di
Federica Gabrieli
Vive a Mareno di Piave (Treviso) con Marco, suo marito, e i due figli: «Sono il mio orgoglio, sanno che quando arbitro sto bene»
È stata «prima» in tante cose: chierichetta, studentessa al tecnico, arbitro internazionale. Dalla campagna veneta ai Mondiali: «Sull’altare del campo ci arrivi con la testa, non con il genere». Prima del primo fischio, c’è sempre silenzio. Dominga Lot si guarda allo specchio, inspira e sussurra: «Sei pronta». Poi entra in campo. Lì non c’è posto per esitazioni: solo concentrazione, rispetto, istinto. E quella calma che non si compra, si costruisce.
Una pioniera del volley mondiale
Nata a Vittorio Veneto, cresciuta a Santa Lucia di Piave, nel Trevigiano, Dominga Lot è una pioniera del volley mondiale. Prima donna italiana a dirigere una finale Scudetto maschile, la prima designata dalla FIVB, la prima a fischiare una Supercoppa di Superlega maschile, e tra le protagoniste dei Mondiali femminili in Thailandia. Ma le sue «prime volte» sono iniziate molto prima.
Le passioni di sempre
«Da piccola mettevo la scarpa destra sul piede sinistro e uscivo così. Quando mia madre mi diceva qualcosa, rispondevo: “Faccio io”. Niente Barbie, solo camion e palloni. Ero libera. E determinata». La sua infanzia è fatta di campagna, orti, animali e indipendenza. «Mio padre lavorava in Carraro Mercedes, mia madre era sarta. Ho imparato che la fatica non è un limite, ma una forma di libertà». Anche in parrocchia, Dominga rompeva gli schemi: è stata la prima chierichetta. «Non si poteva. Era solo per i maschi. Ma io volevo servire messa. E ce l’ho fatta. Avevo dieci anni».
La scuola all’ITIS meccanico
Poi l’ITIS meccanico di Conegliano: unica ragazza su mille studenti. «Mi prendevano in giro, mi facevano dispetti. Tornavo a casa piangendo. Mia madre mi diceva: “Cambia scuola”. Ma io no. Sono rimasta. E in quinta ero la loro mascotte. Avevo vinto la mia battaglia». Dopo il diploma, lavora in un’officina – finché un’allergia al nichel la costringe a cambiare strada. Entra alla Carraro Mercedes, l’azienda dove suo padre era stato responsabile dei ricambi. Oggi, dopo 28 anni, è Parts Manager del gruppo. «Non ho mai chiesto scorciatoie. E nessuno me ne ha mai offerte. Ma non mi sono mai sentita inferiore».
Pallavolo amatoriale
Il fischietto arriva quasi per caso, in una sfida di pallavolo amatoriale. «Un arbitro fischiò un fallo che non esisteva. Gli chiesi spiegazioni, e lui mi rispose: “Il regolamento dice così”. Non lo conoscevo. Il giorno dopo mi sono iscritta al corso arbitri. Così la prossima volta avrei saputo rispondere anch’io». Aveva diciott’anni. Da lì, il campo non l’ha più lasciato. «Arbitravo il sabato sera, la domenica mattina, e poi giocavo. Era faticoso ma mi faceva sentire viva. Il campo è casa mia. Quando entro in un palazzetto, il mondo resta fuori. È il mio rifugio, la mia terapia».
Poi arrivò il bivio. La sua squadra era stata promossa ai regionali, e nello stesso periodo lei ricevette la promozione in Serie B come arbitro. Ma il regolamento non permetteva di essere tesserata come atleta e arbitro nazionale insieme. «Avevo appena avuto una brutta slogatura alla caviglia. E lì ho capito che la mia carriera da giocatrice era finita. Ma non avrei abbandonato il campo. Sarei rimasta, con un fischietto al collo».
La serie A
Nel 2010 arriva la Serie A, nel 2017 la qualifica internazionale. Nel 2021, la Finale Scudetto maschile: «Quando mi arrivò la mail pensavo fosse uno scherzo. Ma il mio commissario mi disse: “Se te l’hanno mandata, è perché te la sei meritata”. E allora ho capito che quella strada, tutta in salita, aveva senso». Come si guida un campo senza alzare la voce? «Con il rispetto. Io sono stata giocatrice. Capisco la fatica, la tensione, la passione. L’autorevolezza non è potere: è equilibrio». I suoi riti sono minimi, essenziali. «Arrivo prima di tutti, quando il palazzetto è ancora vuoto. Mi siedo da sola in panchina, mi isolo. Poi mi guardo allo specchio e mi dico: “Ce la fai”. È il mio modo per entrare nel silenzio prima del rumore». Non si è mai definita una ribelle, ma ogni passo della sua vita è stato un “prima”. «Non l’ho fatto per dimostrare qualcosa. L’ho fatto perché mi veniva naturale. Se ti chiudono una porta, bussane un’altra. O sfondala». Sorride, ma lo dice con la calma di chi non ha bisogno di urlare per essere ascoltata. Le donne, dice, devono ancora dimostrare di più. «È così. Anche quando hai esperienza, devi sempre confermare di meritarti il posto. Ma questo ti tiene sveglia, ti fa crescere».
«Il campo insegna giustizia, non perfezione»
Dell’arbitraggio ama la solitudine e la verità. «In campo sei sola. Nessuno ti salva. Devi decidere, devi reggere la pressione. Ti insegna la giustizia, non la perfezione». E sulla tecnologia: «Le macchine vedono tutto, ma non sentono nulla. Noi arbitri respiriamo le emozioni, leggiamo gli sguardi. È una responsabilità, ma anche un privilegio». Non va in vacanza da dieci anni. Eppure, nonostante il lavoro, gli allenamenti e i tornei, Dominga ha una famiglia che la sostiene e la completa. Vive a Mareno di Piave con Marco, suo marito, e i due figli. «Sono il mio orgoglio. Il grande ha preso la mia dolcezza, il piccolo la mia grinta. Hanno imparato presto che la passione non è un capriccio, ma una forma di responsabilità. Quando arbitro, loro sanno che sto bene. Mi capiscono, mi lasciano il mio spazio». Sorride, poi aggiunge: «Uso le ferie per andare ad arbitrare. È la mia passione, non un sacrificio. Finché avrò quella scintilla, resterò sul campo».
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22 gennaio 2026
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