di
Giuliana Ferraino, inviata a Davos
Al panel sul Global Economic Outlook del Wef di Davos l’incognita sul debito pubblico globale. Ma Lagarde: distinguere tra debito sano (per riforme strutturali) e debito cattivo
DAVOS – Per spiegare l’addio definitivo al vecchio mondo e l’ingresso in questa nuova era economica, che talvolta facciamo fatica a riconoscere, Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo monetario internazionale cita Il Mago di Oz: la ragione è che «non siamo più in Kansas». Il World Economic Forum si chiude i battenti con una certezza: il mondo di ieri non esiste più e chi spera in un ritorno alla normalità pre-Covid o pre-guerre sta guardando il film sbagliato.
Il tradizionale panel conclusivo sul Global Economic Outlook, quest’anno fotografa la realtà senza azzardare previsioni ardite, che poi molto spesso si sono rivelate errate. Più che panico c’è realismo, ma – per usare le parole della direttrice generale dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), Ngozi Okonjo-Iweala – servono «nervi saldi». Se l’anno scorso il suo mantra era «Chill» (rilassatevi), oggi raccomanda la resilienza di fronte a un sistema che si è scoperto fragile.
Segnali contro rumore
Christine Lagarde, presidente della Bce, ha richiamato la platea e i mercati a un esercizio di onestà intellettuale, quasi a voler disinnescare l’isteria collettiva che spesso accompagna i dati macroeconomici nell’era dei social. «Il nostro dovere è distinguere i segnali dal rumore», dice sottolineando come ci siano troppi numeri «che volano per aria». Il riferimento è alla crescita nominale che maschera la realtà: «Quelli che contano non sono i valori nominali, ma i numeri reali, depurati dall’inflazione».
Ma è sulla geopolitica che l’analisi della numero uno dell’Eurotower si fa più sottile. Rispondendo indirettamente alle tesi di «rottura» dell’ordine mondiale evocate a Davos dal premier canadese Mark Carney, Lagarde preferisce lavorare su «Piani B». «Dobbiamo parlare di alternative, di autonomia», spiega pur ribadendo che economicamente «dipendiamo ancora l’uno dall’altro».
È un equilibrismo difficile: costruire autonomia strategica senza distruggere i ponti. E sull’America, nonostante le incertezze politiche, Lagarde si concede una nota personale, «emotiva», perché «noi donne siamo emotive»: «Credo che i valori profondamente radicati negli Usa prevarranno».
Il commercio mondiale resiste
Chi si aspettava il de profundis per il commercio globale ha dovuto ricredersi, almeno in parte. Ngozi Okonjo-Iweala difende l’istituzione che guida: «Il 72% del commercio è ancora basato sulle regole del Wto», ricorda, ammettendo però che il sistema ha subito «la più grande disruption in 80 anni». La lezione da portare a casa da Davos è che l’iper-dipendenza da un solo fornitore o da un solo Paese si è rivelata una trappola. Per Ngozi Okonjo-Iweala, perciò, è inutile avere nostalgia del passato: quel modello era troppo fragile. «Non credo torneremo dove eravamo e se fossi un business leader non vorrei tornarci», dice. Oggi piuttosto le aziende devono «puntare sulla diversificazione e sulla regionalizzazione» (produrre più vicino a casa), per prepararsi meglio a potenziali choc futuri.
Anche Georgieva (Fmi) difende li libero scambio usando una metafora efficace: «Il commercio è un fiume: si può ostacolare, ma continuerà a scorrere». Magari cambiando letto, magari diventando più regionale, ma non si fermerà.
L’onda d’urto dell’intelligenza artificiale
Se il commercio è un fiume, l’intelligenza artificiale è uno tsunami. E qui le visioni si sono divaricate tra l’ottimismo del business e la cautela dei regolatori. Albert Bourla, ceo di Pfizer, si è detto un «vero credente» nei benefici dell’AI, specialmente nel settore sanitario (che vale il 10% dell’economia globale), prevedendo che la Cina supererà gli Usa negli investimenti farmaceutici.
Ma è l’impatto sociale a preoccupare le istituzioni. Georgieva ha lanciato l’allarme: «Il 60% dei lavori nelle economie avanzate saranno trasformati o cancellati». Il pericolo maggiore, secondo la numero uno del Fmi, è la distruzione dei «lavori di primo ingresso» (entry level jobs). Fino a oggi, i giovani neoassunti imparavano il mestiere svolgendo compiti di base e routine. Sempre di più quelle mansioni saranno affidate all’algoritmo. «Per i giovani sarà molto più difficile trovare un buon posto», avverte Georgieva, prefigurando il blocco dell’ascensore sociale e un altro duro colpo alla classe media. Il rischio è quello di una società a due velocità: da una parte un’élite di lavoratori altamente qualificati (circa «uno su dieci») che vedrà la propria produttività e retribuzione aumentare grazie all’AI; dall’altra, una massa di lavoratori confinati in ruoli a basso valore aggiunto.
Si aggiunge inoltre l’incognita sicurezza. La tecnologia, ha ammesso Georgieva con grande onestà, si muove a una velocità tale che «non sappiamo ancora come renderla sicura e inclusiva». I «guardrail» normativi mancano: mentre l’innovazione corre, il rischio è che a pagare il prezzo della transizione siano le fasce più vulnerabili della popolazione.
Attenti alle disuguaglianze
Christine Lagarde, da «buona europea» sulle regole è netta: non possiamo permetterci con l’intelligenza artificiale di ripetere l’errore del passato compiuti con i social media, una giungla che rende i giovani «preda di comportamenti orribili». Serve un cambio di rotta immediato sulle regole.
L’AI è «capital intensive, energy intensive e data intensive», aggiunge Lagarde. Perciò senza cooperazione internazionale, il rischio è che diventi un moltiplicatore di disuguaglianze invece che di produttività.
Le crescenti disuguaglianze sono un tema sensibile per la banchiera centrale, che ha guidato il Fmi prima di approdare a Francoforte. «Dobbiamo stare attenti alla distribuzione della ricchezza e alle diseguaglianze, che stanno diventando sempre più profonde e ampie». Non è solo una questione etica, ma di tenuta sistemica: «Se non prestiamo attenzione a questo – ammonisce la presidente Bce – andremo incontro a seri problemi».
Debito pubblico sano e debito cattivo
Ma c’è un altro rischio che grava sulle prospettive economiche: il debito pubblico mondiale, ricorda Georgieva, ha raggiungendo «la soglia psicologica del 100% del Pil globale», una zavorra che rischia di soffocare una crescita definita «non abbastanza forte» (+3,3% nel 2026 secondo le ultime previsione del Fmi).
Christine Lagarde, però, invita a non fare di tutta l’erba un fascio, introducendo una distinzione fondamentale sulla qualità della spesa: non tutto il rosso di bilancio è uguale. Per la presidente della Bce esiste un «debito sano», quello contratto per finanziare le riforme strutturali e, soprattutto, per accrescere la produttività; mentre è cattivo il debito che non genera valore, sostiene richiamando la famosa distinzione tra debito buono e cattivo di Mario Draghi ai tempi del Covid. La chiave per i governi, spiega Lagarde, è la capacità di «indicare la strategia e la direzione della finanza pubblica».
Nuova app L’Economia. News, approfondimenti e l’assistente virtuale al tuo servizio.
SCARICA L’ APP

Iscriviti alle newsletter de L’Economia. Analisi e commenti sui principali avvenimenti economici a cura delle firme del Corriere.
23 gennaio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
