di
Andrea Laffranchi
Il cantautore e chitarrista debutta con un nuovo spettacolo domenica a Trento: «Musica e dialogo con le nuove generazioni»
Dal rock al teatro canzone. Già musicalmente la distanza è lunga. Per Omar Pedrini in mezzo ci sono anche sette operazioni al sistema cardiocircolatorio, di cui tre a cuore aperto, più una per la ricostruzione del tessuto muscolare. «Direi che può bastare – sorride —, non vorrei eguagliare Beethoven e arrivare a nove…».
Dopo un lungo tour di addio, 15 mesi fa ha abbandonato il rock, la sua manifestazione sul palco non l’attitude, e si è dovuto reinventare.
«Avrei potuto tirare a campare continuando a fare i Timoria (è appena uscita la versione live di «Viaggio senza vento» con allegato un fumetto ndr), ma ho pensato che avrei dovuto provare a dare delle dritte ai ragazzi di oggi come alcuni maestri le hanno date alla mia generazione».
E ci prova col teatro canzone e uno spettacolo che sarà in anteprima a Living memory, festival della memoria di Trento, domenica 25 prima di partire in tour nel mese di aprile: «Canzoni sul saper vivere ad uso delle nuove generazioni».
«Il titolo è preso da Raoul Vaneigem, uno dei fondatori del situazionismo. Il concept dello spettacolo è parlare di una generazione a una generazione. Viviamo un momento delicato, spaventoso, disorientante sia per noi adulti/genitori che per le nuove generazioni e i nostri figli. I valori del Novecento e della cultura occidentale sono in crisi e senza più quei pilastri tutto è frammentario: qui arrivano i situazionisti che già negli anni Sessanta avevano l’idea di una realtà che deve essere interpretata in divenire».
La sua lettura in divenire?
«Lo spettacolo affronta il concetto di saper vivere attraverso temi come la città e i suoi conflitti, il femminile, la spiritualità, il rapporto tra individuo e società. L’apertura e chiusura dello spettacolo sono costruite, ma al centro ci sarà spazio per l’improvvisazione che potrà arrivare dalla cronaca come da uno spunto del pubblico. Domenica ci sarà di sicuro Trump, l’ingenuità del sogno americano della mia generazione ma anche “Non c’è più l’America” di Piero Ciampi ancora attuale dopo decenni».
Non sembra leggero…
«Prendo le parole dai maestri: i situazionisti Debord e Vaneigem, quelli che mi accompagnano da sempre come Veronelli e Ferlinghetti, ma anche Pasolini e Carlo Petrini… E con quelle provo a ragionare insieme al pubblico. Tutto condito con la mia spavalda cialtroneria: con ironia si parlerà anche di cose basse».
E la musica?
«Ci sarà la mia ma anche quella di altri, da Piero Ciampi appunto a Neil Young… Un altro mondo musicale rispetto a quello di oggi che se non schiavo è figlio dell’algoritmo. Molti giovani artisti si adeguano agli standard senza osare, non dicono nulla perché sono in attesa di una chiamata da Sanremo».
Nella locandina lei ha la chitarra in braccio…
«I medici mi hanno dato permesso di fare teatro, ma non rock and roll: non posso saltare, fare il matto, scatenarmi… Tutto è cambiato quando mio suocero, che è anche il mio cardiochirurgo, mi ha detto: “ti parlo da nonno e non da medico, fermati”».
Le manca vivere il palco al 100 per cento?
«Non vedo l’ora di riprendere ma, insegnamento tibetano, ho imparato a rinunciare».
Oltre alla voglia di palco c’è anche voglia di musica nuova?
«Morricone diceva che l’ispirazione esiste, ma ti deve trovare mentre sei al lavoro. In questi tempi ho frequentato più ospedali che studi di registrazione, ma da qualche mese mi dedico un’ora al giorno alla chitarra e qualcosa arriva: sento che di cose da dire ne ho tante».
E il contadino Omar che dice?
«Passo sempre più tempo in Toscana: l’obiettivo è invecchiare fra ulivi, viti e api. Sto valutando gli investimenti necessari per fondare un’azienda agricola».
22 gennaio 2026
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