Il centro di gravità permanente, nel film Il lungo viaggio di Renato De Maria su Franco Battiato, è un campo largo che parte da quando il cantautore andava alle elementari fino a La cura, il capolavoro del 1996. E dunque si ferma a 5 anni dalla morte, avvenuta nel 2021 nella sua casa di Milo, alle pendici dell’Etna, dove si svolge l’ultima scena del film, in uscita come evento dal 2 al 4 febbraio per Nexo, e poi in onda su Raiuno, subito dopo il Festival di Sanremo. 

«È il racconto di un viaggio interiore del giovane Battiato, dalla Sicilia a Milano, fino al ritorno nella terra d’origine», dice il regista. Il suo protagonista è Dario Aita (timbro, movenze, sguardo ricordano in modo sorprendente da vicino Battiato), con cui aveva già lavorato.
De Maria, chi era Battiato? «Un idealista mistico, un astronauta nello spazio dell’anima, un anarchico che ha cercato la sua strada personale. Scrive un tema alle elementari intitolato “Io chi sono”, ricerca su di sé che ha portato avanti tutta la vita».
Ha scandagliato interviste, libri, videoclip: «Noi raccontiamo le prime sperimentazioni, quando i discografici arroganti gli dicevano noi produciamo canzoni e non trattati di filosofia, fino al successo come artista pop. Ci sono gli incontri con Giusto Pio, Ballista. Abbiamo lasciato fuori Manlio Sgalambro e altre cose, come le canzoni di denuncia. I dialoghi nascono da frasi pronunciate da Battiato. Il film è pieno di musica».
Provando a condensare una creatura onnivora, sospeso tra Oriente e Occidente, così fuori dalle convenzioni, «credeva nella reincarnazione, nella religiosità non riconducibile a una religione, sempre pronto a contraddirsi, senza mai rinunciare alla meditazione». Una cosmogonia sonora, una malìa ipnotica tra vertigine e rapimento, in cui passava da Telemann al sintetizzatore, dai Lieder di Brahms che cantò a Santa Cecilia al cinghiale bianco, dall’esoterismo di Gurdjieff alle danze mistiche dei dervisci.
La famiglia? «Il padre era assente, un donnaiolo, la madre (l’attrice è Simona Malato) era centrale ed è molto presente nel film. Il progetto mi è stato proposto dalla produttrice Francesca Chiappetta, storica amica di Battiato, poi ho incontrato Cristina Battiato, nipote e sua erede universale, figlia del fratello Michele».



















































Il vero Battiato non si vede mai («sarebbe come rompere un patto con lo spettatore, il vero Franco, per noi, è Dario Aita»); quando Mario Luzzatto Fegiz lo intervista in tv c’è un’interpolazione col volto dell’attore. C’è un’intervista «clamorosa» di Pippo Baudo «che lo tratta da autore emergente, mentre aveva già pubblicato 15 album. Franco si prese i suoi tempi per rispondere, Baudo gli domandò perché, essendo un musicista, si muovesse in modo strano nei video, lui lo gelò: “Si vede che non mi so muovere a tempo”.
Franco Battiato rivendicava la solitudine come condizione umana. Diceva: «I miei amici sono gli alberi, le piante, le nuvole e le rose». «Il suo roseto a Milo è conservato gelosamente», racconta De Maria. Il rischio santino? «Il nostro è un percorso di verità».

22 gennaio 2026 ( modifica il 22 gennaio 2026 | 18:08)