di
Flavia Fiorentino

L’attrice ha interpretato Anna Magnani in un film che ha segnato anche il suo esordiò alla regia «E’ la sua Roma quella che amo, quando all’alba, a Trastevere o Testaccio, la gente si parla da finestra a finestra .

Nata in via dei Monti Parioli 25, un’infanzia trascorsa nel quartiere con Villa Balestra ancora nel cuore, Monica Guerritore, attrice teatrale e cinematografica, in questi giorni nelle sale con «Anna», un omaggio alla grande Magnani, è sempre in movimento tra prove, presentazioni, set e palcoscenico ma non ha mai avuto dubbi: la sua casa, il luogo dove tornare è sempre stata Roma, dove ancora vive.

Com’è stato guardare la città con gli occhi di Anna Magnani?
«La Roma di Anna è quella dei romani, popolata da gente che ha due vite: una è quella della sopportazione e del “mi arrangio come posso” davanti all’invasione degli stranieri, che non sono solo stranieri in senso stretto, ma anche i burocrati del palazzi, i turisti… Un’invasione a cui Roma probabilmente è abituata e “sopporta” . E poi c’è la Roma della Magnani che vive di notte fino all’alba ed è quella delle persone che Roma la amano davvero, che lavorano dalle sei del mattino, si alzano all’alba e si parlano da finestra a finestra nei luoghi che di giorno sono affollati e te non li riconosci per quanto sono diventati teneri, generosi, pazienti e complici. Proprio quello che era Anna e quando andava a dar da mangiare ai suoi gatti, certo era amore per gli animali, ma anche per questa Roma che è in parte nel mio film e che mi ha aiutato perché a Testaccio, al Ghetto o sull’Isola Tiberina appena dicevo che stavo girando un film su di lei, tutti correvano ad aiutarmi».



















































Qualche ricordo di Monica bambina?
«A sei anni, d’estate andavo in bicicletta da sola e mia madre dalla finestra mi guardava percorrere il viale che portava su a Villa Balestra. Cercavo le pigne e mi mettevo a schiacciare i pinoli con una pietra, sento ancora il profumo della resina. Andavo a scuola in un istituto di suore di fronte a casa ed ero abbastanza sola perché mia mamma era separata, ma avevo un fratello più grande e dopo qualche anno i suoi amici sono diventati i miei, così a 12 anni ho conosciuto il mio primo fidanzatino, Giancarlo Leone».

E poi, nell’adolescenza com’è andata?
«Proprio all’inizio della prima media ho deciso di “fare sega”, saltare le lezioni per andare a piazza di Spagna: ho preso il 52 e sono andata a sedermi sui gradini della Scalinata davanti alla Barcaccia a fare le collanine con un ragazzo marocchino. Ma un’amica di mia madre mi ha visto e la sera stessa ero in collegio in un’altra città».

Dunque un po’ ribelle…
«Era il mio momento. E quando tornavo a casa, con gli amici andavamo in un locale notturno, almeno così ci sembrava perché in realtà lo frequentavamo di pomeriggio… Era il Cenerentola alla Salita del Grillo, sempre in compagnia dei fratelli più grandi. Dovevo vedermi con Giancarlo che avevo appena conosciuto a una festa di Capodanno, mi diede subito buca: mi chiamò il sabato alle tre, io ero già pronta dopo una settimana di preparativi, per dirmi che doveva fare i compiti e così poi è andata avanti a furia di delusioni… ci ridiamo ancora su».

Quanto è stata influenzata dall’arte e dalla bellezza di questa città?
«Entrare da bambina nel Pantheon è stata una delle esperienze che mi è rimasta più impressa perché da piccoli le cose sembrano ancora più grandi. Indimenticabile anche aver assistito a una pomeridiana di Natale in casa Cupiello con Eduardo De Filippo all’Eliseo: a volte l’attore fa cadere lo sguardo in platea e quella volta ha incrociato i miei occhi: rimasi folgorata».

Cosa ha rappresentato per lei il Teatro Eliseo?
«È stata la mia casa per tanti anni. E tutti soffriamo a vedere il declino in cui si trova: non è solo un problema di gestione, ma la chiusura di tante attività lì intorno, il fatto che non si possa raggiungere con la macchina, che non ci siano più ristoranti e negozi. L’hanno fatto morire e non potrà più riprendersi se intorno non si crea vita perché a teatro la gente ci va perché è un luogo vivo. Guardate il Quirino, l’Ambra Jovinelli o la Sala Umberto: stanno subendo lo stesso destino».

In quali altre zone ha vissuto?
«Da ragazza, quando già lavoravo, con la mamma ci siamo trasferite vicino a piazza del Popolo, in via Brunetti accanto alla casa dove viveva Vittorio Gassman, lì circolava anche Fellini e poco dopo arrivò Monica Vitti. Ci ho vissuto fino a quando, proprio in quella strada, abbiamo preso casa con Gabriele (Lavia, ndr) ma dopo la nascita, nel 1988 della mia prima figlia, Maria, abbiamo preferito spostarci a Roma Nord in piazza Jacini agli Stellari, un complesso con tanto verde, piscina, tennis, perfetto per i ragazzi e comodo perché vicino al Raccordo, ma anche a corso Francia che ti porta subito in centro».

E oggi che luoghi frequenta?
«Vivo ancora lì con il mio secondo marito, Roberto Zaccaria, perché ci piace molto, anche se in questo momento tante attività stanno abbassando le serrande. Pare ci sia un imprenditore che ha offerto un bel po’ soldi, ma poi realizzerà magazzini non aperti al pubblico. Come per i teatri, se muore il tessuto sociale, arriva il degrado».
Con suo marito avete creato un’associazione per la tutela di quest’area.
«Si, cinque anni fa, si chiama “Per Jacini la piazza di quartiere”: siamo 40 famiglie e abbiamo lavorato molto con il municipio che ci permette di prenderci cura del verde e di tenere pulito. Adesso siamo impegnati a resistere all’asso piglia tutto e capire se sia legale cambiare la destinazione d’uso di quei locali che stanno chiudendo e desertificando la piazza. È un posto ancora tranquillo, altrimenti c’è Ponte Milvio, una delle piazze più belle di Roma, ma regna quella modalità dissennata di divertimento fatto solo di cibo, musica e alcol che lascia i ragazzi intontiti: in quei locali non c’è possibilità di parlarsi e invece i più giovani hanno bisogno di stare insieme, conoscersi e magari far nascere una relazione sentimentale».

Un  posto che evita?
«Piazza Euclide perché ricordo, molto piccola, lo strazio per la violenza a quelle due ragazzine indifese, la Lopez e la Colasanti al Circeo da parte di chi frequentava quel posto. Fu uno shock per tutta la mia generazione perché non avevamo nessuna percezione di una violenza così brutale. È stato qualcosa che mi ha vietato per sempre quel luogo».

La città secondo lei sta migliorando?
«Sono certa che ci sono un sacco di persone al lavoro per far bene, conosco il sindaco Gualtieri, ma bisognerebbe tutelare meglio gli artigiani, gli antichi mestieri, le attività che hanno fatto sopravvivere l’anima della città perché qui non puoi scavare e fare il grattacielo, quindi devi muoverti su piccole imprese, preferibilmente romane. Invece vedo un’accoglienza troppo calorosa ai grandi marchi che rendono gli artigiani troppo deboli. Il potere dei soldi non può comprare tutto, ci vuole una regolamentazione che protegga almeno una quota rilevante del capitale umano e artigiano romano».


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23 gennaio 2026