro l’Iran e, infine, di parteciparvi sganciando ordigni sul reattore nucleare di Fordow ha neutralizzato la minaccia di una bomba nucleare islamista che incombeva da decenni. Anche se il regime dovesse sopravvivere all’attuale ondata di proteste, le azioni della scorsa estate hanno quanto meno gravemente indebolito un governo che ha ucciso americani, sponsorizzato il terrorismo e destabilizzato il mondo. Ha aumentato il ritmo dei bombardamenti contro gruppi terroristici islamisti all’estero, come i residui dell’Isis in Siria e al-Shabaab in Somalia. Ha inoltre usato il proprio peso politico per negoziare un accordo, ancora fragile, per porre fine alla guerra tra Israele e Hamas, che ha consentito il ritorno di tutti gli ostaggi vivi. Ha anche compiuto progressi nel ridurre l’influenza della Cina in America Latina.

È riuscito a spingere la Nato a impegnarsi per maggiori spese per la difesa, e il suo impulso verso un Golden Dome e una Golden Fleet è corretto, anche se serviranno abilità, perseveranza e risorse per realizzare queste visioni.

Sul versante opposto del bilancio, la sua diplomazia nella guerra tra Russia e Ucraina è stata inefficace e talvolta sbilanciata a favore dell’aggressore. È stato ripetutamente e inutilmente antagonista nei confronti degli alleati. La decisione di aprire un duro scontro pubblico con il Canada ha silurato le possibilità dei conservatori di quel Paese di tornare al potere e ha spinto il primo ministro Mark Carney verso un accordo con la Cina. Anche se non è chiaro quanto sia serio riguardo all’idea di prendere la Groenlandia, la sua mossa sembra pensata per massimizzare l’angoscia e l’umiliazione di Paesi che sono alleati di lunga data.

La natura unilaterale della maggior parte delle azioni di Trump, compreso l’uso della minaccia di negare finanziamenti governativi a studi legali, università e appaltatori della difesa, solleva dubbi sulla durata di molte di queste misure se un democratico dovesse vincere la presidenza nel 2028. Peggio ancora, Trump ha aperto nuove possibilità per l’esercizio arbitrario del potere da parte di un futuro presidente progressista.

Il presidente Trump, però, non sembra preoccuparsene: ogni giorno è una nuova avventura e un’occasione per scioccare e stupire, a seconda del tema e dell’ora.

Inutile dire che preferiremmo un Trump più rispettoso delle regole, più impegnato a lavorare attraverso il Congresso, più coerentemente pro-mercato, più attento alla sensibilità nazionale dei Paesi alleati e meno ossessionato dal trollare e perseguire gli avversari politici. Ma lui ha una lunga storia, che ora include un altro anno alla Casa Bianca, di fare le cose a modo suo».

21 gennaio 2026, 14:38 – modifica il 21 gennaio 2026 | 14:52