Nelle ultime ore un bisbiglio insistente rimbalza tra Torino, Milano e Roma: Carlo Messina avrebbe convocato per domenica un Cda “riservatissimo” di Intesa Sanpaolo per deliberare l’acquisto del 6,28% di Generali in mano a Francesco Gaetano Caltagirone. Se confermata, la mossa ridisegnerebbe il risiko bancario-assicurativo italiano, accendendo riflettori nuovi su Siena, Trieste e Roma.
La Spifferata: il cda di domenica
A svelarlo è la testata Lo Spiffero, che citando “fonti convergenti” sostiene che l’ordine del giorno sarebbe la delibera per rilevare il pacchetto Caltagirone nel Leone. Non un colpo di teatro, ma il tassello che s’incastra là dove si è inceppata la macchina del consolidamento domestico. Messina, che finora aveva tenuto Intesa molto distante dal caos delle aggregazioni – “Un Far West” lo aveva definito il ceo -, punterebbe direttamente al premio più ambito: un posto che conta nel capitale di Generali.
Il nodo MPS-Mediobanca e l’effetto Generali
Sul tavolo c’è il dossier che cambia gli equilibri, analizza lo Spiffero: la business combination Mps–Mediobanca. Entro marzo Siena deve presentare alla Bce il piano industriale, chiarendo se Piazzetta Cuccia resterà autonoma e quotata o confluirà in un’integrazione piena, con possibile delisting. In quest’ultimo caso, circa il 13% che Mediobanca detiene in Generali finirebbe sotto controllo diretto del Monte, trasformandosi in leva strategica o merce di scambio. Proprio qui si collocherebbe la frizione tra l’ad di Mps, Luigi Lovaglio – orientato a una lettura più “finanziaria” dell’asset Generali – e Caltagirone, che sul Leone ha costruito una parte rilevante della propria proiezione di potere. Sullo sfondo, a Siena, pesa anche il rinvio al 28 gennaio del regolamento per il rinnovo del Cda, tra tensioni sulla composizione della lista e il cono d’ombra dell’inchiesta milanese.
Caltagirone tra sogno e cassa
Per il costruttore-finanziere romano, secondo i retroscena, l’ipotesi di “prendersi Trieste passando da Mps–Mediobanca” si sarebbe fatta più stretta, più rischiosa e più costosa in termini reputazionali e regolamentari. Da qui l’eventuale svolta: monetizzare ora, incassando plusvalenze importanti e disinnescando un braccio di ferro che potrebbe durare all’infinito. Un assegno pesante oggi, invece del labirinto domani.
La convenienza per Messina e Intesa
Per Messina sarebbe un colpo doppio. Primo: mettere un piede pesante nel Leone, influendo – senza clamori – sugli snodi della cassaforte del capitalismo nazionale. E va ricordato anche come, nel marzo di un anno fa, proprio da Intesa Sanpaolo era arrivato il via libera a un maxi prestito da mezzo miliardo di euro a Caltagirone, per il rafforzamento della propria quota. Secondo: dare sostanza a una strategia industriale che rafforzi la bancassurance, soprattutto all’estero dove Intesa è meno coperta, aprendo canali di sinergia commerciale e di prodotto. Effetto collaterale non trascurabile: far masticare polvere al rivale Andrea Orcel, spostando l’epicentro del confronto competitivo dal solo terreno bancario a quello assicurativo.
Il timbro politico
Dal palazzo, più che benedizioni formali, arriverebbero segnali di non ostilità. A Palazzo Chigi l’idea che il primo gruppo bancario italiano entri nel capitale della principale compagnia assicurativa nazionale si leggerebbe come fattore di stabilità del risparmio. I rapporti consolidati tra Messina e la premier Giorgia Meloni aiutano a immaginare un clima favorevole, l’unico in cui un’operazione del genere può anche solo alzarsi in volo.
Gli scenari a Siena, Trieste e Roma
Se la voce avesse fondamento, Siena dovrebbe riscrivere il piano Mps–Mediobanca con un nuovo convitato di pietra: la presenza di Intesa nel capitale Generali muterebbe il peso relativo di ogni scelta – tenere, vendere, negoziare, allearsi – spingendo a calibrare mosse e alleanze con maggiore prudenza. A Trieste il baricentro tornerebbe sugli equilibri azionari più che sugli annunci, con la governance osservata al microscopio e l’emergere di nuovi assi silenziosi. A Roma, infine, il risiko smetterebbe di essere partita tra “storici” e banchieri per diventare tema di architettura del risparmio e di sicurezza del sistema, dove l’inerzia non è contemplata e le telefonate non finiscono a verbale. Intanto, la pista Unicredit–Delfin sul 17,5% di Mps è stata archiviata dalle smentite, ma resta come eco di un mercato in ebollizione. È in questo contesto che l’eventuale mossa di Intesa su Generali suona “esplosiva”: non perché annunci clamorosi stiano per arrivare, ma perché le mosse che contano, di solito, non si annunciano. Si fanno filtrare.


