di
Gianluca Mercuri
Lucas Guttenberg, direttore della Bertelsmann Stiftung: «Il conflitto sulla Groenlandia non è un conflitto commerciale. È sulla preservazione della sovranità di un Paese europeo»
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«L’Europa è a un bivio. Finora abbiamo cercato l’appeasement con la Casa Bianca. Siamo stati molto condiscendenti, anche sui dazi. Siamo stati indulgenti, sperando di ottenere il suo sostegno per la guerra in Ucraina. Ma ora vengono superate così tante linee rosse che si deve scegliere. Essere un vassallo felice è una cosa. Essere uno schiavo miserabile è un’altra».
Potremmo prendere ancora una volta Emmanuel Macron, come campione dell’autonomia strategica e della dignità europee. Invece colpisce di più che a dire quelle parole sia Bart De Wever. Sì, il premier belga che ha bloccato l’uso degli asset russi congelati e ha costretto l’Ue a trovare altri modi (debito comune) per salvare l’Ucraina dalla bancarotta. Un nazionalista fiammingo che ha difeso l’interesse nazionale belga nella sua percezione apparsa prima angusta, poi non così irragionevole. Comunque, un leader capace di esprimere concetti forti e sostenere cose giuste, confermando che la sovranità nazionale dei singoli Stati membri non è affatto in contraddizione, e tantomeno in collisione, con la sovranità europea.
Ha aggiunto De Wever parlando a Davos: «Se vi piegate ora, perderete la vostra dignità. Ed è probabilmente la cosa più preziosa che hai in una democrazia». E poi un concetto ancora più sottile, che dice molto, che fa riflettere: «Nessun vicino vuole aderire agli Stati Uniti. Nessuno». Quasi tutti i vicini, invece, «vogliono aderire all’Unione europea perché abbiamo rispetto, abbiamo lo stato di diritto e parliamo gentilmente».
La forza «gentile» dell’Europa
Ecco la forza intrinseca dell’Europa, la sua forza gentile che però non esclude affatto una forza vera, molto hard, fatta di politica e di economia. Una forza da tirare fuori ora proprio per fondamentali ragioni di principio, iper-politiche. Il perché lo ha spiegato Lucas Guttenberg, direttore della Bertelsmann Stiftung, la fondazione che controlla uno dei maggiori gruppi multimediali del mondo: «Il conflitto sulla Groenlandia non è un conflitto commerciale. È sulla preservazione della sovranità di un Paese europeo. L’obiettivo, dunque, non dovrebbe essere evitare dazi, ma spingere gli Stati Uniti a rinunciare alla loro aggressione».
Strumenti di deterrenza
Parole da appuntarsi: spingere gli Stati Uniti a rinunciare alla loro aggressione; dunque, evocare l’uso degli strumenti più potenti in funzione deterrente. E se la deterrenza non funziona? Se cioè Donald Trump davvero, il 1° febbraio applicherà un 10% aggiuntivo di dazi alle merci degli 8 Paesi europei che hanno mandato truppe simboliche in Groenlandia per dargli un motivo in più per non invaderla? O se addirittura arrivasse davvero a invaderla, anche se poche ore fa, a Davos, ha escluso di voler usare la forza?
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Le opzioni di Bruxelles
Ecco, teniamoci allo scenario meno devastante tra i brutti scenari qui evocati: Trump che conferma la rappresaglia contro gli 8 Coraggiosi (Danimarca, Francia, Germania, Svezia, Finlandia, Olanda più gli extra-Ue Gran Bretagna e Norvegia). A quel punto, l’Ue può colpire gli Stati Uniti con i dazi per 93 miliardi che aveva sospeso (fino al 6 febbraio) dopo l’accordo di luglio tra Trump e Ursula von der Leyen (la capitolazione con cui gli europei avevano accettato dazi unilaterali del 15%). Oppure, scegliere l’arma letale, lo strumento anti coercizione, detto bazooka, che farebbe male a interessi vitali per gli Stati Uniti e per le prossime campagne elettorali del presidente.
Qui spicca subito la differenza più grande tra Usa e Ue: i processi decisionali. Se Trump può ormai colpire con ordini esecutivi che gli richiedono pochi minuti, l’Europa ha procedure che non le consentono risposte rapide come quella della Cina, capace di contenere l’assalto trumpiano fino al raggiungimento di un accordo. Si chiama escalation dominance e di solito la vince chi è in grando di imporre all’avversario costi maggiori in tempi più rapidi.
La visione degli esperti
Vuol dire partita chiusa per l’Europa? Niente affatto, come conferma una ricognizione tra esperti fatta dal Financial Times. Luuk van Middelaar, del think tank Brussels Institute of Geopolitics, è il capofila degli scettici: «L’Ue è molto mal equipaggiata per giocare un ruolo geoeconomico di rilievo. Quindi ciò che accadrà sarà improvvisazione. È fattibile, ma disordinato».
Georg Riekeles, del think tank European Policy Centre, riassume invece le ragioni degli ottimisti, ma soprattutto è bravo a sottolineare come il vero fattore che fa la differenza è politico: «Ciascuna delle due parti ha i mezzi per esercitare pressioni sull’altra, ma non è questo il punto. L’escalation dominance è un fattore di unità e determinazione. Poiché gli europei hanno più da perdere, hanno anche la motivazione più forte e i mezzi per vincere questa battaglia. È una questione esistenziale per l’Europa».
Il «bazooka»
Ora, la controindicazione tecnica del ricorso al bazooka è la farraginosità: tra turni di votazioni e indagini da parte della Commissione europea su richiesta dei capi di governo, passano tre-quattro mesi. Ma proprio questa lentezza ha un vantaggio: discuterne, anziché azionarlo subito con un colpo di grilletto come può fare Trump, amplia l’aspetto della deterrenza. Come dire: noi europei pensiamo seriamente di risponderti, caro Donald. Ci vorrà del tempo, ma quel tempo può servire anche a te per evitare lo scontro.
I dazi per ora bloccati
È un aspetto essenziale, e ci torneremo dopo. Intanto è utile verificare cosa succederebbe se l’Ue si limitasse a sbloccare i dazi per 93 miliardi. Un’analisi del giornale della City rivela che in realtà, in base ai prodotti elencati nei documenti Ue, il valore delle esportazioni Usa su cui potrebbero applicarsi i dazi di ritorsione supererebbe i 100 miliardi di euro. «I settori più colpiti sarebbero quelli dell’aviazione, dei macchinari e dei veicoli, ma anche quelli della plastica, dei prodotti chimici e delle apparecchiature elettriche subirebbero un forte impatto».
È un elenco importante. Perché? Perché se è vero che la ritorsione di Trump sarebbe feroce, e che la bilancia commerciale (servizi esclusi) vede gli europei in vantaggio di 200 miliardi, quindi con più soldi da perdere, è anche vero che i dazi di ritorsione imposti dal presidente potrebbero aumentare i prezzi negli Stati Uniti.
I servizi Usa
E poi c’è, appunto, la questione dei servizi, che Trump non cita mai quando si lamenta dello squilibrio commerciale, ma che ne rovescia completamente i termini: lì è l’Ue a importare servizi Usa per 100 miliardi di euro in più di quanto esporta negli Stati Uniti. Siamo insomma un mercato vitale per le aziende tecnologiche e finanziarie americane.
Di fronte a queste considerazioni, scettici e dubbiosi tornano ad ammonire con esempi come il cloud, per il quale le aziende europee dipendono per il 70% dai fornitori Usa. Tra le alternative meno rischiose, gli analisti citano il settore criptovalute, non a caso molto caro alla famiglia Trump: le norme antifrode dell’Ue già consentirebbero di revocare le licenze operative alle piattaforme di scambio con sede negli Usa. Al vaglio di Bruxelles ci sono poi come i macchinari avanzati tedeschi e le macchine per la produzione di chip dell’olandese Asml. Per non parlare di farmaci e attrezzature mediche.
C’è poi il settore energia: petrolio e gas. E la difesa, con l’acquisto di armi Usa da destinare all’Ucraina che da parte europea è cresciuto esponenzialmente nell’ultimo anno, per volere di Trump. Settori vitali in cui coordinarsi non è semplice ma nemmeno impossibile.
L’arma del debito
La vera arma nascosta però è il debito, come Federico Fubini ricorda spesso: «Investitori e risparmiatori europei sono i principali creditori esteri del debito pubblico americano». Gli fa buona compagnia il presidente finlandese Alexander Stubb, l’europeo che sta più simpatico a Trump ma non per questo meno lucido o più indulgente.
Il punto è l’unità d’intenti, la capacità di spiegare la questione a opinioni pubbliche che comunque non sono affatto disattente, e a maggioranza mal sopportano la tracotanza trumpiana.
«Ricorrere allo strumento anti-coercizione comporterebbe aumenti significativi dei prezzi per i consumatori americani. Il presidente degli Stati Uniti è disposto a sostenere un simile conflitto a meno di nove mesi dalle elezioni di midterm? Ne dubito», dice al Mattinale europeo Grégoire Roos, direttore del programma Europa e Russia alla Chatham House di Londra. «Con Trump tutto è possibile, anche perché con ogni probabilità non si ricandiderà. Ma il vicepresidente è dello stesso avviso? Non direi che il futuro politico di J.D. Vance dipenda dalle elezioni di midterm. Ma avranno delle conseguenze».
Tra i settori in cui colpire farebbe male agli Usa non ci sono solo i servizi cari ai magnati del tech, ma anche l’agricoltura, ricorda l’analista: «Gli agricoltori sono una parte importante dell’elettorato americano. Qualsiasi misura che colpisca i prodotti agricoli sarebbe un duro colpo nelle urne. E, in generale, il Partito repubblicano segue ciò che dicono gli agricoltori».
E qui si torna al fattore tempo che richiederebbe la messa in funzione del bazooka. L’Ue, sottolinea Roos, è «molto ben attrezzata per affrontare una simile battaglia. Non l’ha mai fatto prima. Ma sta imparando facendo le cose. Credo che gli Stati Uniti dovrebbero pensarci due volte prima di schiacciare il grilletto».
Una partita decisiva
E dunque, già solo evocarlo, il bazooka, magarsi insieme all’idea di eurobond per la difesa che alimenterebbero i dubbi sul ruolo internazionale del dollaro, potrebbe avere un effetto decisivo. Come ha scritto Fubini lunedì, «basta giusto che gli europei lascino filtrare alcune di queste opzioni» e Trump cambierebbe toni. È la lezione di Mario Draghi cui bastò evocare il Whatever it takes per salvare l’euro senza dovere poi fare davvero «qualsiasi cosa serva». La Francia guida il fronte della resistenza all’arbitrio trumpiano, ma il termometro di Bruxelles segnala anche uno spostamento della Germania, il Paese che avrebbe più da perdere in caso di guerra commerciale ma il cui cancelliere comincia a valutare l’evocazione del bazooka, proprio per non doverlo usare. Escluderlo del tutto, invece, alimenterebbe le certezze del bullo. Ci aspettano giorni decisivi.
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22 gennaio 2026 ( modifica il 22 gennaio 2026 | 12:34)
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