di
Sara D’Ascenzo

La nuova pellicola con Edoardo Leo e Claudia Pandolfi annaspa fin dalla prima scena. Esce nel weekend di «Marty Supreme» e «Sentimental Value»

«2 cuori e 2 capanne» di Massimiliano Bruno

Salvateci dalla critica agli stereotipi che diventa stereotipo al cubo. Salvateci da certe commedie che fanno ridere solo per trenta secondi, solitamente nel trailer e nemmeno sempre. Fin dalla prima scena è chiaro che «2 cuori e 2 capanne» – sdoganamento della licenza non poetica che permette soprattutto nelle comunicazioni informali di scrivere i numeri in cifra e non in lettera – mantiene le promesse del trailer. Alessandra (Claudia Pandolfi) è la classica fricchettona single femminista dura e pura che però vorrebbe un figlio, possibilmente da sola; Valerio (Edoardo Leo, talento da salvare da sé stesso e da sceneggiature che lo costringono a fare sempre lo stesso personaggio in qualunque film metta piede) non incarna in sé lo stereotipo del maschio alfa, anche se proviene da una famiglia che definire patriarcale è darle un’apertura di credito e occasionalmente si presenta in scena con la maglia dell’Atletico Madrid, magnificando il valore formativo del pallone. Sono distanti, ma la chimica sessuale è il loro ascensore sociale e si ritrovano piacevolmente a letto e molto meno piacevolmente nella stessa scuola: lui preside in odor di raccomandazione, lei insegnante di Lettere ovviamente amatissima. La miscela tra i due, oltre a essere esplosiva, produrrà un figlio e molte scene di discussione urlate, finali «telefonati», cortei femministi di qua e pranzi di famiglia siderali di qua. Dove? Ma a Roma, ovviamente. 
Voto: 5. Difficile salvare qualcosa di un’operazione trita e triste, che della commedia all’italiana non conserva nulla e tutto anzi travolge. Mettiamocela via: i tempi sono tristi quando far ridere è così difficile. 

«Marty Supreme» di Josh Safdie

Nel separarsi artisticamente i fratelli Safdie inconsciamente sono rimasti legati nello scegliere entrambi una storia di sport e caduta, ovviamente con chiavi molto diverse. Il fratello Ben con «The Smashing Machine», storia drammatica di un lottatore di arti marziali miste alle prese con i suoi demoni; Josh con questo «Marty Supreme», che parte tra i favoriti nella corsa all’Oscar 2026 con ben 9 nomination tra cui quella per Timothée Chalamet nei panni del campione di tennistavolo e truffatore newyorkese Marty Reisman. Ambientato a New York negli anni ’50, il film è stilisticamente una partita di ping pong col pubblico ingaggiata dal regista e dall’attore, che qui diventa vero e proprio performer, trasformandosi in un campione di ping-pong e in un equilibrista senza equilibrio alla ricerca del successo come unica chiave per aprire la porta di un destino diverso da quello di miseria in cui è nato. La prima parte è ping-pong giocato: Marty partecipa ai Mondiali e al torneo di Londra dove perde contro un giapponese che introduce la spugna nella racchetta, inconcepibile per un purista come lui, e soprattutto spende e spande alle spalle della federazione nel lussuoso Hotel Ritz. È nella suite presidenziale, in piedi sul letto in un impermeabile che lo fa sembrare un maniaco con poche possibilità di successo che decide di sedurre Kay Stone (Gwyneth Paltrow), ex diva del cinema degli anni ’30. In un film costato settanta milioni di dollari, girato in 35millimetri con gran sforzo e sfoggio di bravura, della durata espansa di due ore e mezza, raccontare la trama è un’esercizio di retorica. Meglio cogliere delle suggestioni. «Marty Supreme» ha molti punti di contatto con «Prova a prendermi» di Spielberg, e non solo perché Chalamet viene spesso accostato, per talento, a Leonardo DiCaprio. Ma «Marty Supreme» è figlio di questi tempi amari, dove, dunque, il sogno americano può essere spellato vivo e reso nudo per quello che ormai è: un inganno. Lo Chalamet boccoloso dei primi tempi, l’eroe romantico di Guadagnino, cede qui il passo a un attore che sa perfettamente dove vuole arrivare: in questo caso all’Oscar, e per farlo mette il suo corpo al servizio di una storia che lavora per accumulazioni, dove deve succedere sempre qualcosa di nuovo e clamoroso (la scena della vasca, la truffa del cane con un inquietante Abel Ferrara) per stare in piedi. Un cinema muscolare, d’azione ma tormentato, una formula ibrida che non è detto che faccia battere il cuore dello spettatore.
Voto: 6,5. Film indubbiamente girato con maestria, ma decisamente troppo lungo per reggere. Performance notevole di Chalamet, che però ha il limite di interpretare un personaggio statico, che non evolve, e non gli offre la possibilità di crescere. E decisamente rivogliamo la versione coi boccoli.  



















































«Sentimental Value» di Joachim Trier

Nora è in un corpetto troppo stretto quando sta per salire sul palco in un teatro gremito. L’attacco di panico le passa dopo che un collega, che ha rifiutato di aver con lei un rapporto sessuale al volo prima dell’uscita dal sipario, le ammolla un sonoro ceffone. La portata delle sue insicurezze, della non accettazione di sé per un senso d’abbandono del padre, è tutta in queste prime scene e nella fisicità respingente eppure attraente, misteriosa e nordica di Renate Reinsve, attrice norvegese che lo stesso Trier aveva eletto a sua disturbante musa nel film «La persona peggiore del mondo». Qui l’attrice se la deve vedere con un padre, regista cinematografico, molto assente (lo svedese e bravissimo Stellan Skarsgård) che vorrebbe ricucire con lei offrendole una parte nel film che dovrebbe segnare il suo ritorno al cinema. Nora rifiuta e lui sceglie un’attrice americana in ascesa, giovane e leggera (Elle Phanning), che però non riesce a compiere il transfert necessario. Trier tesse una tela con al centro una casa, la casa di famiglia che nei secoli ha accolto gli antenati di Nora e della sorella, soprattutto la nonna, la cui esistenza eroica è finita per mano dei nazisti. Ci sono le crepe, i vuoti, i muri che piangono, come nel bellissimo romanzo di Boris Vian «La schiuma dei giorni», quando si consuma l’abbandono. E c’è un dialogo tra sorelle che si fanno zattera l’un l’altra in mezzo ai flutti di una vita che non salpa, quantomeno non per Nora. Nella parte centrale la costruzione di Trier, come la casa, sembra vacillare, perché l’innesto americano, pur necessario, sembra davvero qualcosa di aggiunto, funzionale ma non emozionale. E il finale di riconciliazione sembra davvero troppo spiegato per un film bergmaniano che nella prima parte lavora sugli abbracci, i silenzi e la sottrazione. Si esce sulle note di una canzone strepitosa, che vi resterà addosso: «Cannock Chase» di Labi Siffre. E questo accade quando i film hanno qualcosa da dire.
Voto: 7. Non perfettamente riuscito, forse un po’ si avviluppa e non regge l’innesto di Phanning, ma il vento del Nord soffia bene anche qui.  


Vai a tutte le notizie di Venezia Mestre

Iscriviti alla newsletter del Corriere del Veneto

23 gennaio 2026