di
Maria Vittoria Melchioni
L’ex stilista, reggiano di 53 anni, ha collaborato con prestigiose case di moda come La Perla, Blumarine (per sette anni) e Versace (per otto anni) e le sue creazioni sono state indossate da icone della musica e dello spettacolo come Madonna, Ariana Grande, Laura Pausini ed Emma Marrone
Vincent van Gogh, in una delle sue lettere al fratello Theo, fa una riflessione sulla vocazione: «La tua professione non è ciò che ti fa portare a casa la tua paga, ma è ciò per che sei stato messo al mondo a svolgere con tale passione e intensità che diventa spirituale nella sua chiamata».
Cristiano Burani, reggiano classe 1972, ha fatto della creazione della bellezza la sua vocazione personale, solo che l’ha perseguita in due modi differenti nel corso della sua esistenza: prima come stilista studiando fashion design alla Parsons School di New York e fondando nel 2010 il suo brand omonimo, poi come medico estetico grazie alla laurea in medicina con specializzazione in odontoiatria e seguente master in medicina estetica.
Ha collaborato con prestigiose case di moda come La Perla, Blumarine (per sette anni) e Versace (per otto anni). Le sue collezioni si distinguevano per un approccio moderno e «architettonico», dove materiali tradizionali come seta e cashmere vengono accostati a tagli inusuali e inserti tecnologici.
Il suo brand ha avuto una forte presenza internazionale, conquistando soprattutto il mercato asiatico. Le sue creazioni sono state indossate da icone della musica e dello spettacolo come Madonna, Ariana Grande, Laura Pausini ed Emma Marrone. Poi, ad un certo punto, ha deciso di lasciare la moda.
Ricorda il momento esatto in cui ha capito che non era più il suo futuro?
«Ricordo il momento esatto: eravamo in pieno Covid, completamente disorientati e inattivi, bombardati da immagini e messaggi di sofferenza e morte. Io avevo una laurea nel cassetto da diversi anni pressoché inutilizzata che prepotentemente mi “chiamava” per rendermi utile e portare il mio piccolo contributo in questa battaglia epocale. Dal volontariato per tamponi e vaccini è ripartito tutto».
È stata una scelta improvvisa o un processo lungo e meditato?
«Probabilmente la scelta, come tutte quelle che ho fatto nella mia vita, era meditata da tempo anche se la decisione repentina è stata legata a una situazione forte che mi ha messo di fianco a un bivio: sto chiuso in casa a guardare oppure vado? Ho scelto la seconda possibilità, la più rischiosa, come sempre».
Cosa le dava la moda che oggi non cerca più?
«Mi sento molto vecchio a rispondere a questa domanda perché, fra i miei vari lavori, ho insegnato merceologia tessile per diversi anni in una scuola di moda di Milano e ho visto come è cambiata la percezione del nostro lavoro non solo per chi acquista i capi ma anche per chi sarà il prossimo creatore. Ho avuto la fortuna di lavorare al fianco di personalità come Anna Molinari di Blumarine e Donatella Versace, vivendo forse gli ultimi anni in cui questo lavoro aveva un senso e un riconoscimento da parte dell’intero sistema. C’era l’entusiasmo e l’ottimismo di produrre indipendentemente dalle sole logiche di mercato, premiando la creatività fruibile e la ricerca che partiva dall’eccellenza dei tessuti e delle manifatture italiane. Il lavoro aveva un riconoscimento nei dati di vendita e questa fiducia alimentava la creatività fatta di tanta ricerca sia in Italia che all’estero».
Perché proprio la medicina estetica?
«Perché sento che non potrei fare altro. Ho passato un terzo della mia vita a vedere e creare il bello, con valori come l’italianità, la cura dei dettagli, l’eccellenza nella scelta dei materiali e modelli: tutto ciò è diventato un format con cui mi approccio a qualsiasi attività. Ho sempre cercato di valorizzare la bellezza e l’unicità di ogni donna attraverso i miei vestiti, sto facendo lo stesso con la medicina estetica».
Pensa che ci sia una continuità tra il designer e il medico che è oggi?
«Sembrerà assurdo, e non voglio offendere nessun collega che può aver esercitato questo lavoro da molto più di me, ma per fare questo lavoro, e me lo hanno mostrato i miei maestri medici, occorre un “X Factor ” con cui devi nascere. C’è un’esplosione di trattamenti estetici che mandano in giro bellezze molto opinabili, per non dire mostruose. Chi li pratica non mi dimostra un grande senso estetico. Conosco perfettamente l’anatomia del viso, i prodotti che uso e le tecniche di inoculazione ma, quando sono di fronte a un viso, smetto di ragionare per protocolli schematici e si crea un collegamento speciale cervello-mani come succedeva quando davo tridimensionalità a un vestito. Ho di fronte a me un foglio bianco che aspetta di essere plasmato in qualcosa di piacevole, armonico, proporzionato».
In che modo il suo background creativo influisce sul suo approccio alla medicina estetica?
«Premetto che alla base della mia professione medica ci sono una laurea e un master universitario biennale specifico solo per il viso, più diversi anni di pratica e continua formazione a fianco di un eccellente chirurgo plastico di Bologna. Detto ciò, osservo il viso in maniera diversa da tanti miei colleghi. La bellezza è fatta di tantissimi dettagli che non vanno persi di vista a favore della correzione e aumento di volume di una zona specifica, che poi non si armonizza con tutto il resto. Sicuramente la visione d’insieme e il senso della misura sono un grande retaggio della mia “vita precedente”».
Come è cambiata la sua idea di bellezza?
«Nell’abbigliamento ho sempre avuto i piedi ben radicati a terra. Anche il lavoro creativo è, appunto, un lavoro e come tale deve essere fruibile dal maggior numero di persone possibile. La moda oggi ha perso la sua essenza meravigliosa. Non è un caso se fino a diversi anni fa si parlava quasi solo dei vestiti e adesso invece solo dei direttori creativi. Forse una delle cose più costanti in tanti anni di lavoro è stata la mia idea di bellezza: mai urlata e appariscente, femminile ma ricercata, fatta di un insieme di dettagli originali che dialogando fra loro rendono il capo/viso unico e speciale. Con una grande ricerca sulla qualità dei materiali / prodotti ed eccellenza di manifattura / protocolli».
Oggi lavora sul corpo reale, non più sull’immagine: è una responsabilità diversa?
«Assolutamente sì. Mi sento estremamente responsabile della fiducia con cui i pazienti si affidano alle mie cure».
Ha proprio chiuso con la moda o farà un evento/sfilata per dirle addio?
«Sto lavorando a una sorpresa per celebrare i miei 15 anni di attività e per salutare questa parte della mia vita con un progetto che è già in progress e che sarà una piacevole sorpresa per tutte le persone che hanno avuto a che fare con la mia estetica».
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22 gennaio 2026 ( modifica il 22 gennaio 2026 | 11:26)
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