di
Giuliana Ferraino, inviata a Davos
L’ottimismo sull’Europa: «Fondere le capacità manifatturiere con AI e robotica è un’occasione che capita una volta in una generazione per i Paesi europei»
Chiodo di pelle nero e maglione girocollo: Jensen Huang debutta al World Economic Forum con il suo inconfondibile stile, portando nella sala plenaria gremita del Wef il racconto di una rivoluzione tecnologica senza precedenti. A guidare la conversazione, Larry Fink, ceo di BlackRock e co-chairman a interim del Forum, che lo introduce come «qualcuno che ammiro, che osservo e che mi ha insegnato molto nel mio viaggio su AI e tecnologia».
Il boom di Nvidia
I numeri parlano chiaro: da quando Nvidia si è quotata in Borsa nel 1999 – stesso anno di BlackRock – le azioni hanno registrato un total return del 37%, contro il 21% di BlackRock. Ma è un aneddoto personale a rivelare l’umanità dietro il genio della tecnologia.
L’aneddoto sulla Mercedes «più cara del mondo»
«Il mio unico rimpianto?» confessa Huang. «Dopo l’Ipo, quando Nvidia valeva 300 milioni di dollari, ho venduto un pacchetto di azioni per comprare una Mercedes ai miei genitori. Si è dimostrata l’auto più costosa del mondo», dice ridendo e il pubblico ride con lui. «Ma ce l’hanno ancora»..
Un cambio di paradigma epocale
Quello a cui stiamo assistendo, spiega il ceo di Nvidia, è un «platform shift», un cambiamento di piattaforma paragonabile all’avvento del PC, di internet o del cloud computing. «Oggi usiamo ChatGPT che in sé è un’app, ma nuove applicazioni saranno costruite sopra ChatGPT», prevede Huang.
L’intelligenza artificiale è molto più semplice da capire di quanto si pensi. «In passato il software era pre-registrato, fatto di sequenze. Ora i computer possono capire informazioni non strutturate, guardare una foto e comprenderla. Per la prima volta abbiamo un computer che non è pre-programmato ma può processare informazioni in tempo reale. Può ragionare sui dati. Possiamo dargli un prompt e può eseguire un compito per noi», spiega.
Ma cos’è davvero l’AI? «Di solito si pensa a un modello», spiega Huang costruendo una metafora a strati, layers. «Ma alla base c’è l’energia. Il primo livello è l’energia, il secondo strato sono i chip, il terzo è l’infrastruttura cloud e infine c’è il livello del modello di AI, che è quello visibile».
Questo layer superiore può essere applicato in ogni settore – finanza, salute, manifattura – ma richiede tutti i livelli sottostanti. «Per questo stiamo costruendo la più grande infrastruttura mai vista al mondo: trilioni di dollari di infrastruttura che bisogna realizzare affinché il modello possa generare l’intelligenza necessaria per processare i compiti che gli diamo».
Il 2025, anno della svolta
Il 2025 si annuncia come uno dei maggiori anni per i finanziamenti di venture capital destinati alle aziende native AI. «Per la prima volta i modelli sono abbastanza buoni da poterci costruire sopra», osserva Huang, che identifica tre svolte fondamentali avvenuti quest’anno.
Primo: i modelli stessi, che prima soffrivano di molte allucinazioni, sono diventati «più ancorati alla realtà», possono fare ricerche e si sta sviluppando l’AI agentica. Secondo: i progressi dei modelli open, che hanno permesso ad aziende e università di usare questi modelli per applicazioni specifiche. Terzo: l’AI fisica, ovvero intelligenze artificiali che comprendono la natura, il mondo fisico, le proteine, la chimica, la fisica quantistica. «La nostra partnership con Eli Lilly per far comprendere all’AI la struttura delle proteine porterà a grandi scoperte», anticipa.
L’AI creerà lavoro, non lo distruggerà
Sul tema più controverso – l’eliminazione di posti di lavoro – Huang è ottimista e spiega il perché: «L’energia creerà posti di lavoro, l’infrastruttura creerà impiego. Questa è la più grande costruzione di infrastruttura nella storia dell’umanità e genererà molti posti di lavoro», sostiene. E i salari in alcuni settori sono quasi raddoppiati, specialmente per chi costruisce chip factories. «Non bisogna avere un PhD in informatica per beneficiarne», sottolinea.
L’esempio che porta è illuminante: «Il radiologo era una delle professioni che si credeva sarebbe sparita. Dieci anni dopo, l’impatto dell’AI è stato reale sulla professione, ma il numero dei radiologi è aumentato». Il motivo? «Il purpose del radiologo è diagnosticare le malattie. Il fatto che riescano a guardare le radiografie infinitamente più velocemente permette di avere più tempo con i pazienti e aumenta i servizi offerti. Aumentano i pazienti, perciò servono più radiologi», spiega.
Stesso discorso per il settore sanitario: «Abbiamo 5 milioni di infermieri mancanti negli Usa. Ora, grazie all’AI, hanno più tempo con i pazienti. Gli ospedali ricevono più pazienti. L’AI aumenta la produttività e gli ospedali stanno assumendo più infermieri». In teoria non fa una piega.
Perciò secondo Huang la domanda corretta da porsi è «qual è l’obiettivo del proprio lavoro. Il purpose, non il task, il compito».
L’opportunità europea
Per l’Europa, Huang vede un’opportunità storica. «La base industriale dell’Europa è incredibilmente forte. Questa è l’opportunità di saltare l’era del software. Fondere le capacità manifatturiere con AI e robotica è un’occasione che capita una volta in una generazione per i Paesi europei»
C’è poi un altro asset fondamentale: «In Europa c’è ancora così tanta deep science, ora l’AI può accelerare le scoperte». Quindi raccomda: «L’Europa deve aumentate la fornitura di energia e poi investire nella propria infrastruttura. Risolvete questo e potrete spingere la crescita dell’economia».
I timori di una bolla
«Solo perché gli investimenti sono enormi non significa che sia una bolla. Dobbiamo costruire tutti i layer dell’infrastruttura: serve più energia, più terreni, più fabbriche, più lavoratori qualificati. La scala degli investimenti sta crescendo e il 2025 ha visto i più alto nuemero di finanziamenti di venture capital mai registrati verso aziende e startup native AI, ribadisce Huang, «questi numeri riflettono necessità reali, non speculazione».
L’infrastruttura è la parola chiave. E su un punto Huang è particolarmente enfatico: «L’AI è infrastruttura – ribadisce – e non c’è un Paese che può non averla. Ogni Paese dovrebbe essere coinvolto a costruire la propria infrastruttura e sviluppare la propria AI e avere l’intelligenza nazionale parte del proprio ecosistema».
La buona notizia? «L’AI è il software più facile da usare, tutti lo possono utilizzare. Claude è incredibile, Anthropic ha fatto progressi straordinari. D’altro canto ChatGPT è super popolare». Come usare l’AI, come fare prompting, sono competenze che tutti possono acquisire. «Sono ottimista per molte persone che possono programmare anche senza essere programmatori. Possiamo perfino chiedere all’AI come usare l’AI. L’AI ci può scrivere il codice di qualsiasi app».
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21 gennaio 2026
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