Durante un pranzo nello chalet di Valentino a Gstaad, dove lo avevamo filmato mentre scendeva con gli scii lungo un ghiacciaio con una rapidità sconcertante, lui mi disse: «Non avere mai così tanti domestici… Diventi un prigioniero». Proprio in quell’istante arrivò un soufflé monumentale, portato fuori e servito da quattro persone.

A mano a mano che filmavamo, nel corso di due anni, divenne chiaro che Valentino avrebbe potuto ritirarsi di lì a poco, e riuscimmo a catturare il suo canto del cigno al gala per il 45° anniversario a Roma, nel 2007. Fu uno degli ultimi raduni della vecchia società dei caffè e dell’aristocrazia della moda del Novecento. L’evento durò tre giorni e coinvolse varie parti della città, con feste a Villa Borghese e al Foro Romano, con il Colosseo a fare da fondale. Giorgio Armani, Donatella Versace, Tom Ford e Karl Lagerfeld non persero l’occasione per rendergli omaggio. Nel backstage, dopo la sfilata sfarzosa, le camere ripresero Lagerfeld che sussurrava a Valentino: «È così che si dovrebbe fare. In confronto a noi, gli altri fanno stracci».

Fu più o meno in quel periodo che pensai al titolo L’ultimo imperatore per il film. Sembrava sintonizzarsi bene con qualcosa che Giammetti mi aveva detto in un’intervista: «Il mondo di oggi, il mondo della moda di oggi, è molto, molto, molto diverso. Se un giorno ci sarà una ragione perché Valentino si fermi, è quella. Non è un mondo fatto per lui». Quella frase, oggi più che mai, tuona dallo schermo. Il film catturava il crepuscolo di una sorta di Atlantide dell’alta moda ormai lontanissima, così com’era esistita per più di cinquant’anni. All’epoca i social media avevano appena iniziato a mettere radici. La parola influencer non esisteva nel senso in cui la intendiamo oggi e Valentino, come si vede nel film, continuava a sostenere decine di sarte che realizzavano a mano ogni abito di haute couture.

Giorno dopo giorno, le camere catturavano il misterioso processo creativo nei «laboratori» dell’alta moda, ai piani superiori di Palazzo Mignanelli, a due passi da Piazza di Spagna. Valentino, un piano più sotto, in un ufficio raccolto ma sontuoso collegato al suo studio creativo, disegnava con mano esperta; poco dopo, una legione di sarte in camice bianco cuciva con meticolosità. Poi lo riprendevamo alle «prove» – i fitting – mentre correggeva di continuo sul corpo di Agnese, la sua modella, finché non si arrivava alla perfezione. Con l’avvicinarsi delle scadenze per le sfilate di haute couture, crisi e scenate esplodevano un po’ ovunque. E Valentino e Giammetti li si vede spesso in disaccordo: una prospettiva dall’interno sulla dinamica di un rapporto lungo cinquant’anni. Eppure la loro relazione ha qualcosa di alchemico, e loro mi hanno permesso di mostrarla nei momenti difficili così come in quelli teneri e trionfali.