trap

Da Malnate a Varese, passando per Mornago e Albizzate (e chissà quanti altri paesini che sono sfuggiti dai radar delle bacheche social degli adulti): la provincia varesina è sempre più spesso il set di videoclip trap che diventano anche raduni giovanili. L’estetica della “tribù” e la voglia di riprendersi (anche solo simbolicamente) pezzi di spazio pubblico non sono più cose da grandi metropoli americane o da banlieue parigine.

Ormai sono una scena che capita spesso di osservare, anche tra valli e città della provincia di Varese. Il territorio diventa un set, e la trap spesso è il pretesto per un’aggregazione giovanile a tratti “tribale”, giocata su visibilità, appartenenza e sfida — più o meno esplicita — alle istituzioni.

Il punto di svolta, per queste dinamiche, si può leggere nell’ascesa di Massimo Pericolo. Il rapper di Brebbia ha rotto l’idea che per “essere veri” serva arrivare da una grande metropoli, portando la provincia al centro del racconto come luogo di disagio ma anche di identità. Se all’inizio la “tribù” era un giro ristretto, il salto ai raduni più grandi ha segnato un’estetica precisa: quanta gente compare nel video diventa una misura del peso dell’artista. Più è grande il gruppo, più il territorio sembra “presidiato” sul piano simbolico. È una dimostrazione di forza che prova a trasformare la provincia da periferia silenziosa a posto di cui si parla.

Questa esigenza di “mettere il proprio nome sulla mappa” spesso passa però dall’occupazione fisica degli spazi, e lì scatta lo scontro con la vita normale della città. Il caso di Malnate — raduno per un videoclip in piena emergenza sanitaria e polemiche inevitabili — ha mostrato come la rivendicazione di uno spazio “nostro” finisca spesso per sospendere, o mettere tra parentesi, le regole comuni. Non è sempre trasgressione fine a se stessa: è anche una ritualità collettiva, in cui il singolo smette di sentirsi isolato e diventa parte di un corpo visibile e compatto.

video 167 gang malnateLe immagini del videoclip girato a Malnate nel 2021

Lo stesso schema si è ripetuto la settimana scorsa ad Albizzate: la stazione, luogo di passaggio per definizione, trasformata in ritrovo per una “marcia” verso le zone residenziali, con il set che arriva letteralmente sotto le finestre dei cittadini.

Dentro questo quadro, le forze dell’ordine hanno un ruolo quasi paradossale. Invece di essere solo un deterrente, l’arrivo di carabinieri o polizia viene spesso cercato e assorbito nella narrazione. Lo si è visto ad Albizzate e nell’ultimo, clamoroso, blocco stradale a Varese: l’arrivo delle volanti non chiude la scena, anzi diventa il picco del set. La tensione tra autorità e “tribù” dà al video quella street credibility che sui social funziona — anche per l’algoritmo. Sanzioni e identificazioni finiscono per diventare “medaglie” da mostrare nel montaggio finale, trasformando un problema di ordine pubblico in uno strumento efficace di marketing della ribellione.

trap albizzateIl videoclip girato ad Albizzate poco prima dell’arrivo di una pattuglia dei carabinieri

Il punto, e lo diciamo rischiando di apparire anche un po’ bacchettoni, e senza voler per forza generalizzare, è che il confine tra performance e deriva criminale talvolta resta sottilissimo. Tra gli esempi che abbiamo raccolto in questo articolo ci sono ad esempio l’episodio di Mornago, dove le riprese di un video trap hanno fatto emergere un contesto di spaccio. Ben più grave il risvolto della crew musicale che sta dietro ai video trap di Malnate, protagonista nei mesi scorsi di una maxioperazione antidroga contro la detenzione di armi, le indimidazioni e lo spaccio nei boschi nei dintorni di Varese. Esempi che ci dicono che l’estetica “da gang” non è sempre solo scena e che a forza di interpretare un ruolo, i soggetti più fragili finiscano per scivolare in dinamiche di illegalità vera.

Armi e droga: l’inchiesta sulla band trap “167 Gang“ di Malnate che controllava lo spaccio nei boschi

Per il video clip in strada a Varese identificati alcuni partecipanti